AgenPress. Vi scrivo con immensa stima.
Vi scrivo come si scrive a chi resiste. Perché voi state resistendo a tutto. Siete sempre in trincea. In un tempo che ha fatto della scuola un ufficio di grovigli di competenze, un’agenzia di servizi, un erogatore di crediti, voi continuate a stare in aula e a credere che la scuola sia ancora un luogo antropologico prima che didattico. Vi rende onore.
Siete riferimenti certi. E lo dico con il peso che ha la parola riferimento. Riferimento non è una funzione. È una presenza. La vostra presenza in classe è un atto in cui la scuola non è soltanto istruzione ma è vita che si fa forma. È l’atto fondativo. E atto di testimonianza umana.
Conosco molti di voi. Vengo da una famiglia che ha avuto docenti di ogni ordine e grado. Mia sorella Giulia è stata un’insegnante che ha studiato la Montessori e Piaget. Ho ritrovato tra i miei libri che custodisco nella casa di Calabria molti testi studiati da mia sorella, ben sottolineati e annotati ai bordi delle pagine.
Io vengo da un Liceo di frontiera, che mi ha formato. Il Liceo Scorza di Spezzano Albanese, sezione staccata del Liceo di Cosenza. Lì ho imparato cosa vuol dire riferimento certo. Lì ho avuto la professoressa Ceci, bella professoressa di Italiano. Bella di parola e di presenza. E il professore di Storia Angelo Bruni di Cosenza. Da loro ho imparato che insegnare non è mestiere, è missione. E quel Liceo di frontiera mi resta come punto di riferimento da cui traggo ancora riflessione.
Oggi la pedagogia contemporanea ha smarrito questa verità elementare, ma Jean Piaget, amato da mia sorella, che è padre della psicologia dell’età evolutiva, ricordava una cosa semplice e radicale: “Lo scopo principale dell’educazione nelle scuole dovrebbe essere quello di creare uomini e donne capaci di fare cose nuove, non semplicemente di ripetere ciò che le altre generazioni hanno fatto”. Voi siete chiamati a questo: non a ripetere programmi, ma a generare uomini nuovi. Uomini capaci di pensiero proprio. E questo non si fa con le slide, si fa con la testimonianza che diventa valore. Come faceva la Ceci quando leggeva Dante. Come faceva Angelo Bruni quando faceva vivere la Storia.
Voi portate la vostra esperienza e la vostra testimonianza come donne e come uomini ponendola al servizio di una generazione che ha sete di conoscere. E qui sta il nodo antropologico. L’educazione non è trasmissione di nozioni, è iniziazione. Lo sapeva bene Henri Breuil, il grande antropologo che scoprì l’arte delle caverne, quando scriveva che “La prima aula dell’umanità è stata una caverna dipinta, dove l’uomo ha imparato guardando”. La scuola è quella caverna. È il luogo dove l’uomo impara guardando un altro uomo. Il ragazzo impara guardando voi. Non guardando il libro. Guardando come voi guardate il libro. Come voi amate una parola. Come voi vi emozionate davanti a Leopardi. E questo avviene nelle scuole di ogni ordine e grado. Chi meglio di voi può conoscere i ragazzi e i giovani.
Per questo la vostra età, la vostra storia, il vostro essere madri e padri non è un incidente biografico, è pedagogia. Sì, pedagogia applicata sul campo. Ma dico di più: fate la pedagogia reale. Cercate sempre di essere punti fermi anche madri come padri come persone che hanno un passato di una generazione diversa. Oggi vi impongono di essere facilitatori, coach, animatori. È la distruzione dell’autorità intesa come augere, far crescere. Il ragazzo non ha bisogno di un facilitatore, che facilita tutto e non insegna nulla. Ha bisogno di un padre che indica la via e di una madre che custodisce. Ha bisogno di qualcuno che gli dica: io vengo da un’altra generazione e ti porto il suo lascito, ti porto la fatica di chi è venuto prima di te. Questa fatica non è mestiere. È missione. Certo non tutti di voi hanno una vocazione precisa. E questi dovrebbero trovare certamente un altro lavoro.
Ma so anche che questa fatica si scontra con una struttura sociale che la scuola spesso nasconde e non rivela. Pierre Bourdieu, che è stato il più lucido sociologo dell’educazione del Novecento, ha scritto una frase che deve essere meditata da ogni docente senza ipocrisie: “La scuola trasforma il privilegio in merito”. È vero. La scuola spesso legittima le disuguaglianze facendole passare per meriti. Il figlio che ha i libri in casa appare più meritevole del figlio che non li ha. Voi siete l’unico argine a questa menzogna. Voi siete quelli che possono rompere la trasformazione del privilegio in merito, perché voi potete dare a chi non ha libri la passione per i libri. Potete dare a chi non ha parole la parola. Siete l’unico luogo di uguaglianza reale che resta in questa Repubblica. Portate la cultura tra gli adolescenti e i più adulti. Siete la garanzia di una Nazione migliore.
