L’eros, la sensualità e l’estetica. L’amore e il mistero diventano alchimia. Ho scritto per non perdere

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AgenPress. Se dovessi fare una confessione scriverei lungo le pareti un  corollario di parole. Perché le parole sono il mio segreto che si rivela. Lascio le pareti e entro nel labirinto delle passioni. È un vortice. Perché l’eros non è tema nei miei libri. È respiro. È la sintassi segreta con cui le parole si cercano, si sfiorano, si possiedono. Senza eros non c’è letteratura. Cè cronaca, c’è burocrazia dell’anima. La sensualità non è ornamento. È conoscenza. È il modo in cui il corpo sa prima della mente, il modo in cui l’odore di una donna, la piega di un tramonto, la pietra di un muro diventano pensiero.

L’estetica, per me, non è bella forma. È destino della forma. È il momento in cui l’immagine smette di essere descrizione e diventa rivelazione. Per questo nei miei romanzi, nelle mie poesie, nei miei saggi, l’eros e l’estetica non si separano. Sono le due facce della stessa moneta: la moneta con cui si paga il viaggio. Perché io sono viandante. E il viandante non cerca porti. Cerca viaggi. Non cerca approdi. Cerca isole.

Ci sono libri che non  ancora scritto. Restano parole.  Penso a Il manoscritto di Ararat o  a La notte delle donne oppure a  l’eros è liturgia. Non è consumazione. Tutto è consacrazione. La donna non è oggetto. È epifania. È la presenza che abita la carne e la rende tempio. La sensualità è il linguaggio con cui il sacro parla senza parole. Un collo che si piega, una mano che toglie un filo dalla spalla, un piede nudo sul pavimento: sono salmi. Sono versetti di un Vangelo che non è stato scritto ma vissuto.

Ritorno alla malinconia di Ulisse o al mio Dante e l’Islam.  L’amore è sempre nostos. Ritorno. Ma non alla casa: all’immagine. L’uomo ama non una donna, ma l’immagine che quella donna risveglia in lui. E quell’immagine è antica. Viene da prima di noi. È Elena, è Beatrice, è la Madonna Nera delle cripte. Per questo l’amore è mistero. E il mistero, quando lo abiti, diventa alchimia.

L’alchimia non è magia. È lavoro. È nigredo dell’abbandono, albedo dell’attesa, rubedo dell’incontro. Amare è trasmutare il piombo della solitudine nell’oro della comunione. Ma l’oro non si tiene. Si perde. Si offre. Si dissolve. Perché l’alchimia vera non accumula: brucia. E nel bruciare, illumina.

Il porto è fine. È sicurezza. È la morte del viaggio. Io non scrivo per arrivare. Scrivo per partire. Ogni libro è una nave. Ogni poesia è una vela. Ogni racconto è un’isola che appare all’improvviso e poi scompare.

L’isola non è rifugio. È prova. È il luogo dove Ulisse incontra Circe, dove Enea incontra Didone, dove il viandante incontra sé stesso. Le isole sono topoi dell’anima. Sono Itaca che non si raggiunge mai, perché Itaca vera è il viaggio. Sono le Eolie, è Stromboli, è il fuoco che sale dal mare e dice: qui non si abita, qui si passa.

Il viandante che non cerca porti è l’uomo dell’eros. Perché l’eros è esilio. È l’essere sempre fuori posto, sempre altrove, sempre tra. Tra il corpo e l’anima, tra il desiderio e la memoria, tra la donna che hai e la donna che sogni. La sensualità è la bussola di questo esilio. Non ti indica il nord. Ti indica il profondo. Ti dice: scava. Scava nel gesto, nel sapore, nel silenzio dopo l’amore. Lì c’è il senso.

Nei miei saggi su D’Annunzio, su Pavese, su Pirandello, l’estetica non è mai formalismo. È etica. È la responsabilità della bellezza. In un mondo che ha prostituito la parola, che ha ridotto l’immagine a pubblicità, che ha scambiato l’eros per pornografia, scrivere è atto morale. È dire: esiste ancora il sacro. Esiste ancora il velo. Esiste ancora il noli me tangere della bellezza che non si possiede: si contempla. Ma non ho mai scritto facenfo critica. Sono distanza. Quando ho parlato di alcuni o molti autori non ho fatto altro che parlare di me stesso. Sempre di me stesso. Il mistero diventa stile quando non spieghi. Quando alludi. Quando lasci la porta socchiusa. Il profeta del vento, La letteratura è servita, L’Islam e la sua ombra: sono libri che ho immaginato che ho pensato che vivono in me e che non chiudono. Aprono. Perché il mistero non si risolve: si abita. E abitarlo è l’unica forma di conoscenza che resta quando la ragione ha fallito. La ragione non solo è fallita. Non è mai stata nella mia tenda di sciamano in solitudini d’esilio.

L’alchimia dell’amore sta qui: nel trasformare il mistero in stile, lo stile in destino, il destino in parola. E la parola, se è vera, diventa corpo. Diventa donna. Diventa isola. Diventa viaggio. Non ho mai cercato porti. Ho cercato fuochi. Fuochi accesi sulle spiagge, nei conventi, nelle stanze dove una donna si spoglia e il mondo ricomincia. L’eros è il mio fuoco. La sensualità è la legna. L’estetica è la fiamma. Amore e mistero sono la mia alchimia. Non per fare oro. Per fare luce. E la luce non si tiene in tasca. Si segue. Si insegue. Si perde.

Sono viandante. Ho nelle scarpe la polvere di tutte le isole che ho amato e che mi hanno lasciato partire. Non ho casa. Ho domande. Non ho porto. Ho vento. E il vento, si sa, è l’alfabeto dell’eros. Lo parla chi non ha paura di naufragare. Perché naufragare, a volte, è l’unico modo per approdare a sé stessi. È questo l’immenso viaggio delle mie parole che inseguono archetipi miti segreti. Sono stato sempre fedele a me stesso. Nello scrivere. E questo mi consola. Il resto è abbandono. In amore non conta la fedeltà. Conta l’amore. Il viandante  non cerca porti ma viaggi e isole.

Pierfranco Bruni

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