AgenPress. La notte della Befana, per tradizione, porta desideri, promesse, simboli. Ma è anche la giornata che segna la fine delle festività natalizie, quelle che per i professionisti sanitari italiani, di fatto, da Nord a Sud, nell’eterna e irrisolta emergenza delle corsie, non sono mai iniziate.
Negli ospedali la realtà è amaramente sempre la stessa e diventa sempre più drammatica di giorno in giorno: turni che si allungano, organici ridotti, stanchezza accumulata e la sensazione che la sanità pubblica continui a chiedere sempre di più a chi la tiene in piedi — senza restituire abbastanza in termini di tutele, retribuzioni e organizzazione.
Per il COINA – Sindacato delle Professioni Sanitarie – questa non è una fotografia stagionale. È una cartina tornasole di problemi strutturali che se continueranno a essere ignorati condurranno ad un vero e proprio collasso della sanità.
Il segretario nazionale del COINA Marco Ceccarelli riflette con amarezza: «La Befana può anche portare dolci o carbone. A chi lavora in corsia servono invece cose concrete: stipendi adeguati, turni umani, organizzazione, sicurezza, valorizzazione vera.
Non sono regali. Sono condizioni minime doverose per garantire cure sicure e professioni rispettate.»
Stipendi: il paradosso di chi regge il sistema ma non è riconosciuto
Dietro l’immagine della festa c’è una contraddizione che pesa. Molti professionisti sanitari reggono reparti interi, affrontano notti, pronto soccorso affollati, responsabilità complesse — eppure si trovano retribuiti meno rispetto a colleghi europei con ruoli analoghi e a mansioni che richiedono meno competenze.
Ceccarelli è netto: «Non possiamo continuare a parlare di eroi e poi pagare le persone come se fossero sostituibili. Chiediamo un percorso serio per avvicinare le retribuzioni agli standard europei, con aumenti strutturali e indennità coerenti con il rischio, i turni e le competenze richieste. Altrimenti formiamo professionisti che, legittimamente, vanno a lavorare altrove. Siamo di fronte ad un vero harakiri»
Adeguare i salari significa fermare l’emorragia di competenze, non incentivi simbolici destinati a svanire.
Turnover: basta “coprire i buchi”, serve programmazione vera
Se ogni ricorrenza assomiglia alle altre, anno dopo anno, è perché l’organizzazione non cambia.
Rientri improvvisi, straordinari che diventano la norma, spostamenti continui tra reparti: una gestione di emergenza permanente che logora le persone e mette a rischio la qualità dell’assistenza.
«Il personale non può essere trattato come una variabile d’emergenza» spiega Ceccarelli.
«Servono piani assunzionali pluriennali, sostituzioni tempestive quando qualcuno va via, stabilizzazioni dove c’è precarietà.
Il turnover va programmato: se lo rincorri, sei sempre in ritardo — e in corsia il ritardo lo pagano tutti.»
Programmare significa anche misurare fabbisogni, investire sulla formazione e garantire continuità dei team, indispensabile per lavorare bene e in sicurezza.
Valorizzazione economica e professionale: uscire dalla logica del demansionamento
Un altro “desiderio” che resta spesso nel cassetto riguarda il riconoscimento delle competenze.
In troppe realtà, professionisti altamente formati vengono utilizzati per compiti che non corrispondono pienamente al loro profilo, senza adeguato riconoscimento economico e senza prospettive di crescita.
Ceccarelli tocca un nervo scoperto:
«Il demansionamento è una ferita aperta. Chi ha studiato, si aggiorna, gestisce processi complessi e assiste pazienti fragili deve vedere riconosciuto quel valore — sul piano professionale e su quello economico.
Percorsi di carriera chiari, formazione valorizzata, responsabilità pagate: è il minimo.»
Valorizzare non significa solo “dire grazie”. Significa investire davvero sulla professionalità, perché da quella dipende la sicurezza dei cittadini.
Sicurezza e carichi: la dignità di lavorare senza paura e senza logorarsi
La Befana, per molti, è una giornata simbolica. Per chi lavora in sanità è solo l’ennesima notte, l’ennesimo turno pieno, l’ennesima tensione.
Non si parla solo di fatica: si parla di sicurezza.
«Chi cura non può trovarsi a gestire aggressioni, sovraffollamento e stress continuo come fossero “normali”» avverte Ceccarelli.
«Garantire ambienti vigilati, protocolli chiari, pause reali e carichi sostenibili non è un lusso: è prevenzione del rischio clinico.»
Quando il personale lavora al limite, crescono gli errori, cala la lucidità, soffrono operatori e pazienti.
È una verità semplice, ma spesso ignorata.
Burocrazia che ruba tempo alla cura: innovazione sì, complicazioni no
C’è poi il tema di ciò che porta via tempo senza aggiungere valore.
Procedure ripetitive, firme su firme, piattaforme che non dialogano tra loro: minuti sottratti alla relazione con i pazienti e compressi in un’attività che consuma energie.
«Ogni passaggio inutile è tempo tolto all’assistenza» sottolinea il segretario COINA.
«L’innovazione deve semplificare: sistemi integrati, processi chiari, meno duplicazioni.
Restituire tempo alla cura è una delle riforme più concrete che possiamo fare.»
Un contratto dedicato: un obiettivo che non può attendere
Per il COINA, uno dei nodi centrali è il riconoscimento pieno delle professioni sanitarie dell’area non medica attraverso un contratto dedicato, chiaro e specifico.
Le responsabilità cliniche, l’autonomia operativa, la complessità organizzativa e il peso crescente del lavoro non possono essere compressi in schemi contrattuali generici.
«Un contratto dedicato — spiega Ceccarelli — significa carriere definite, indennità coerenti, tutele certe e percorsi di crescita legati alle competenze.
Vuol dire uscire dalla logica della “categoria residuale” e affermare con chiarezza che queste professioni sono pilastri del sistema sanitario.»
Per il sindacato, questo passaggio è essenziale anche per ridurre contenziosi, combattere il demansionamento e rendere più trasparenti ruoli e responsabilità.
Non è un privilegio: è una misura di giustizia professionale e, soprattutto, di sicurezza per i cittadini.
L’ironia amara della Befana: sogni semplici, risposte troppo complicate
La Befana, in fondo, racconta bene questo paradosso:
chi lavora in corsia non chiede miracoli, non pretende privilegi, non rincorre promesse impossibili.
Chiede cose semplici e decisive: salari giusti, organizzazione stabile, rispetto per le competenze, possibilità di fermarsi senza sentirsi in colpa, strumenti per lavorare in sicurezza.
«Il vero carbone — se dobbiamo usare la metafora — non è per gli operatori» conclude Ceccarelli.
«È per le scelte rinviate: retribuzioni ferme, turnover improvvisato, demansionamento, burocrazia che soffoca.
Noi continuiamo a fare la nostra parte.
Ora servono politiche chiare, tempi certi e responsabilità: perché senza chi lavora, la sanità non regge.»
