AgenPress. Nonostante i giorni difficili che stiamo affrontando, non volevo perdere l’occasione di chiudere questo momento di confronto dedicato a un tema che considero decisivo non solo per il futuro dell’Africa, ma per il futuro dell’Europa intera: la costruzione delle infrastrutture materiali e immateriali che rendono possibile la crescita, l’impresa e il lavoro.
Il titolo di questo appuntamento – “Laying the Groundwork for Jobs” – richiama una verità semplice ma – incredibilmente – spesso dimenticata: il lavoro non nasce, diciamo, per un semplice decreto. Nasce dove esistono condizioni favorevoli. Dove ci sono infrastrutture fisiche e digitali, energia affidabile, capitale umano formato, istituzioni solide, regole certe, accesso ai finanziamenti.
È da questo banale presupposto che muove l’azione italiana, in Patria e ovviamente a livello internazionale, in particolare verso il continente africano. Lo abbiamo declinato con il Piano Mattei, un programma di investimenti nei Paesi africani che disegna una strategia di cooperazione, ma cooperazione tra pari, costruita su una visione chiara: aiutare a creare le condizioni strutturali affinché nelle Nazioni africane si sviluppino filiere produttive, imprese locali forti, occupazione stabile e dignitosa. Affinché l’Africa possa crescere e prosperare processando le sue risorse, coltivando le sue terre, valorizzando al meglio il suo capitale umano.
In questo percorso, la collaborazione con la Banca Mondiale è stata ed è sempre più centrale. Con il Presidente Banga – che davvero voglio ringraziare sinceramente, per la sua lucidità e la sua disponibilità nel lavorare insieme – abbiamo avviato, fin dall’inizio, un dialogo intenso e concreto. Condividiamo un approccio fondamentale per questo obiettivo comune: mettere il settore privato al centro dello sviluppo, mobilitare capitali, ridurre il rischio per gli investimenti, rafforzare le capacità istituzionali delle Nazioni partner. La Banca Mondiale rappresenta un attore chiave nella costruzione di ambienti favorevoli al business, nella riforma regolatoria, nel rafforzamento delle istituzioni economiche. Il Governo italiano, attraverso il Piano Mattei, è un partner di questa missione, vuole essere un partner di questa missione.
Uno dei segnali più concreti di questa collaborazione è stata, in questi mesi, l’apertura a Roma dell’ufficio dell’International Finance Corporation. La presenza stabile dell’International Finance Corporation nella nostra Capitale non è un fatto simbolico. È una scelta strategica. Significa creare un ponte operativo tra il sistema produttivo italiano, i mercati africani e gli strumenti finanziari del Gruppo Banca Mondiale. Vuol dire facilitare l’incontro tra imprese, investitori e progetti bancabili. Significa rafforzare la capacità di mobilitare capitale privato verso iniziative ad alto impatto occupazionale.
Vogliamo che Roma diventi uno snodo europeo per gli investimenti in Africa, un luogo nel quale pubblico e privato lavorano insieme per trasformare buone idee in posti di lavoro. Perché il punto centrale, per noi, di nuovo, è questo: il lavoro. Lavoro dignitoso, stabile, di qualità. Lavoro che consenta ai giovani africani di costruire il proprio futuro nella propria terra.
L’Africa è il continente più giovane del mondo, con il 60% della popolazione con un’età inferiore ai 25 anni. Ogni anno milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro. Se non creiamo opportunità adeguate, il rischio è ovviamente l’esclusione, l’instabilità, la migrazione forzata. Ma se investiamo in modo serio in energia, infrastrutture, agricoltura, formazione tecnica e professionale, possiamo trasformare la dinamica demografica in una straordinaria leva di sviluppo.
Il Piano Mattei interviene proprio su questi assi strategici.
Primo: energia. Come diceva Enrico Mattei “non c’è lavoro senza impresa, non c’è impresa senza energia”. Investire in reti, in capacità produttiva, in fonti rinnovabili significa creare immediatamente lavoro e, al tempo stesso, rendere possibile la crescita di intere filiere. In questo siamo impegnati in prima linea con la Banca Mondiale tramite il progetto Mission 300 per raggiungere, con nuove infrastrutture elettriche, entro il 2030, oltre 300 milioni di cittadini africani.
