Integrazione. Unione per l’Italia: “Non si può rimanere immigrati per sempre”

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AgenPress. Da Paese storicamente di emigranti a una società con 5 milioni e 560mila cittadini stranieri, il 9,4% della popolazione. In poco più di mezzo secolo l’Italia ha vissuto una trasformazione molto più recente rispetto a Francia, Belgio, Germania e alle grandi esperienze migratorie di Stati Uniti e Canada.

Il Movimento Politico Interculturale Internazionale Unione per l’Italia (UN.IT), attraverso il suo fondatore e leader, il Prof. Foad Aodi, medico, giornalista internazionale, docente dell’Università di Roma Tor Vergata ed esperto di salute globale, immigrazione e comunicazione, ripercorre oltre cinquant’anni di immigrazione italiana, tra numeri, nazionalità, lavoro, nuove generazioni, criticità e modelli europei.

«Non esiste una sola immigrazione – afferma Aodi –. Sono cambiate provenienze, competenze, motivazioni e criticità. Continuare ad affrontare fenomeni diversi con le stesse risposte significa non conoscere la realtà».

LE QUATTRO FASI DELL’IMMIGRAZIONE
La prima fase, negli anni ’70 e ’80, è quella degli studenti stranieri, provenienti soprattutto da Paesi arabi, africani e da altre aree del mondo. Secondo le rilevazioni storiche della rete di Aodi, circa il 45% di quei giovani è rimasto in Italia e molti hanno acquisito la cittadinanza.
La seconda fase si apre dopo la caduta del Muro di Berlino, con l’aumento degli arrivi dall’Est europeo e di lavoratori e professionisti già formati nei Paesi d’origine.
La terza coincide con le Primavere arabe, con nuovi flussi legati alle crisi politiche, economiche e sociali del Mediterraneo e dell’Africa e maggiori criticità sul fronte di lingua, formazione e integrazione.
La quarta nasce con la pandemia, quando la carenza di personale, soprattutto nella sanità, apre una nuova stagione di immigrazione professionale, anche attraverso le misure del Cura Italia e successivamente del Decreto Ucraina.
«Quattro fasi, quattro immigrazioni differenti. Per questo servono conoscenza, programmazione e politiche mirate, non slogan ideologici».

5,56 MILIONI DI STRANIERI, 194 NAZIONALITÀ
Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono 5,56 milioni, 188mila in più in un anno (+3,5%), pari al 9,4% della popolazione italiana. Nel 2025 196mila stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana.
Nel nostro Paese convivono 194 nazionalità e le prime dieci concentrano quasi due terzi della popolazione straniera. La comunità più numerosa è quella romena, circa il 20%, seguita da albanesi e marocchini, circa l’8% ciascuno, cinesi intorno al 6% e ucraini oltre il 5%. Seguono Bangladesh, India, Egitto, Pakistan e Filippine.
Per provenienza, il 46,2% degli stranieri residenti è europeo, il 23,4% asiatico, il 22,7% africano e il 7,6% proviene dalle Americhe.
«Questi numeri dimostrano perché è sbagliato parlare degli immigrati come di un blocco unico. Comunità presenti da quarant’anni convivono con immigrazioni più recenti, con caratteristiche, livelli di integrazione e criticità differenti».

ITALIA ED EUROPA: MODELLI DIVERSI
L’Italia non è il Paese europeo con la maggiore incidenza di cittadini stranieri: la quota si colloca intorno al 15% in Germania, oltre il 14% in Belgio e Spagna, mentre Italia e Francia sono intorno al 9-10%.
Le differenze riguardano anche i modelli: la Francia ha sviluppato storicamente un’impostazione maggiormente assimilazionista, la Germania un sistema fortemente legato al lavoro, mentre il Belgio ha una lunga esperienza multiculturale ma anche criticità di segregazione territoriale.
«Il multiculturalismo europeo ha mostrato forti limiti e anche in Italia vediamo segnali preoccupanti, ma siamo ancora in tempo per correggere la rotta. Non dobbiamo copiare nessuno: dobbiamo evitare ghettizzazione, comunità chiuse, marginalizzazione dei giovani e integrazione incompleta».

