AgenPress. Un punto sulle criticità strutturali gravi e non più rinviabili che secondo l’Unione nazionale ambulatori e poliambulatori (Uap) stanno indebolendo il Servizio sanitario nazionale: oggi alla Club hous di piazza Monte Citorio, la presidente di Uap, Mariastella Giorlandino, ha spiegato che “il servizio sanitario nazionale sta perdendo coerenza, perché a prestazioni sanitarie uguali vengono oggi applicate regole diverse, con un abbassamento delle garanzie per i cittadini”. In un incontro, moderato da Filippo Caleri del quotidiano “Il tempo”, sono stati tre i nodi affrontati. “Il primo – si legge in una nota – riguarda il nomenclatore tariffario, che remunera le prestazioni sanitarie con tariffe sottocosto, già giudicate illegittime dal Tar del Lazio. Tariffe che non coprono i costi reali e che producono effetti concreti: meno prestazioni disponibili, liste di attesa più lunghe, deficit crescenti per le aziende sanitarie pubbliche, soprattutto nelle Regioni in piano di rientro. Un sistema che non risparmia, ma scarica i costi sui cittadini. Il secondo nodo è la farmacia dei servizi, che introduce prestazioni sanitarie in deroga ai requisiti di qualità, sicurezza e professionalità previsti per le strutture sanitarie. Non è la prestazione il problema, ma l’asimmetria delle regole: se il paziente è lo stesso, le garanzie devono essere le stesse, ovunque la prestazione venga erogata”.
“Il terzo tema – prosegue la nota – riguarda il riordino della rete dei laboratori di analisi, avviato senza criteri chiari e condivisi, con il rischio di indebolire la diagnostica di prossimità. Le analisi di laboratorio sono la prestazione sanitaria più frequente per i cittadini: colpirle significa allontanare il servizio sanitario nazionale dal territorio”. All’incontro hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici, alla luce della persistente indisponibilità al confronto concreto sinora dimostrata, nonostante ripetute sollecitazioni.
Sono quindi intervenuti importanti associati di Uap. Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici (Omceo), ha rappresentato “l’importanza della responsabilità medica nella diagnostica. Per questo serve la competenza medica in certe scelte. La professionalità non si crea per legge. E le professionalità non vanno lasciate emigrare. Manca un piano sanitario nazionale che sancisca regole uniformi”
Per Luca Marino, vicepresidente della sezione Sanità di Unindustria, “la validità del modello italiano è basata sulla integrazione pubblico-privato. Per questo non si capiscono i recenti interventi legislativi fuori contesto” Apprezzabili i provvedimenti per la riduzione delle liste d’attesa e per una migliore programmazione. Ma il taglio delle tariffe del nomenclatore va in controtendenza e minaccia la sostenibilità del sistema. Anche le nuove norme sulla farmacia dei servizi sono fuori contesto e non rispondono alla logica della programmazione: un conto sono le esigenze delle zone rurali, altro i centri urbani. Serve una programmazione generale con requisiti comuni. Altrimenti c’è un rischio salute”.
Foad Aodi, presidente Amsi, ha rammentato che “diagnosi e cura sono esclusive dei medici. In molti paesi esteri il ruolo della farmacia-presidio è riconosciuto. Ma qui lo si sta disciplinando senza rispetto per i medici. Molti medici emigrano perché non si sentono valorizzati”.
Per Elisa Interlandi di Anmed, “il modo in cui si sta operando il riordino della rete dei laboratori di analisi, sta obbligando le strutture alla soglia minima delle 200 mila prestazioni senza alcuna copertura finanziaria adeguata. Mancano criteri chiari. È paradossale assistere al trasferimento della diagnostica in strutture prive di requisiti e senza competenze. Così si smantella la attività di laboratorio: la fase analitica dei prelievi andrà fatta altrove. Spesso, accorpare, fare economia di scala trasferendo l’analisi a strutture comuni, può allungare i tempi dell’analisi. E si favoriscono i grandi gruppi”.
