AgenPress. Viviamo una civiltà della distrazione. Anzi, chiamiamola con il nome che le appartiene davvero: civiltà della distruzione. Perché la distrazione non è innocente. È il primo passo della distruzione. Distraiamo lo sguardo per non vedere le rovine, distraiamo il pensiero per non sentire il crollo, distraiamo l’anima per non accorgerci che il pensiero pensante si è sgretolato tra le mani come calce vecchia.
Abbiamo smarrito i riferimenti. Non parlo delle coordinate sulla carta. Quelle le troviamo con un dito. Parlo delle coordinate dell’essere. Non sappiamo più dove posare gli occhi. Li posiamo sullo schermo. Non sappiamo più cosa ascoltare. Ascoltiamo il rumore. Non sappiamo più chi siamo. Diciamo “mi definisco”, come se l’esistenza fosse un modulo da compilare in fretta prima che scada il tempo. E in questo smarrimento la domanda più antica torna a bussare, nuda, senza pudore: cosa è l’esistenza umana? È qualcosa che si può soltanto vivere, come si subisce una stagione? È qualcosa che si abita, come si abita una casa mettendo le proprie radici anche nei muri? Oppure è qualcosa che si attraversa, come si attraversa un fiume tenendo l’acqua alla vita, con la paura di bagnarsi fino in fondo?
La terza ipotesi è la più vigliacca. La prima è la più triste. Resta la seconda. Abitare. Abitare significa nominare. Significa che una parola dialettale contiene un mondo intero. Significa che una festa contiene un mito. Significa che un paese non è un luogo di passaggio ma un abitato dell’anima. Chi attraversa non lascia traccia. Chi abita lascia memoria. E la memoria è l’unica forma di resistenza che abbiamo contro il tempo che ci taglia. La verità, in tutto questo, è un’immensa marea. E la marea, lo sappiamo, conduce al nubifragio. Fa paura la verità perché non consola. Sommerge. Ti porta via le certezze di plastica, ti porta via le opinioni comode, ti lascia nudo davanti alle pietre. E allora ci domandiamo: può esserci verità senza realtà? La risposta è no. Una verità che non si incarna è fumo. È ideologia. È un discorso che gira a vuoto. Ma una realtà senza verità è peggio. È macerie. È cronaca. È il corpo dimenticato nella Renault rossa del 1978 di cui nessuno vuole più parlare.
Serve dunque un imperativo. Un imperativo che si faccia rivolta metafisica. Perché la filosofia senza metafisica non è filosofia. È un crogiolo indispettito di idee che cozzano tra loro. È un mercato di opinioni dove ognuno urla la sua e nessuno ascolta. È un groviglio di ideologie che pretendono di spiegare il mondo e in realtà lo appiattiscono. Le ideologie non pensano. Le ideologie impongono. Non hanno un pensiero che sia tale. Hanno un sistema di azioni. Ti dicono come devi votare, come devi mangiare, come devi parlare, come devi piangere e per chi. Ti offrono una visione politica della vita e in cambio ti portano via la vita.
Ma l’esistenza è asistematica. L’esistenza non è un sistema politico, non è un algoritmo, non è un programma da eseguire. L’esistenza è testimonianza frammentata di giorni. Giorni che si raccolgono nella Memoria con la M maiuscola. Non nei server, non nel cloud. Nella carne, nelle mani, nel modo in cui una madre sale le scale cantando una melodia senza titolo. Vivere, se ci pensiamo, è perdere quotidianamente l’istante. È questa la tragedia più silenziosa del nostro tempo. Noi siamo fatti di istanti irripetibili. Il sorriso di una madre. Il silenzio di un padre che chiude il libro di Carolina Invernizio e apre il Vangelo. Il profumo degli aranci a gennaio. La decisione di non rinunciare quando ancora è possibile decidere. Il resto è macerie. Macerie sono le polemiche che raccogliamo. Macerie sono i giudizi che diamo. Macerie sono gli anni passati a fissare l’orologio sul muro delle idee dimenticando l’uomo che sta sotto quell’orologio.
