Allenatore e coreografo di numerosi pattinatori protagonisti ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, Benoit Richaud ha raccontato ai microfoni di alanews il proprio percorso, la gestione di un gruppo diffuso a livello globale e la sua visione sul presente e sul futuro del pattinaggio artistico.
AgenPress. “Ho iniziato a fare coreografie 12 anni fa e ogni anno il numero di pattinatori da gestire è aumentato; non ci sono solamente gli atleti che vedete qui a Milano. Penso che questo risultato sia arrivato con lavoro e con l’esperienza, oltre all’idea di aggiungere qualcosa di diverso nel pattinaggio artistico. La nuova generazione di pattinatori si collega con questa mia visione, è probabilmente questo il motivo per cui molti di loro lavorano con me”. Ma come allena atleti provenienti da più parti del mondo? “È un programma serrato – risponde Richaud – Vorrei poter avere più giorni e più ore, ma dalla fine dei campionati del mondo, quindi da aprile, iniziamo a fare coreografie fino alla fine di luglio. Durante la stagione loro vengono da me o vado io da loro, ma in sostanza ogni settimana è praticamente prenotata tra lavoro di rifinitura e gare”. “Sicuramente la tecnologia aiuta – prosegue il francese – Oggi posso ricevere video e parlare con gli atleti ogni giorno. Sicuramente è un lavoro no-stop”.
A chi si chiede se fra pattinatori allenati dallo stesso coreografo esistano antipatie e gelosie, Benoit risponde con fermezza: “Non c’è assolutamente alcun sentimento di gelosia tra loro. Alla fine siamo una comunità, i pattinatori anche qui al Villaggio Olimpico pranzano insieme, direi che si supportano anche a vicenda e il risultato lo avete visto con i vostri occhi durante le gare. Loro sanno che io do sempre il 100% a ognuno di loro, c’è fiducia; qualora non lo dovessero pensare significa che la nostra collaborazione non funzionerebbe”.
I media lo hanno ribattezzato “il trasformista” per la sua capacità di cambiare giaccone di rappresentanza a seconda della nazionalità del pattinatore che si sta esibendo: “E’ un’organizzazione piuttosto divertente – commenta – Arrivo all’arena con più di dieci giacconi, sembro un idiota avendoli tutti sulle spalle o in mano; li ripongo in uno stanzino e poi mi cambio a seconda di quale devo mettere, mentre quando i pattinatori si esibiscono uno dopo l’altro mi aiutano i team delle federazioni”.
Nella serata di venerdì, Richaud è stato testimone di un flop clamoroso, quello di Ilia Malinin, l’americano ribattezzato “Il Dio del quadruplo”: “Non sarà un’Olimpiade a definirlo, alla fine è solo una competizione, ti svegli il giorno dopo e sei ancora vivo. Quando decidi di fare sport accetti di perdere e accetti di vincere, fa parte dello sport ed è questo che lo rende interessante. Piuttosto, ciò che mi preoccupa sono i social media: il nostro sport è molto giudicato, penso che i social media abbiano avuto un grande impatto su quanto è capitato a Ilia. Quando si è adulti è già difficile gestire questa situazione, per i pattinatori penso sia terribile. Dobbiamo davvero pensare alla prossima generazione e a cosa possiamo fare meglio per sostenerli e non buttarli giù”.
C’è spazio anche per il suo amore per l’Italia: “Adoro l’Italia, dopo gli Stati Uniti è il paese dove preferisco andare. Mi piace il cibo, la gente, l’architettura, e il cappuccino! Le Olimpiadi qui a Milano mi hanno reso felicissimo, e devo dire che l’arena è davvero molto bella: ero un po’ scettico perché non essendo una nuova struttura e conoscendola per via dei mondiali non mi aspettavo granchè, e invece essere lì ti cambia proprio il mood, ti fa sentire a casa”.
