AgenPress. Ratko Mladić, l’ex comandante militare serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sarà sepolto con tutti gli onori militari e di Stato che la Serbia ritiene gli spettino. Ad annunciarlo è stato il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic, intervenuto venerdì 28 agosto all’emittente locale K1.
«È certo che il generale Mladić riceverà tutti gli onori militari e statali che gli spettano», ha dichiarato Vujic, precisando che Belgrado attende dalle autorità dell’Aia indicazioni sui tempi e sulle modalità per il trasferimento della salma. Il ministro ha aggiunto che la Serbia è pronta a inviare una delegazione nei Paesi Bassi per occuparsi delle procedure necessarie.
La decisione arriva appena un giorno dopo la morte di Mladić, avvenuta giovedì 27 agosto all’Aia, dove l’ex generale stava scontando una condanna all’ergastolo. Aveva 84 anni ed era gravemente malato da tempo. Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si erano ulteriormente aggravate, anche a causa di diversi ictus; le richieste serbe di un rilascio per motivi umanitari erano state respinte, con le autorità giudiziarie internazionali che avevano ritenuto adeguate le cure palliative ricevute in detenzione.
Nella storia recente dei Balcani, Mladić è diventato uno dei simboli più controversi e tragici della guerra in Bosnia. Comandante dell’esercito della Republika Srpska durante il conflitto del 1992-1995, fu tra i principali responsabili militari delle operazioni contro le popolazioni bosgnacche e croate.
Il suo nome è legato soprattutto al massacro di Srebrenica del luglio 1995. Più di 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono uccisi dalle forze serbo-bosniache dopo la caduta dell’enclave, che era stata dichiarata «area protetta» dalle Nazioni Unite. Il massacro è stato riconosciuto come genocidio dai tribunali internazionali ed è considerato una delle peggiori atrocità commesse in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Mladić fu inoltre riconosciuto responsabile di gravi crimini commessi durante l’assedio di Sarajevo, una delle campagne militari più drammatiche della guerra bosniaca. Il conflitto provocò circa 100.000 morti e oltre due milioni di persone furono costrette a lasciare le proprie case.
Dopo la fine della guerra, Mladić rimase per anni alla macchia. Ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, riuscì a sottrarsi alla cattura per circa sedici anni, fino all’arresto avvenuto in Serbia nel 2011.
Nel 2017 il tribunale dell’Aia lo condannò all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La condanna fu successivamente confermata in appello nel 2021. Durante il procedimento Mladić continuò a respingere le accuse e non mostrò rimorso per il proprio ruolo nel conflitto.
Per il suo coinvolgimento nelle atrocità, la stampa internazionale lo ha soprannominato il «Macellaio della Bosnia» o il «Macellaio dei Balcani». La sua figura, tuttavia, continua a suscitare reazioni profondamente diverse all’interno della società serba: mentre per le vittime e per la comunità internazionale rappresenta uno dei principali responsabili dei crimini commessi durante la guerra, una parte dei nazionalisti serbi continua a considerarlo un eroe o un difensore del popolo serbo.
È proprio questa frattura sulla memoria della guerra a rendere particolarmente controverso l’annuncio del ministro Vujic. La scelta di garantire a Mladić «tutti gli onori militari e di Stato» rischia infatti di riaprire una questione mai completamente risolta: come conciliare la memoria nazionale serba con le sentenze dei tribunali internazionali e con la memoria delle migliaia di vittime della guerra bosniaca.
L’annuncio di Belgrado arriva mentre in Bosnia e nel resto dei Balcani le reazioni alla morte dell’ex generale sottolineano soprattutto la necessità di preservare la memoria di Srebrenica e di impedire la glorificazione dei responsabili dei crimini. Anche il segretario generale dell’ONU António Guterres ha ribadito, dopo la morte di Mladić, il sostegno alle vittime del genocidio e l’importanza di contrastare la negazione dei crimini.
La morte di Mladić chiude così un lungo capitolo giudiziario, ma non quello della memoria. Per le vittime di Srebrenica e per migliaia di famiglie ancora segnate dalla guerra, il problema non è più la sorte giudiziaria dell’ex generale, bensì il modo in cui la sua figura verrà ricordata. E la decisione annunciata da Belgrado di tributargli onori militari e di Stato dimostra quanto, a più di trent’anni dall’inizio della guerra in Bosnia, quella battaglia sulla memoria sia tutt’altro che conclusa.
