AgenPress. Discutere sulle macerie della modernità implica sempre una riflessione sull’uomo e sul tempo. “Ciòran. In tragico di utopia” di Pierfranco Bruni, Solfanelli editore, è un saggio che si racconta. Non è un romanzo comunque. È un testo di lettura ravvicinata. Bruni non racconta una vita. Interroga una forma di pensiero. Il saggio si muove tra filosofia, letteratura e antropologia religiosa. È compatto. È unitario. Non digressione, ma linea.
Già il titolo propone una chiave ermeneutica. Tragico e utopia coesistono. Il tragico traccia un metodo con una lucidità senza pace. È una frase che funziona come lapide. L’utopia è assenza in cui l’ideale negato ritorna come mancanza. In Cioran l’utopia non è un progetto. È una ferita. È ciò che manca e per questo orienta. Quale è lo stile di Cioran secondo Bruni? Bruni definisce la prosa cioraniana scultorea: «Ogni frase è lapide. Ogni lapide è epigrafe dell’uomo». Cioran è uno scettico che vorrebbe credere. Solitario per metafisica, non per misantropia.
La tensione è costante. La logica dice: tutto passa. La poesia risponde: ma il passare è eterno. Cioran non concilia. Mantiene il contrasto. Per questo lo stile resta secco, affilato, senza ornamento. Si avverte una religione impossibile. Il centro del saggio è questo: Cioran è spirito religioso senza religione: «Bisogna pensare a Dio e non alla religione, all’estasi e non alla mistica».Bruni lo indica come sommo sacerdote di una religione impossibile. La sua messa nera dell’assurdo non è negazione. È confronto. «Cioran non temette Dio: lo affrontò. E affrontandolo, lo onorò più di molti credenti» scrive Pierfranco Bruni. Perchè l’eresia di Cioran è il rifiuto della consolazione.
Si vive l’esilio come una condizione. Infatti Bruni inserisce Cioran nella costellazione che porti i nomi di Eliade, Ionesco, Horia, Zambrano. L’esilio è esistenzialità del vivere. È passaggio tra labirinto ed erranza. Cioran non ha terra politica. Ha macerie. E le macerie, se abitate, diventano tempio. Il fallimento, se attraversato, diventa conoscenza. Nel saggio Bruni ha inserito un coro critico. Convoca tre letture: Gianfranceschi, Ceronetti, Steiner. Gianfranceschi: Cioran umorista tragico, «non ho mai letto libri più divertenti». Ceronetti: «Buon Esculapio del Sesto Arrondissement», veggente del disumano. Steiner: «minacciosa faciloneria». Bruni non arbitra. Espone. Perché Cioran è oracolo e lacerazione insieme.
Il lavoro di Bruni presenta diverse meriti importanti. Infatti crive con misura mediterranea in cui Camus è fondamento. Non mitizza. Non attenua. Il saggio è molto denso. Ogni capitolo è uno scavo. Ogni pagina è una epigrafe. La formula finale è precisa: «Leggere Cioran è importante. Stare in compagnia della sua ombra anche dopo aver scritto un libro è necessario». In tragico di utopia” è un libro serio perché non chiede adesione. Chiede attenzione. Mostra Cioran come pensatore del limite. Un limite che non si oltrepassa. Si abita. E abitando quel limite, il lettore si riconosce: solo, lucido, tragico, vivo. È un libro che tocca. Misurato e tagliente. Un gioiello nella letteratura su Cioran e anche cioraniana. È certo che si tratta di un libro implacabile e impeccabile.
Chiara Del Bosco
