AgenPress. La polemica si fa sempre più dura e non è culturale. Ormai è politica e istituzionale. È inutile girarci intorno.
Allora
La questione riguarda la presenza di un padiglione russo alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2026. Buttafuoco, presidente della Biennale, in sostanza, ha giustificato la scelta richiamando l’autonomia dell’ente e la funzione storica di Venezia come luogo di confronto culturale, anche in situazioni di conflitto.
Ha fatto ben comprendere che la rassegna non deve rispondere a logiche politiche immediate e che l’arte conserva una sfera di responsabilità distinta da quella governativa. Ci sono tutti i miei dubbi in proposito a ciò.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha smentito praticamente che tale orientamento fosse condiviso col Ministero. Con nota ufficiale il MiC ha ribadito la posizione dello Stato italiano, ferma nella condanna dell’aggressione russa in Ucraina e contraria a iniziative che possano apparire come legittimazione del governo di Mosca. Un discorso che se è stato tale mi sembra più che logico.
Nel merito sostengo la posizione di Giuli per tre ragioni precise che sono di ordine politico e istituzionale, di strategia internazionale e di visione complessiva di una politica culturale in termini propriamente istituzionali. Non si tratta di insistere di una cultura libera e autonoma. Il discorso è ben altro.
Allora
Primo. La Biennale, pur autonoma, opera in un sistema nazionale di istituzioni pubbliche. Il MiC non gestisce programmi artistici, ma ha il compito di definire indirizzi di politica culturale esterna. Riconoscere il padiglione russo senza una distinzione esplicita significherebbe confondere il piano artistico e il piano diplomatico. Giuli non ha chiesto la soppressione di opere né ha limitato libertà espressive. Ha soltanto negato l’avallo istituzionale a una presenza statale russa nel contesto attuale. Almeno è quello che ho capito. Tutto nuovamente nella logica.
Secondo. Il conflitto in corso non è una circostanza generica. L’invasione dell’Ucraina ha determinato sanzioni e misure di isolamento adottate dall’Italia in sede europea e NATO. In tale quadro la scelta di mantenere un padiglione nazionale russo non può essere trattata come fatto tecnico o storico neutrale. La decisione del ministro introduce una delimitazione necessaria. Ovvero nuovamente nella logica: autonomia organizzativa non equivale a indifferenza politica. La questione é diventata prettamente politica ma anche istituzionale.
Terzo. La distinzione tra artisti e rappresentanza statale è fondamentale. Giuli non ha escluso creatori russi né ha vietato opere di riflessione critica. Ha indicato semplicemente al Ministero di non prestare copertura istituzionale a una rappresentanza governativa che agisce in aperta violazione del diritto internazionale.
Buttafuoco, pur argomentando in nome della libertà dell’arte, non ha fornito tale distinzione e ha lasciato intendere un accordo col MiC poi rettificato.
Ma Buttafuoco pur nella piena autonomia non può far finta che in tutto non ci sia un intreccio politico italiano e estero. Non può far finta che si trova a fare il presidente per volontà di un Governo che ha problemi seri con l’invasione russa in Ucraina.
La cultura è necessariamente politica in questi contesti. Lo sappiamo bene e chi ha lavorato per oltre quarant’anni nel ministero della cultura ha vissuto diverse esperienze.
Buttafuoco perché ha accettato di fare il presidente? E perché oggi non si dimette considerata la gravità politica e istituzionale della situazione.
Credo invece che sia equilibrata la linea ministeriale. Perché? Salva l’autonomia della Biennale ma riafferma la coerenza dello Stato. L’arte conserva spazi di autonomia. Il governo conserva doveri di chiarezza. In questo caso la presa di posizione di Giuli risponde a criteri di diritto, di politica estera e di responsabilità pubblica.
Ritengo sia la sola posizione compatibile con gli impegni dell’Italia e con la tutela della credibilità istituzionale. Perché la si vuole vestire con un immaginario ideologico? Non è la posizione singola di Buttafuoco. Bensì un quadro più generale di politica culturale sia del Mic che dell’intero Governo. È cosi chiaro che mi sembra cosi naturale che Buttafuoco faccia due o tre passi indietro.
Pierfranco Bruni
