FOAD AODI E NADIR AODI: «CONTINUIAMO A CURARE I SINTOMI CON L’ASPIRINA O L’ANTIBIOTICO SENZA AFFRONTARE LE CAUSE. SONO MANCATE PREVENZIONE, PROGRAMMAZIONE E COINVOLGIMENTO DELLE COMUNITÀ. POSITIVO GUARDARE ALLA CONDIZIONE LINGUISTICA E AL PERCORSO DEI BAMBINI SENZA FERMARSI ALLA LORO ORIGINE»
AgenPress. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge sulla scuola che introduce nuove disposizioni per l’integrazione degli studenti di origine straniera. Il provvedimento interviene sulla composizione delle classi, sulla conoscenza della lingua italiana e sul coinvolgimento delle famiglie, introducendo criteri che tengono conto anche della nascita in Italia e del percorso già compiuto dallo studente nel sistema scolastico nazionale.
È sull’approvazione del decreto e sulla sua capacità di incidere realmente sui processi di integrazione che, a nome della rete associativa e dei movimenti, intervengono AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini), CISC NETWORK (Consorzio Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE, richiamando anche i principi del Manifesto Internazionale Interculturale “Unione per l’Italia”.
A commentare il provvedimento sono il Prof. Foad Aodi, medico ortopedico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in Salute Globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata, fondatore del primo Movimento Politico Interculturale Internazionale “Unione per l’Italia” (UN.IT), e il Dott. Nadir Aodi, podologo, vice Segretario Generale AMSI e Uniti per Unire, coordinatore del Dipartimento Gioventù e Nuove Generazioni e della Commissione Podologi di Uniti per Unire.
«IL DECRETO RECEPISCE SOLO IN PARTE LE CRITICITÀ, MA L’INTEGRAZIONE NON SI IMPONE PER LEGGE»
«Il decreto approvato recepisce soltanto in parte le criticità e le riflessioni emerse in questi giorni. Ma il punto centrale per noi resta un altro: l’integrazione non si fa per decreto e non si può pensare di renderla reale semplicemente imponendola per legge», dichiarano Foad Aodi e Nadir Aodi.
«L’integrazione si costruisce attraverso coinvolgimento e dialogo tra le due parti: lo Stato e il cittadino. Lo Stato deve creare gli strumenti, le opportunità e le condizioni per integrarsi; il cittadino deve assumersi le proprie responsabilità, rispettare le regole, conoscere la lingua e partecipare alla società. Se manca una delle due parti, non esiste vera integrazione».
«CONTINUIAMO A CURARE I SINTOMI CON L’ASPIRINA O L’ANTIBIOTICO»
Secondo Aodi e Nadir, il decreto riporta alla luce un limite più generale delle politiche migratorie italiane.
«Purtroppo continuiamo a curare i sintomi del fenomeno migratorio senza affrontarne le cause. È come intervenire continuamente con un’aspirina o, qualche volta, con un antibiotico, senza arrivare alla diagnosi e alla cura complessiva del problema».
«Alla base c’è anche l’incapacità politica di contrastare efficacemente l’immigrazione irregolare e, parallelamente, la mancanza di proposte concrete e di una politica organica dell’integrazione. Si interviene quando il problema arriva nelle scuole, nei Comuni, nei servizi o nei territori, mentre manca troppo spesso un lavoro precedente di governo del fenomeno».
«SULL’IMMIGRAZIONE È MANCATA UNA STRATEGIA: RESPONSABILITÀ TRASVERSALE DEI GOVERNI»
«Negli anni abbiamo assistito a politiche migratorie, accordi internazionali, vertici e incontri internazionali che non sono riusciti a produrre una soluzione strutturale. È un fallimento che non attribuiamo a un solo governo o a un solo colore politico: riguarda trasversalmente i governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia».
«Non c’è stata sufficiente prevenzione, non c’è stata programmazione e soprattutto non c’è stato un vero coinvolgimento delle comunità di origine straniera. Si è parlato moltissimo degli immigrati e troppo poco con gli immigrati e con i professionisti, le associazioni e le nuove generazioni che conoscono dall’interno queste realtà».
Per Aodi e Nadir l’errore è stato soprattutto quello di non considerare l’immigrazione nella sua complessità.
«Troppo spesso l’immigrazione è stata trattata come un fenomeno invisibile fino al momento in cui diventava un’emergenza. A quel punto si è intervenuti sui sintomi senza affrontare il fenomeno nella sua complessità sociale, culturale, economica e internazionale».
