Giovanna Gulli. Caterina Marasca e la coscienza lacerata. Il primo esistenzialismo calabrese

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Giovanna Gullì è una scrittrice calabrese completamente dimenticata oggi. E la dimenticanza è già un giudizio sulla nostra incapacità di leggere le origini. Scrisse sostanzialmente un unico romanzo dal titolo Caterina Marasca. Più volte mi sono occupato di lei perché in lei ho ritrovato un nodo che non è soltanto letterario ma è antropologico.

Fu un ponte tra la società detta patriarcale del primo Novecento in Calabria e il contesto milanese nel quale si era trasferita. Un ponte gettato con il corpo, non con l’ideologia. Da Reggio a Milano non c’è soltanto una distanza geografica, c’è una frattura esistenziale.

Ci sono precise caratteristiche nel suo romanzo che toccano l’ambiente sociale calabrese, la negazione del fatalismo meridionale, una sensualità inquieta, il contrapporsi alla rabbia anche se lei non ne fu immune. Caterina Marasca non accetta il destino come alibi. Lo interroga, lo sfida, lo capovolge.

Giovanna Gullì era nata a Reggio Calabria il 5 novembre del 1911 e morta a Milano il 17 agosto del 1939. Ventisette anni. Una vita bruciata.

Nel suo romanzo emergono concetti chiave che ci danno il senso dello scrivere e del narrare attraverso proprio il pellegrinaggio di Caterina Marasca.

Dunque nata in Calabria, si trasferì a Milano in cerca di una emancipazione e per sfuggire alle molestie del suo capufficio. Visse enormi difficoltà e in una condizione di estrema povertà a Milano e morì giovanissima a soli ventisette anni di tubercolosi e di polmonite. La povertà non come tema, ma come carne.

Nel suo romanzo si leggono alcuni passi essenziali che sono già manifesti di una poetica:

“Un fumo denso e caldo di orzo tostato riempiva le tre camere. Era soffocante”.

Un’immagine raccapricciante, domestica e metafisica insieme. L’asfissia della casa meridionale come asfissia dell’anima.

Come queste altre riferendosi a Caterina:

“In alcuni momenti essa sentiva un’avversione profonda contro tutti; ed in certi attimi, anche un rancore indefinito contro mammà e i fratelli”.

“Possibile? Mammà si rassegnava a tutto? Non aveva sentimento? Non aveva volontà? Anima? Sensi?”.

Oppure:

“Dio avrebbe dovuto interessarsi di noi”.

Riferendosi sempre a Caterina:

“Caterina rise, con la bocca rossa, rovesciando indietro la testa, con quell’espressione accentuata di crudeltà, ma che questa volta nel riso un po’ largo e umido prendeva una certa grazia torbida e sensuale”.

Ancora:

“era una donna di nervi e di sangue e avrebbe in un istante di terribile violenza, potuto uccidere un uomo”.

Un alter ego? Ma è certo che Giovanna e Caterina costituiscono scrittrice e io narrante e metafora. Una autobiografia? Certamente. Ma un’autobiografia che non chiede pietà, chiede verità.

Anticipa di molto quella letteratura definita realista. Direi che più che realista è piuttosto esistenzialista. Ridurla a realismo è etichettarla. Fu ben altro. Tra condizione femminile di quel tempo e autobiografia lacerata è la prima scrittrice calabrese che pone una questione esistenzialista. Prima di Pavese, prima delle narrazioni del disagio del dopoguerra, c’è già in Gullì la donna che non ha posto, che non ha casa, che non ha linguaggio se non quello della rottura.

Leonida Repaci disse di lei che è la “migliore scrittrice calabrese”. Non era un complimento regionale, era un riconoscimento di statura nazionale.

Il romanzo venne pubblicato nel 1940 da Garzanti, postumo. Successivamente ha visto altre edizioni, sempre intermittenti, sempre dimenticate. Come si dimenticano le cose che scottano.

Scrisse anche due racconti: “Memmo” e “Un cane”. Due prove secche, dure, che confermano la stessa linea.

Repaci scrisse ancora su di lei:

“Giovanna Gullì è morta di stenti. In una città grande e generosa come Milano una ragazza di quel talento non ha trovato il minimo necessario per campare”.

Una frase che resta come accusa.

Mentre Antonio Piromalli:

“Ciò che importa, soprattutto, è il comportamento della Gullì, che è un comportamento antitetico al volgo disordinato, all’aristocrazia danarosa, alla borghesia egocentrica, viziosa e ipocrita”.

Ecco il punto: il comportamento come stile. Non l’opera separata dalla vita, ma la vita che si fa comportamento letterario.

Repaci ebbe modo ancora di descriverla con queste parole:

“Il viso asciutto, pallido e regolare, i capelli fiammei, la bocca marcata e un po’ crudele, lo sguardo allucinato, la patita esilità delle braccia e delle spalle”.

Una figura che sembra già personaggio, già Caterina.

Una scrittrice che ebbe il coraggio di lasciare la Calabria e di avventurarsi nella Milano di quei primi anni del Novecento con l’anima non della diaspora ma con il coraggio della scrittura che era ed è la traccia indelebile di un vissuto.

È stata un punto di riferimento nelle mie conferenze sulla Letteratura del Mediterraneo. Un esempio emblematico.

Giovanna Gullì non va recuperata per pietismo calabrese. Va letta perché pone, prima di altre, la questione che ancora ci riguarda: come si esce dalla casa patriarcale senza entrare nella menzogna della metropoli? Come si resta donna di nervi e di sangue senza diventare vittima o carnefice?

Caterina Marasca è la risposta senza risposta. È il romanzo che non consola. Per questo è un classico mancato. Per questo va riportato nelle scuole.

Pierfranco Bruni

NOTE

  1. Giovanna Gullì, Caterina Marasca, Garzanti, Milano 1940, pag. 23.
  2. Ivi, pag. 41.
  3. Ivi, pag. 42.
  4. Ivi, pag. 57.
  5. Ivi, pag. 88.
  6. Ivi, pag. 102.
  7. Leonida Repaci, Introduzione a Giovanna Gullì, Caterina Marasca, Garzanti, Milano 1940.
  8. Leonida Repaci, cit.
  9. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996, vol. II.
  10. Leonida Repaci, Introduzione cit.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Opere di Giovanna Gullì

  1. Caterina Marasca, Milano, Garzanti, 1940. Prima edizione postuma con Introduzione di Leonida Repaci.
  2. Caterina Marasca, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006. Ristampa a cura di Giuseppe Antonio Martino.
  3. Memmo, racconto.
  4. Un cane, racconto.

Bibliografia critica essenziale

  1. Leonida Repaci, Introduzione a Giovanna Gullì, Caterina Marasca, Garzanti, 1940.
  2. Giuseppe Antonio Martino, Morta di letteratura a vent’anni. Vita e opere di Giovanna Gullì, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2011.
  3. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996.
  4. Pierfranco Bruni, Letteratura del ritorno, Settecolori, 1988.
  5. Pierfranco Bruni, Il Mediterraneo. Percorsi di Letteratura, C.S.R., 2005.
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