Antonella Blasi di Anisap, ha puntualizzato che “la struttura privata accreditata è parte integrante del Ssn. Circa il riordino della rete dei laboratori, nel 2011 sono state emanate linee guida, che però oggi vengono prese come una norma (nonostante i chiarimenti anche giurisdizionali intervenuti). Il limite delle 200.000 prestazioni è illogico. È necessario considerare anche il prelievo venoso come prestazione sanitaria ai fini della soglia delle 200.00 prestazioni. Ci sono soluzioni che si possono esplorare. La farmacia non può sostituire i laboratori di analisi. Paradosso: il farmacista eroga prestazioni in telemedicina che vanno repertate da sanitari che operano nelle strutture accreditate”.
Per Ezio Polizzi di Aspat Campania, “molte prestazioni sono svolte da soggetti accreditati per una scelta razionale della sanità pubblica che sapeva di non poterli erogare con adeguata qualità. Il neopresidente della Regione Campania ha esordito dicendo che andrebbe smantellata la sanità privata. Ci dica quale sia la soluzione alternativa. Siamo pronti a collaborare per la risoluzione delle problematiche che riguardano le tariffe e le reti di laboratori”.
Elisabetta Argenziano, presidente nazionale Federbiologi, ha denunciato le distorsioni del cosiddetto “federalismo sanitario. La massificazione delle analisi, esasperando il modello del hub and spoke – ha detto – non fa conseguire efficienza. Questi provvedimenti legislativi recenti non sono rispettosi del paziente come persona, di tutti i dipendenti delle strutture laboratoristiche, sotto la minaccia continua di perdita del posto di lavoro. Non assicurano spesso, con il trasporto di prelievi, la qualità del valore laboratoristico. Il risultato di un’analisi di laboratorio deve essere utile e corretto. Utile perché porta o contribuisce alla definizione di una diagnosi e corretto perché supportato da un controllo di qualità esterno ed interno obbligatorio in ogni struttura laboratoristica accreditata italiana”.
Mentre Alessandro Todaro di Confesercenti Sanità ha rappresentato “come il gruppo interparlamentare (composto da parlamentari di vari gruppi) per lo sviluppo del Sud, aree fragili e isole minori possa essere un interlocutore. Come si può parlare di medicina di prossimità e poi chiudere i laboratori di analisi? Perché non prevedere uno sciopero bianco? Vengano la stampa ed i politici a visitare le strutture accreditate”, ha osservato.
Leonardo Di Maggio di Federcardio, ha sottolineato che le tariffe sottocosto sono “così illogiche da mortificare la dignità professionale del cardiologo e di chi altri opera nelle strutture cardiologiche. Un esempio: la visita cardiologica di controllo, incluso elettrocardiogramma, in base al nomenclatore vigente vale 17,90 euro. Senza Ecg, la visita di controllo vale solo 6,30 euro. Queste mortificazioni non sono più tollerabili. Federcardio chiede una convocazione urgente al Ministero della salute ed alla regione Campania, per trovare soluzioni tali da restituire il giusto rispetto e la giusta dignità ai medici specialisti in cardiologia”.
In chiusura, la presidente Uap Giorlandino ha annunciato azioni giudiziarie, anche di natura risarcitoria, per i danni subiti da un nomenclatore inadeguato: “La sanità non è un servizio a discount”, ha detto.
Da Uap infine hanno ribadito che la questione “non è pubblico contro privato, bensì regole uguali per prestazioni sanitarie uguali. Difendere il Servizio sanitario nazionale significa difendere i cittadini, il diritto alla salute e la qualità delle cure. Il percorso di mobilitazione proseguirà con la manifestazione nazionale del 14 marzo, per riportare al centro del dibattito pubblico la coerenza del sistema sanitario e la tutela effettiva dei pazienti. Stesse prestazioni devono significare stesse regole. La sanità non è un mercato. È un diritto”.
Agenzia Nova
