Suicidio assistito. Una cittadina britannica, dopo la morte del figlio, si recherà in Svizzera per porre fine alla propria vita

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AgenPress. Una scelta estrema, maturata nel silenzio di un dolore che negli anni non ha trovato tregua. È la storia di Wendy Duffy, 56 anni, cittadina britannica delle West Midlands, che questa settimana si prepara per recarsi in Svizzera per porre fine alla propria vita attraverso il suicidio assistito.

Fisicamente sana, Duffy non è affetta da patologie terminali o degenerative. La sua sofferenza è di natura diversa, ma non meno devastante: la perdita del suo unico figlio, avvenuta quattro anni fa, aveva segnato profondamente la sua esistenza, trasformando il lutto in una condizione psicologica che, secondo quanto riferito, non era mai riuscita a superare.

Ex operatrice sociosanitaria, una professione dedicata alla cura degli altri, Wendy si è trovata progressivamente incapace di gestire il proprio dolore. Nonostante il supporto ricevuto nel tempo, la donna ha descritto la sua vita come priva di significato dopo quella perdita, una condizione che l’ha portata a considerare il suicidio assistito come unica via d’uscita.

Dopo aver preso la decisione, Duffy si è rivolta alla clinica svizzera Pegasos, una delle strutture che accolgono anche cittadini stranieri per questo tipo di procedura, nel rispetto della legislazione elvetica. Per ottenere l’approvazione, ha dovuto affrontare un iter che include valutazioni mediche e psicologiche volte a verificare la capacità di intendere e di volere del paziente.

Secondo le informazioni disponibili, la donna ha versato circa 10.000 sterline per accedere al servizio. La Svizzera rappresenta infatti una delle poche destinazioni in Europa dove il suicidio assistito è legale anche per persone non residenti, motivo per cui negli anni è diventata meta di quello che viene spesso definito “turismo del fine vita”.

Il caso di Wendy Duffy riaccende il dibattito, nel Regno Unito e non solo, sul tema del suicidio assistito, in particolare quando riguarda persone non affette da malattie terminali ma da sofferenze psicologiche profonde. Da una parte, c’è chi rivendica il diritto all’autodeterminazione e alla libertà di scegliere quando e come porre fine alla propria vita; dall’altra, emergono timori legati alla tutela delle persone vulnerabili e al rischio di normalizzare decisioni irreversibili in momenti di fragilità.

Una vicenda complessa, che solleva interrogativi etici, legali e umani destinati a restare al centro del confronto pubblico ancora a lungo.

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