Io porto dentro di me delle lezioni che non sono citazioni da mettere in nota. Sono presenze. Sono compagni di notte. C’è Cioran che mi ricorda che viviamo in un’epoca di rovine e di farneticazioni, eppure anche lui scriveva, perché scrivere è l’unico modo per dire io c’ero e ho amato. C’è Camus che mi dice che in mezzo all’inverno ha scoperto dentro di sé un’estate invincibile. Non parlava di ottimismo da salotto. Parlava di resistenza. Di tenere acceso un fuoco quando tutto intorno gela. C’è Simon Weil che mi insegna che l’attenzione è la forma più rara e pura di generosità. E noi abbiamo smesso di prestare attenzione. Scorriamo le persone come si scorrono le immagini. C’è María Zambrano che mi parla della ragione poetica, di quella ragione che salva perché ricuce ciò che la ragione tagliente divide. E c’è Kierkegaard che mi ripete che la vita si capisce all’indietro ma si vive in avanti. Dunque non possiamo vivere per riassunti. Dobbiamo vivere per salti. Per decisioni. Per attimi.
E proprio per questo non accetto la leggerezza. Non quella che confonde la levità con la superficialità. Non accetto il relativo, quel “dipende” che è la codardia vestita da tolleranza. Non accetto la fragilità del pensiero. E tanto meno accetto il pensiero debole. Un pensiero debole è un pensiero che ha paura. Ha paura del metafisico, ha paura dell’assoluto, ha paura di dire questo è bene e questo è male. Si nasconde dietro il pluralismo per non scegliere. Ma la verità non è plurale come i gusti del gelato. La verità ferisce. La verità unisce. La verità chiede. E il pensiero, per essere pensiero, deve essere forte. Deve reggere il tragico. Abbiamo il coraggio di sopportare il tragico? Se la risposta è no, allora restiamo bambini che chiedono favole la sera.
La filosofia vera non consola. Sveglia. Non propone sistemi. Propone testimonianze. Frammenti. Giorni. Come si fa quando si scrive una lettera da un paese dell’anima. Perché un paese non si guarda dall’alto. Si guarda dall’interno. E il suo interno è un cammino d’anime. Cosa fare allora? Non serve un manifesto. Servono gesti semplici e ostinati. Serve ascoltare prima di parlare, perché la pedagogia dell’ascolto è l’unica pedagogia che salva una comunità. Serve ricordare, perché la memoria non è nostalgia. La memoria è giustizia. È dire ai giovani che non vengono dal nulla, che vengono da Brettii, da Greci, da Romani, da Spagnoli, da Albanesi, che le loro radici sono intreccio e non linea. Serve decidere, finché è possibile decidere, perché l’attimo è il mosaico più importante e naturale del tutto.
Serve abitare. Abitare un paese, abitare una casa, abitare un corpo. Non attraversarli. Abitarli con il coraggio della devozione. Serve pensare metafisicamente. Ogni pietra rimanda oltre se stessa. Ogni uomo rimanda oltre se stesso. Un popolo senza pietre è un popolo senza volto. Un uomo senza verticale è un uomo che cade. Sempre.
Sì, la verità è marea e la marea fa nubifragio. Sì, viviamo tra rovine e farneticazioni. Sì, abbiamo perso istanti e raccolto macerie. Ma la pietra resta. Resta la pietra del Castello che guarda in alto e guarda la comunità. Resta la pietra della parola detta con rispetto, una parola in più e non una in meno. Resta la pietra dell’istante vissuto fino in fondo e non consumato in fretta.
Alla fine l’unica scelta che ci resta è questa: non attraversare l’esistenza. Abitarla. Abitarla con pazienza, con amore, con armonia. Abitarla sapendo che non è sistema, è destino e mistero. Abitarla sapendo che tutto passa ma niente si perde davvero, perché chi perde è stato sempre un perduto tra le ombre e la rugiada.
Il resto è distrazione. Il resto è distruzione. Il resto è macerie. Noi invece siamo fatti di istanti irripetibili. E un istante, se lo abiti fino in fondo, vale una vita intera. Bisogna starci in un istante. Perché è l’istante che ci permette di custodire quel tempo che si riduce on un piccolissimo frammento. Nel quale l’esistere è una dimensione che raccoglie il vissuto e non lo perde perché nel momento in cui comincia a sgretolarsi tutto si fa cenere che il destino consegna al vento.
