La Magna Grecia antropologica da valorizzare attraverso un processo di politica culturale sul Mediterraneo

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AgenPress. La Magna Grecia non è soltanto una valenza archeologica sul piano dei beni culturali.  È un intreccio che chiama in causa  processi culturali principalmente antropologici identitari. Il mito e il popolare rispondono alla stessa domanda che risponde a come abitiamo il mondo.  Il sacro e il popolare nella Magna Grecia sono la stessa ferita e praticano la stessa cura. La cultura popolare è antropologia. Non descrive l’uomo. Lo fonda.  E al centro c’è la religione come gesto e come corpo, notte, fame, fuoco, festa. Nasce quando una comunità dice questo tempo e questo luogo non sono uguali. La Magna Grecia ha un profilo orfico imponente.  Si pensi a ciò che sono state Taranto e Sibari, Reggio Calabria e Naxos. La struttura dell’essere necessita della ierofania. Mircea Eliade sostiene che il sacro nasce nel mito e dal mito. Il mito non è favola. È ontologia. È l’uomo che esce dal caos e fonda un cosmo. Conoscendo il labirinto. Si tratta della Magna Grecia orfica ovvero di  strati che non sono rovine e vivono di contaminazioni. In questo cosmo c’è un nome che attraversa più mari. Ma non la Magna Grecia dei manuali scolastici. È la Magna Grecia orfica. Quella che resta nel gesto, nel rito, nella lingua sussurrata.

Faccio alcuni esempi. Da Cuma a Napoli, da Paestum a Velia, da Sibari a Crotone, da Locri a Reggio, da Taranto a Metaponto, da Siracusa ad Agrigento, da Selinunte a Gela. Colonie achee, doriche, ioniche che non sono morte. Sono diventate strato e abitano il mito e il sacro. È il rito delle Anthestérie diventato festa patronale. È Demetra che dal grano delle pianure di Metaponto e del Tavoliere passa alla processione di paese in Calabria o in Sicilia.  È Capo Leuca, de finibus terrae, e Capo Colonna dove il tempio a Minerva e ad Era Lacinia diventano soglie mariane e popolari.  È Monte Sant’Angelo sul Gargano e le grotte del Cilento che sono luoghi trovati, non costruiti. Labirinti che non cercano l’uscita. Cercano la trasformazione.

Nullus locus sine genio. Ogni masseria, ogni trullo, ogni casale, ogni tempio dorico ha il suo genio nella metafisica della civiltà. In termini antropologi ciò che purifica le radici è il fuoco. O meglio il falò. Il fuoco popolare è metafisica pratica.  È la Fòcara di Novoli in Salento per Sant’Antonio.  È San Giuseppe in Puglia, in Calabria, in Campania: falò, pane, voto, tavole imbandite.  È la Notte di San Giovanni tra Lucania e Cilento con l’acqua, le erbe, il rito propiziatorio.  È la Notte della Taranta nel Salento, la tammurriata vesuviana, la pizzica calabrese, i canti a ballu in Sicilia. Nel falò si brucia l’oblio. Si riapre il canale tra tempo profano e tempo originario.

È lo stesso fuoco con cui i coloni greci accendevano gli altari a Demetra e Persefone a Locri e a Enna. Stesso gesto. Altra lingua. Radice uguale. Epoche e millenni si intrecciano nei simboli che si sviluppano in una epifania etnica

Tutto questo è appunto epifania e intreccio etnico. Vere presenze minoritarie.  Károly Kerényi suggellava che: “Tutto ciò che è religioso presuppone il divino”. Il mito è epifania. Gli dèi accadono. E accadono in una terra che è stratificazione. Si pensi a ciò che sono stati i Messapi, i Peuceti, i Dauni, i Lucani, i Brettii, gli Italioti, prima.  Poi i Greci. Poi i Romani, i Bizantini, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Aragonesi.  Dentro questo tempo lungo, presenze che non si sono dissolte. Si sono innestate. Ancora testimonianze. I Griko del Salento. Come Calimera, Martano, Zollino. Parlano ancora greco. Cantano ancora i lamenti.  O gli arbëreshë di Calabria, Basilicata, Sicilia: San Demetrio Corone, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela. Rito bizantino, icone, canti, vallje.  Oppure gli ebrei di Siracusa, Catania, Napoli, Taranto, Trani, Otranto con un immaginario che risponde a sinagoghe, mikveh, pietre.

