Addio ASN, il reclutamento universitario cambia volto. Intervista al prof. Pietro Iaquinta (Unical)

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Niente più Abilitazione Scientifica Nazionale: la riforma del reclutamento universitario è legge


AgenPress. Dopo un lungo iter parlamentare, segnato da rinvii e rallentamenti, la riforma del reclutamento universitario è stata approvata in via definitiva. Il provvedimento introduce un profondo riassetto delle modalità di accesso alla carriera accademica e segna, tra le principali novità, il superamento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Nei giorni scorsi la Camera dei Deputati ha dato il via libera definitivo al disegno di legge AC 2735, confermando senza modifiche il testo già approvato dal Senato nel dicembre scorso. L’assenza di ulteriori emendamenti rende il provvedimento definitivamente approvato: resta ora soltanto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ultimo passaggio prima dell’entrata in vigore della riforma. Per comprendere quali saranno gli effetti concreti delle nuove disposizioni sul sistema universitario italiano, abbiamo intervistato il professor Pietro Iaquinta, professore aggregato di Demografia, che ci aiuta – secondo il suo punto di vista – ad analizzare le principali novità della riforma e le possibili ricadute per atenei, ricercatori e futuri docenti.

D.: Professore, la nuova riforma del reclutamento universitario prevede la possibilità per gli atenei di definire profili scientifici più specifici nei bandi. Ritiene che questa scelta possa migliorare la qualità della selezione o teme che possa favorire concorsi eccessivamente “ritagliati su misura”?

R.: La riforma, come al solito, va letta nella sua interezza, costruire profili consoni alla posizione da occupare vuol dire solamente che non ci saranno più abilitazioni (farlocche) che creano una quantità immensa di presunti docenti che non avrà mai una cattedra, semplicemente perché non possiamo essere tutti Generali senza soldati.

In realtà ciò consentirà di accoppiare inesorabilmente un concorso con un posto disponibile, quindi non si creerà quella masnada di abilitati senza un futuro.

Inoltre mi sembra di aver inteso che viene reintrodotta la Lezione, strumento indispensabile per poter insegnare, negli ultimi 15 anni, invece, abbiamo “abilitato” una quantità infinita di gente che non aveva mai visto un’aula e non aveva la più pallida idea di cosa volesse dire insegnare. Auspico che fra le righe della riforma ci sia anche il divieto di utilizzare le slide a lezione, se non in una quantità ridottissima (un grafico, una tabella) evitando quello scempio che caratterizza le nostre università in cui la lezione si riduce a far copiare le slide proiettate.

D.: Tra gli obiettivi dichiarati della riforma ci sono una maggiore autonomia delle università e una valutazione più aderente alle esigenze dei singoli dipartimenti. A suo avviso, quali potrebbero essere i principali vantaggi e quali, invece, i rischi per la trasparenza e il merito?

R.: I vantaggi sono piuttosto evidenti, entrano nel solco di quanto fatto finora e cioè rendere le Università “follemente” autonome al punto che ci sono delle storture nell’offerta formativa veramente raccapriccianti. Gli svantaggi sono, come al solito, figli di chi interpreta la legge e la trasforma a proprio uso e consumo, creando come appena accennato, corsi di laurea con insegnamenti preponderanti che poco hanno a che fare con il corso stesso.

D.: Dal punto di vista di un docente e studioso di Demografia, quale impatto potrebbe avere questa riforma sulle prospettive dei giovani ricercatori e sul ricambio generazionale nelle università italiane? Quali correttivi suggerirebbe per garantire un sistema di reclutamento equo e competitivo?

R.: Lo dicevo almeno una 15ina di anni fa, le Università Telematiche prenderanno il sopravvento e se continuiamo a fare la guerra alle Telematiche sul loro campo d’azione siamo perdenti. Bisogna distinguersi producendo Corsi di Laurea che insegnano veramente qualcosa e non produttori di certificati. Solo seguendo questa strada si potrà riservare un orizzonte chiaro alle giovani generazioni di Professori, che non possono limitarsi a proiettare qualche slide ed aver fatto una lezione. Purtroppo il correttivo è nelle persone, non nella metodologia, qualunque essa sia, se gestita da faccendieri, malandrini, politici più o meno scafati il risultato sarà sempre lo stesso.

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