«IN ITALIA HA FALLITO IL MULTICULTURALISMO PER IL FALLIMENTO DELLA POLITICA DELL’INTEGRAZIONE»
«Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: anche in Italia il multiculturalismo ha fallito laddove ha fallito la politica nel costruire una vera integrazione», affermano Foad Aodi e Nadir Aodi.
«La presenza nello stesso territorio di persone provenienti da Paesi e culture differenti non produce automaticamente integrazione. Se non esistono dialogo, partecipazione, conoscenza della lingua, responsabilità reciproca e coinvolgimento delle comunità, rischiamo semplicemente di avere realtà che convivono senza conoscersi».
«È per questo che continuiamo a sostenere un modello fondato sul coinvolgimento diretto delle comunità e sul rapporto tra Stato e cittadino. Non si può costruire una politica dell’integrazione senza coinvolgere proprio coloro che quell’integrazione devono viverla ogni giorno».
«POSITIVO NON FERMARE TUTTO ALL’ORIGINE E ALLA CITTADINANZA»
Nel provvedimento approvato, Aodi e Nadir individuano tuttavia anche un elemento positivo.
«Consideriamo positivo che la valutazione della situazione del bambino non venga ridotta semplicemente alla sua origine geografica o alla cittadinanza, ma tenga conto anche della sua effettiva condizione e del percorso scolastico svolto in Italia. Il vero problema da affrontare è infatti la capacità di comprendere la lingua, seguire le lezioni e partecipare pienamente alla vita scolastica».
«Le difficoltà linguistiche possono riguardare anche bambini provenienti da altri Paesi europei. Essere europei non significa automaticamente conoscere l’italiano. Se un bambino arriva in Italia senza conoscere sufficientemente la nostra lingua, il problema educativo esiste indipendentemente dal suo passaporto e deve essere affrontato con strumenti linguistici e didattici».
«PENSIAMO ANCHE AI BAMBINI ITALIANI CHE VIVONO NEL MONDO»
Per Foad Aodi e Nadir Aodi esiste inoltre un principio di reciprocità che dovrebbe accompagnare ogni intervento legislativo sull’integrazione scolastica.
«Lo stesso problema riguarda i bambini italiani che vivono con le loro famiglie nei diversi Paesi del mondo e che possono entrare in una scuola senza conoscere perfettamente la lingua del Paese ospitante».
«Ogni volta che approviamo una norma riguardante i cittadini e i bambini di origine straniera presenti in Italia dobbiamo porci anche una domanda molto semplice: come vorremmo che fossero trattati i bambini italiani nelle comunità italiane all’estero?».
«Le regole sono necessarie, ma devono essere costruite pensando sempre alla persona e alla sua situazione concreta. Un bambino che non conosce una lingua ha innanzitutto bisogno degli strumenti per impararla, indipendentemente dal Paese scritto sul suo passaporto».
«SERVE UNA POLITICA DELL’INTEGRAZIONE, NON UNA SOMMA DI PROVVEDIMENTI»
«Il decreto scuola può intervenire su una parte del problema, ma non possiamo continuare a chiedere alla scuola di curare da sola le conseguenze di ciò che non è stato affrontato prima», sottolineano Aodi e Nadir.
«Occorre passare dagli interventi sui sintomi a una politica complessiva: prevenzione dell’immigrazione irregolare, programmazione dei flussi regolari, accordi internazionali efficaci, conoscenza della lingua italiana, formazione, coinvolgimento delle comunità di origine straniera e partecipazione dei cittadini ai percorsi di integrazione».
È su questa impostazione che la rete richiama anche il Manifesto Internazionale Interculturale “Unione per l’Italia”, fondato sulla necessità di costruire l’integrazione attraverso responsabilità reciproche e partecipazione.
«L’integrazione si fa in due: Stato e cittadino. Non può essere soltanto lo Stato a imporla dall’alto e non può essere soltanto il cittadino a dover trovare da solo la strada per integrarsi».
«Per questo – concludono Foad Aodi e Nadir Aodi – il decreto approvato rappresenta una risposta soltanto parziale. Finché continueremo a curare i sintomi senza affrontare le cause, torneremo periodicamente a discutere degli stessi problemi. Servono una strategia, una programmazione e soprattutto il coinvolgimento di chi l’integrazione la vive ogni giorno. L’integrazione non si impone per decreto: si costruisce insieme».