Secondo: agricoltura. Nonostante l’Africa possieda una quota importantissima delle terre coltivabili del pianeta importa ancora una parte significativa dei prodotti alimentari. Migliorare la produttività agricola, sviluppare la trasformazione locale e rafforzare le catene del valore significa generare milioni di posti di lavoro, soprattutto per i giovani e per le donne.
Terzo: formazione e competenze. Le infrastrutture fisiche devono andare di pari passo con le infrastrutture del capitale umano. Per questo, il Governo italiano sta lavorando a programmi di formazione tecnica e professionale, in collaborazione con imprese e istituzioni locali, per allineare le competenze dei giovani alle esigenze reali del mercato. Ne è un esempio l’impegno per la realizzazione di centri di formazione panafricani per l’agricoltura e l’utilizzo delle risorse idriche in Algeria e Tunisia, e per la formazione nell’energia rinnovabile in Marocco.
Quarto: ambiente regolatorio e accesso ai finanziamenti. Qui, ancora una volta, la collaborazione con la Banca Mondiale è essenziale. Riforme che semplificano le procedure, rafforzano la certezza del diritto, combattono la corruzione, migliorano l’accesso al credito per le PMI sono condizioni imprescindibili per attrarre investimenti su larga scala.
Noi, in sostanza, crediamo che l’efficacia della cooperazione si misuri non sui buoni propositi, ma sui risultati concreti che raggiunge, in termini di posti di lavoro creati, imprese sostenute, investimenti mobilitati. È il nostro approccio, e crediamo che debba essere anche l’approccio che l’Europa e l’Occidente devono avere nei confronti dell’Africa. Meno frammentazione, più coordinamento; meno retorica, più cantieri; meno promesse, più strumenti finanziari innovativi e concreti. Meno carità, più sviluppo.
La collaborazione con la Banca Mondiale e con l’IFC dimostra che si può fare sistema. Mettere insieme risorse pubbliche, competenze tecniche e capitali privati, per ridurre il rischio percepito e aumentare l’impatto reale.
E il nostro metodo non si basa sull’arroganza di chi impone modelli precostituiti indipendentemente dalle istanze dei popoli africani, ma sulla condivisione delle soluzioni e del modo per realizzarle.
Questo è il modello che stiamo seguendo, il solco entro il quale ci muoviamo. Per costruire partnership basate sul rispetto reciproco, sulla trasparenza e sulla responsabilità condivisa in una logica vincente per entrambi. Perché quando un giovane africano trova occupazione e può scegliere di dare il suo contributo alla terra in cui è nato e cresciuto, non stiamo solo dando una mano allo sviluppo di una Nazione. Stiamo rafforzando la stabilità, stiamo combattendo le cause che spingono alla migrazione forzata, stiamo immaginando un rapporto più equilibrato tra Africa ed Europa, stiamo investendo nel futuro comune delle nostre società.
Ed è un modello che incontra interesse e sempre maggiore coinvolgimento, come dimostra, recentemente, il successo del Vertice Italia-Africa di Addis Abeba. Ma il nostro lavoro è appena iniziato. Intendiamo continuarlo con ancora maggiore efficacia, coinvolgendo sempre più Nazioni, rendendo più rapida l’attuazione dei progetti, rafforzando ulteriormente la leva finanziaria multilaterale.
Oggi il Piano Mattei coinvolge direttamente 14 Nazioni africane, e nel corso del 2026 estenderemo la nostra strategia ad altre quattro: Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Gabon e Zambia.
È una sfida impegnativa, lo sappiamo bene, ma la determinazione non ci difetta. E, soprattutto, sappiamo che in questo percorso ambizioso potremo sempre contare sulla concreta collaborazione con la Banca Mondiale, che fin dal primo momento ha sposato la nostra visione e non ha mai fatto venire meno il suo prezioso contributo.
Dunque, grazie ancora, Presidente Banga, per il lavoro fatto fin qui, ma soprattutto per il lavoro che faremo insieme nel futuro.
