L’arte del consenso. Montaigne e la ricerca della verità

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AgenPress. Se si dovessero raccontare le epoche in una frase soltanto si potrebbe usare un inciso filosofico che è alla base del pensiero moderno non relativista ma probabilmente metafisico. La sintesi si incentrerebbe in ciò che Michel de Montaigne ha sottolineato: “Non c’è nulla di certo tranne l’incertezza”. L’arte del consenso nasce dall’arte del confronto.  Non dalla sommatoria di voci uguali. Non dal rumore di un’unanimità imposta.  Nasce da due o più pensieri che si espongono, si feriscono, e restano vivi. Montaigne lo aveva già scritto tra le pieghe degli Essais. Il confronto è un mestiere, una disciplina del corpo e della mente. E senza quella disciplina il consenso diventa maschera.

Dietro c’è sempre il dominio. Bisogna partire da un presupposto. Il saggio e il folle: “I saggi hanno più da imparare dai folli che i folli dai saggi”. È qui che inizia ogni etica del dialogo.  Il saggio non parte dalla fortezza. Parte dalla soglia. La filosofia è vita. Perché “la saggezza non è altro che la preparazione dell’anima per ogni evenienza”.

Il folle gli indica dove il muro è crepato. Gli mostra il punto in cui la ragione si è fatta sistema e ha smesso di ascoltare. Perché “noi siamo nati per andare in cerca della verità”. Cercare. Non possedere. Possedere è abitare, dice Montaigne. E abitare la verità significa viverci dentro, con le finestre aperte.  Chi la possiede come dogma la chiude. Chi la cerca la tiene in movimento. Da qui deriva la falsità.  Non è menzogna. È ignoranza.  È la pigrizia di non confrontarsi. È la paura di cambiare.

La falsità nasce quando si smette di cercare e si comincia a imporre. Mai voltarsi indietro: “Non bisogna volgere gli occhi indietro”.  Non per cancellare la memoria. Per non farne un idolo.  Voltarsi indietro è pietrificare. Andare avanti è trasformare.  Montaigne seziona sé stesso per capire l’uomo. Non cerca modelli. Cerca movimenti. Il consenso, allora, non è punto d’arrivo. È attraversamento.  È ciò che resta dopo che le ragioni si sono scontrate senza annientarsi.  È un accordo provvisorio tra libertà diverse.  E come ogni cosa viva, va ripreso ogni giorno. Perché il rischio è la ragione potrebbe diventare tirannia.

Qui la questione si fa tragica.  La tirannia non nasce senza ragione. Nasce quando la ragione pretende di essere sola.  Quando smette di dialogare e comincia a comandare.  Quando si fa tecnica, calcolo, ideologia. E in quel punto entra la debolezza: “I deboli sono senza pensiero. Diventano succubi”.

Socrate lo sapeva: i deboli sono corruttibili.  Non per malizia. Per vuoto.  E il vuoto lo occupa chi ha la voce più alta. Le ideologie non cercano consenso. Cercano obbedienza.  Usano la ragione come strumento di dominio. Promettono verità assoluta e consegnano sudditanza.  Trasformano il confronto in selezione: chi è con me, chi è contro di me. È il male della ragione che ha smesso di dubitare di sé.  Una ragione senza corpo, senza ascolto, senza pausa. Montaigne si confronta con l’inguaribile: “L’idiozia e la sconsideratezza non sono cose che si guariscono con un consiglio”. Sono inguaribili.  Crescono fino al vertice dell’ignoranza.

Montaigne non offre ricette. Offre esercizio.  Esercizio del dubbio. Esercizio dell’autoritratto.  Mettere sé stessi in discussione prima di giudicare il mondo.

L’idiota vuole risposte pronte. Il pensante vuole domande aperte.  L’ignorante cerca maestri. Il libero cerca interlocutori. Per questo il confronto è arte.  Richiede tempo. Richiede di sopportare il disagiò di non avere subito ragione.  Richiede di accogliere anche ciò che ci ferisce.

La tirannia non sopporta questo. Lo cancella con urgenze, con nemici. In un tempo di ragione dominante occorre necessariamente contrappone un anti sistema.  Viviamo in un tempo in cui la ragione domina.  Domina come tecnica. Come efficienza.  Tutto deve essere chiaro, veloce, misurabile. In un tempo così “la filosofia non dovrebbe adeguarsi”.  Se si adegua, muore.  Deve fare il contrario: rallentare.  Ricordare che la ragione senza dubbio diventa tirannia.  Che il consenso senza confronto è propaganda.  Che la verità non è un possesso. È un’abitazione.

Montaigne si ritira nella sua torre di libri.  Non per fuggire. Per ascoltare meglio.  Per parlare con i morti e rispondere ai vivi.  Per tenere in vita la domanda. Proprio in un tale contesto occorre abitare il dissenso. Il consenso autentico è armonia dissonante.  È tenere insieme differenze senza appiattirle.  È riconoscere che il folle può aprire al saggio una porta.  È ammettere che l’errore nasce più dall’ignoranza che dal male. La tirannia comincia quando un pensiero pretende di essere l’unico.  La libertà comincia quando due pensieri accettano di ferirsi senza uccidersi. Allora: “Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme”.

Ecco l’arte di Montaigne: non avere ragione a tutti i costi.  Non perdere l’altro.

Perché solo nell’altro, anche quando sbaglia, la verità continua a camminare.  E noi siamo nati per andarle incontro, non per inchiodarla a un muro.  Il consenso, allora, non è la fine del conflitto.  È il conflitto abitato con ragione. Si penetra così il tessuto del pensiero non solo filosofico ma anche politico. Ma c’è una consapevolezza in Montaigne: “Il vero libero pensatore è colui che si interroga senza paura”. Non credo che la politica comunque abbia la possibilità o la volontà di accettare ciò. Entra in un tale scenario solo la filosofia. Perché in fondo “la filosofia è imparare a morire”. Ma la filosofia è morta. Allora cosa potrà insegnarci a morire nell’epoca in cui tutto è diventato un post pensiero?

Pierfranco Bruni

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