Memoria che resiste dopo l’espulsione.  Schiavoni e balcanici sulle coste adriatiche. Armeni e provenzali nell’entroterra.  Nella Magna Grecia nessuno ha cancellato. Tutti hanno aggiunto. È civiltà a intreccio. È antropologia viva. La Magna Grecia non è finita. È diventata plurale. Da qui il sacro diventa devozione e tempo ciclico. Il sacro che si serve degli archetipi. Questa è storia che diventa antropologia con James Frazer. Nella Magna Grecia le memorie danzano con la luna per seminare, con l’acqua di San Giovanni, con la pietra a secco delle mura di Paestum e dei muretti a secco di Modica.  Il sacro popolare è tempo ciclico. È il grano che torna, è la festa che ritorna. È l’origine che si fa pratica.

Gli archetipi diventano rivelazione come afferma Elémire Zolla: “Gli archetipi si conoscono con scene, colori, ritmi”.  Si mostrano con la tarantata, con il pellegrino scalzo verso Pompei e verso Tindari, con la madre col cero, con i Misteri pitagorici di Crotone, con le processioni del Venerdì Santo in Sicilia e in Calabria, con i riti della Settimana Santa in Puglia e in Campania.  Perché il sacro è esperienza. È vedere i simboli nei templi di Agrigento e di Selinunte, nelle masserie fortificate, nei trulli di Alberobello, nelle gravine di Matera, nel mare di Torre Guaceto e in quello di Capo Vaticano. Ogni luogo è scena. Ogni scena è incarnazione della forza invisibile. Le radici resistono.  Resistono nei Griko che pregano in greco.  Resistono negli arbëreshë che celebrano in bizantino tra Calabria e la Sicilia di Piana degli Albanesi.  Resistono nei falò che bruciano a gennaio e ad agosto da Reggio a Foggia.  Resistono nella Magna Grecia orfica. Non solo nei musei. Nei canti, nel pane di Altamura e di Laterza, nella ceramica di Grottaglie e di Caltagirone, nella pietra. Il mito non è morto. Dorme nel carparo, nel tufo, nella cenere dei falò. È cio che si abita attraverso la memoria che diventa sacralità da custodire e pone però una problematica di politica culturale.

C’è da dire che il sacro popolare non chiede sistemi. Chiede abitazione.  Il sacro non chiede spiegazioni. Chiede partecipazione: passo lento, silenzio, corpo, fuoco.  Nell’antropologia non si possiede il sacro. Lo si custodisce. E nel custodirlo custodiamo noi stessi e le nostre radici intrecciate ai Mediterranei. Nella Magna Grecia il tempo è archetipo. È greco, romano, bizantino, albanese, ebraico, normanno, svevo. È Magna Grecia orfica che non è scomparsa. È diventata gesto. È fuoco che purifica e pietra che ricorda. È la rivelazione in un abitare che è ritornare. E ogni ritorno comincia da un falò, da una parola in greco, da una pietra che ha memoria di suono antico.

Nella Magna Grecia che racconta le storie c’è una profonda antropologia di popoli e di civiltà che vivono nella memoria e nel solco del presente. Ma valorizzare la Magna Grecia antropologica significa che porre una questione che resta come vera problematica politica da contestualizzare all’interno dei territori. Perché il tutto non è folklore da cartolina. È una questione di identità, di scuola, di geografia del territorio, di economia, di Europa mediterranea. È decidere se vogliamo musealizzare i gesti o abitarli. Se vogliamo che i giovani riconoscano nel fuoco di Sant’Antonio e nel canto in griko la stessa radice di Pitagora a Crotone e di Empedocle ad Agrigento. La politica, qui, deve farsi antropologia della conoscenza. Deve capire che la Magna Grecia non è un’area da mappare. È un modo di stare al mondo da tramandare.

Questo è possibile soltanto attraverso una vera politica dei beni culturali che possa riguardare l’intera e vasta area di ciò che è stata la Magna Grecia quando il Mediterraneo reggeva tutta l’Europa e splendeva in tutto il mondo con le sue arti con le sue filosofie con le sue poetiche e dava senso alle civiltà tra Occidente e Oriente. Occorre una politica culturale europea che ponga al centro la cultura.  Grecia e Roma sono stati gli epicentri del mondo civilizzato. Non si può e non si deve prescindere da ciò. Pavese da Brancaleone di Calabria scriveva alla sorella che abitava a Torino: “Qui tutto è greco”. Infatti in questo codice del “qui è tutto greco” c’è una identità con la quale non si smette di vivere.

Pierfranco Bruni

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