2,6 MILIONI DI LAVORATORI E 600MILA IMPRESE
Nel 2025 gli occupati stranieri erano quasi 2,6 milioni, il 10,7% del totale. L’occupazione è cresciuta del 3,6% tra gli extra UE e dell’1,2% tra i comunitari, contro lo 0,5% degli italiani. Rimane forte il divario di genere: tra gli extra UE il tasso di occupazione raggiunge il 76% tra gli uomini, ma si ferma al 45,7% tra le donne.
Sono inoltre circa 600mila le imprese straniere attive, l’11,9% del totale, cresciute di oltre il 20% in dieci anni, con commercio e costruzioni che concentrano oltre la metà dell’imprenditoria straniera.
«L’integrazione passa dal lavoro, dall’impresa e dall’autonomia economica. Dobbiamo però affrontare il forte divario occupazionale delle donne straniere e valorizzare competenze e professionalità».

931MILA ALUNNI: LA SFIDA DELLE NUOVE GENERAZIONI
Gli studenti con cittadinanza non italiana sono 931.323, l’11,6% della popolazione scolastica, quasi 12 ogni 100 alunni. Una parte maggioritaria è costituita da ragazzi nati in Italia.
«Un ragazzo nato in Italia, che parla italiano e frequenta le nostre scuole non può essere trattato culturalmente come un immigrato appena arrivato. Bisogna investire su lingua, scuola, famiglie, mediatori culturali e partecipazione, contrastando dispersione, isolamento e radicalizzazione».
Nel solo 2025 196mila stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana: circa 26mila albanesi, 23mila marocchini e 16mila romeni.

REGOLARI E IRREGOLARI: «NON CONFONDIAMO FENOMENI DIVERSI»
A fronte di oltre 5,5 milioni di stranieri regolarmente residenti, le stime collocano le persone in condizione di irregolarità intorno alle 340mila.
«Confondere milioni di cittadini regolari con l’immigrazione irregolare alimenta paura e disinformazione. Ma l’irregolarità va combattuta, contrastando trafficanti di esseri umani, sfruttamento, caporalato e lavoro nero».

DAL 2000 LA “BUONA IMMIGRAZIONE”: LA POLITICA DEI DUE BINARI
«Dal 2000 portiamo avanti la Buona Immigrazione: immigrazione programmata, diritti e doveri, integrazione e rispetto delle leggi del Paese che ti ospita – sottolinea Aodi –. Bisogna coinvolgere le comunità di origine straniera, dare loro voce e responsabilità e farle interagire con la politica. Non possiamo occuparci dell’immigrazione irregolare soltanto quando esplodono i disagi, curandone i sintomi senza affrontarne le cause».
La proposta di UN.IT è la «politica dei due binari»: da una parte immigrazione legale, programmata e qualificata, con progetti di integrazione e inclusione; dall’altra contrasto all’immigrazione irregolare, al traffico di esseri umani, allo sfruttamento e alle reti criminali.
Il peso è anche economico: i lavoratori di origine straniera contribuiscono per oltre il 9% alla ricchezza prodotta in Italia. «Se venissero meno professionisti sanitari di origine straniera, ingegneri, architetti e lavoratori dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’assistenza e di altri settori essenziali, l’Italia subirebbe un contraccolpo economico e sociale enorme».
Unione per l’Italia nasce anche per riunire italiani e comunità di origine straniera in un progetto comune. «Un partito non si costruisce per gli immigrati, ma insieme agli italiani e ai cittadini di origine straniera. Negli ultimi venticinque anni la politica italiana ed europea non è riuscita a dare risposte adeguate sull’immigrazione: dobbiamo cambiare metodo».
Per UN.IT questo significa anche combattere razzismo e discriminazioni, comprese quelle tra le stesse comunità di origine straniera. «Rispetto, legalità e dialogo interculturale devono valere per tutti. La Buona Immigrazione significa unire, non creare nuove divisioni».

«NON SI PUÒ RIMANERE IMMIGRATI PER SEMPRE»
«Diritti e doveri devono camminare insieme. Chi sceglie l’Italia deve rispettarne leggi, Costituzione e regole, conoscere la lingua e partecipare alla società. Ma chi studia, lavora, crea impresa e contribuisce alla crescita del Paese deve trovare reali opportunità di integrazione e valorizzazione».
«Non si può rimanere immigrati per sempre – conclude Foad Aodi –. Abbiamo 5,56 milioni di residenti stranieri, 194 nazionalità, 2,6 milioni di lavoratori, circa 600mila imprese e oltre 930mila studenti senza cittadinanza italiana. Non servono né porte aperte senza regole né paura dello straniero. Servono legalità, programmazione, lingua, lavoro, integrazione e rispetto reciproco. Dopo cinquant’anni dobbiamo passare dalla politica dell’emergenza alla politica delle soluzioni».

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