E come si fa a dare la parola? Non preparando alla vita, ma vivendo la vita dentro l’aula. Jerome Bruner, maestro della psicologia culturale, scriveva una verità che Gentile avrebbe sottoscritto: “L’educazione non è semplicemente una preparazione alla vita: l’educazione è la vita stessa nel suo svolgersi”. Quando voi spiegate Dante, non state preparando alla vita, state facendo vivere Dante in quell’istante. Quando correggete un tema, non state preparando alla vita, state facendo vivere il giudizio, il discernimento, la responsabilità della parola. L’educazione è già vita. Non è domani. È oggi. È adesso, mentre voi parlate. Lo so che non tutti lo fanno o hanno la capacità di farlo. Ma i docenti che conosco dal Sud al Nord sono capaci e missionari di cultura. Come lo erano Ceci e Bruni a Spezzano Albanese. La prof. Ceci mi ha dato il senso vero della lingua italiana letteraria. Il prof. Bruni mi ha fatto capire l’importanza della ricerca e delle fonti storiche reali.
Viviamo però un oggi che non è più ieri. Margaret Mead, la grande antropologa che ha studiato il passaggio tra le generazioni, ha scritto una frase che spiega il nostro smarrimento: “Nel passato il futuro era una ripetizione del passato; oggi il futuro è sconosciuto”. Prima il figlio faceva il mestiere del padre. Prima la scuola ripeteva il passato. Oggi il futuro è sconosciuto. I vostri alunni vivranno in un mondo che voi non potete immaginare, con lavori che non esistono, con linguaggi che non conoscete. Allora cosa resta? Se il futuro è sconosciuto, cosa insegniamo? Insegniamo la capacità di abitare l’ignoto. E la capacità di abitare l’ignoto non è competenza digitale, è struttura morale. È avere una radice così profonda da poter affrontare qualsiasi vento. È avere un centro. Ecco allora il punto di riferimento. Non avete orari e non timbrate il cartellino. Ci siete sempre. In presenza o raggiungibili sempre.
Il centro è la persona.
Dunque…
La persona è centro.
Giovanni Gentile diceva: “La scuola è la scuola e non può essere altro che la scuola”. Voleva dire: non chiedete alla scuola di fare l’azienda, di fare il centro di assistenza sociale. Chiedetele di essere scuola. E la scuola è il luogo dove una persona incontra un’altra persona per trasmettere il fuoco. È anche bellezza della contaminazione. Ecco dunque una scuola comparata. Una scuola non del sapere soltanto ma delle conoscenze.
Werner Jaeger, nella Paideia, ricordava: “Ogni educazione è l’immagine dell’uomo che un’epoca porta in sé come ideale”. Che immagine portiamo noi? Se insegniamo solo competenze, portiamo l’immagine dell’uomo utente. Se insegniamo solo abilità, portiamo l’immagine dell’uomo funzione. Voi dovete portare l’immagine dell’uomo verticale. L’uomo che sa stare in piedi. L’uomo che sa dire io sono. L’uomo che ha una interiorità. Ovvero una vera metafisica.
Simone Weil scriveva: “L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”. L’attenzione è la vostra pedagogia più alta. Attenzione al ragazzo lento. Attenzione al ragazzo che tace. Attenzione al ragazzo che provoca perché ha bisogno di essere visto. L’attenzione non è una tecnica didattica, è una virtù filosofica. È saper capire.
Francesco De Sanctis diceva: “La scuola, se non è tempio, è taverna”. Oggi la vogliono taverna, luogo di consumo veloce. Voi fatene tempio. Tempio non vuol dire luogo triste, vuol dire luogo sacro. Dove la parola ha peso. Dove il silenzio ha peso. Dove un verso di Leopardi pesa più di mille chat. L’attrazione è un saper attrarre alla vita oltre il nichilismo.
So che siete stanchi. So che siete soli. So che lo stipendio vi offende. So che le carte vi soffocano. Ma vi dico: quando chiudete la porta dell’aula, la scuola comincia. Non comincia con la campanella, comincia con voi. Siete voi l’inizio. Siete voi il fondamento di senso. Siete voi coloro che educano alla prospettiva.
Siate severi, perché la severità è amore che esige. Siate esigenti, perché l’esigenza è rispetto per l’intelligenza del ragazzo. Siate colti, perché la cultura è l’unica forma di libertà che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare. Siate sempre voi stessi con la vostra cultura e il vostro cuore.
Io sto con voi. Non sto con chi non vi comprende. Sto con voi che ogni mattina, da nord a sud, in una scuola di periferia o in un liceo del centro, aprite un libro e dite: ricominciamo. Ogni giorno si ricomincia perché i giovani devono imparare a ricominciare sempre.
Siete riferimenti certi. La vostra presenza è un atto in cui la scuola non è soltanto istruzione ma vita. La vita, quando è vera, non si omologa. Mai. Tra i miei docenti delle Medie e del Liceo, non tutti certamente, ho imparato la funzione della cultura e nelle mie ribellioni ancora oggi mi restano come punto di riferimento dai quali traggo riflessione. Allora era un’altra epoca. Le epoche mutano e anche noi diventiamo pazienti e in attesa.
Cari docenti.
Non smettete mai di portare la vita nelle aule perché i ragazzi di oggi hanno bisogno di testimonianze vere. Testimonianze adulte. Fatelo sempre con serenità e con l’anima perché i ragazzi capiscono. È da qui che si formano la nuova scuola e con essa la nuova pedagogia dell’uomo. Per un uomo che sappia confrontarsi sulla memoria e su ciò che è stato il passato sempre escludendo ogni forma di ideologia perché il male più beffardo è stato quello di riempire la cultura di ideologie. Cercate di essere sempre vigili e severi. Da qui nasce il vero sorriso e la vera accoglienza. Restate in trincea. Preparate il fronte. Metafore che oggi hanno un senso, uso una parola forte, ermeneutico metafisico e epistemologico.
Pierfranco Bruni
