AgenPress. Ogni grande svolta della storia ha ampliato le possibilità dell’uomo. Il fuoco, la stampa, il motore a vapore, l’elettricità, internet, tutte rivoluzioni che hanno accresciuto la nostra capacità di costruire, comunicare, produrre.
L’intelligenza artificiale avrà molto probabilmente un impatto della stessa portata sulla storia, secondo me anche superiore in alcuni casi, ma rappresenta qualcosa di diverso. Perché per la prima volta non ci troviamo semplicemente di fronte a uno strumento che amplifica le capacità dell’uomo; ci troviamo di fronte a uno strumento capace di sostituire alcune delle funzioni più proprie dell’essere umano: la produzione della conoscenza, la capacità di decidere, la creazione di contenuti.
Se la politica, se i corpi intermedi, se chi è ha responsabilità in questa Nazione e non solo, decide di sottovalutare le responsabilità che ha di fronte a una rivoluzione di questa portata, di fatto rinunciare a governare la tecnologia per finire a essere governati da quella tecnologia.
Vi cito tre rischi.
Il primo rischio riguarda la verità. Quando un sistema di AI produce un testo perfetto, coerente, convincente, ma inventato, chi è in grado di riconoscerlo? Non il cittadino comune. Non il giornalista. Non il tribunale.
La democrazia funziona perché esiste un accordo minimo su cosa sia un fatto, su chi abbia il diritto di attestarlo, su dove ci si possa rivolgere per contestarlo. Quando quelle certezze vengono meno, non è semplicemente l’informazione a essere in pericolo: è la base comune di realtà che ci consente di discutere razionalmente dei problemi, e di governarli. Vivere in un mondo nel quale non si distingue più cosa sia vero da cosa sia falso è semplicemente rinunciare alla base della democrazia. Perché l’opinione non la genera chi sei, cosa dici e fai, ma quello che chi detiene il controllo della tecnologia decide di dire che sei, fai e dici. Per questo la trasparenza e la tracciabilità, battaglia che stiamo conducendo, dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale non sono un tema tecnico: sono una condizione per la tenuta delle nostre democrazie.
Il secondo rischio riguarda ovviamente il lavoro. Ogni rivoluzione industriale ha sostituito lavoro, ma si è trattato quasi sempre di lavoro fisico. Oggi no, oggi è l’intelletto a essere sostituito. Così, l’intelligenza artificiale rischia di colpire soprattutto le professioni cognitive, quelle competenze che rendono l’uomo indispensabile in ogni processo, quelle sulle quali si è costruita la forza della nostra classe media. Formare nuove competenze sarà indispensabile, ma sarebbe illusorio pensare che il solo reskilling possa risolvere ogni problema. E dovremo interrogarci su come garantire che la ricchezza continui a essere distribuita, su come preservare il valore sociale del lavoro, che non è soltanto una fonte di reddito, ma è anche dignità, identità e partecipazione alla vita della comunità. Perché il rischio di milioni di persone espunte dal mercato del lavoro, e di una ricchezza sempre più verticalizzata, concentrata e sempre più immensa, purtroppo, è reale.
E poi, e di questo si parla pochissimo, c’è la questione della responsabilità. Oggi stiamo passando da strumenti che rispondono a comandi, ad agenti intelligenti capaci di pianificare e agire con sempre maggiore autonomia. Significa che l’intelligenza artificiale non smette di lavorare quando tu smetti di dargli gli input, continua a lavorare per centrare l’obiettivo che tu gli hai dato, coinvolgendo altri agenti e tutti i limiti che non gli sono stati specificati, sono limiti che non ha. Ma in uno Stato di diritto non può esistere un potere senza responsabilità. Se una decisione presa da un sistema di intelligenza artificiale produce un danno, deve essere sempre possibile individuare un responsabile umano. E ve lo dico perché è un tema che io ho posto ai principali amministratori delegati delle società di AI e ai miei omologhi del G7 e che intendo tornare a porre. Purtroppo è quello l’ambito in cui queste decisioni e questi dibattiti vanno portati. Perché se noi scegliessimo semplicemente di iper regolamentare e di dare queste risposte a livello nazionale probabilmente non otterremmo niente. Otterremmo lo sviluppo dell’AI fuori dai nostri confini nazionali e problemi che non avremmo comunque risolto.
Dopo avervi terrorizzato, sono convinta che il vero bivio non sia tra innovazione e regolazione. Il vero bivio è tra un’innovazione che rimane al servizio dell’uomo e un’innovazione che finisce per condizionarlo. La tecnologia deve essere uno strumento della libertà, non un fattore di dipendenza o di concentrazione del potere. Ed è questa la ragione per cui abbiamo bisogno di un autentico umanesimo tecnologico: un modello nel quale il progresso continui ad avere al centro la persona, i suoi diritti, il suo lavoro e la sua dignità. Spero che ci si possa lavorare insieme, voglio dirlo, spero ci si possa lavorare con profondità, a tutti i livelli perché se noi pensiamo di poter affrontare un dibattito sulle domande che io ho cercato di sintetizzarvi con i nostri schemi, con i nostri pregiudizi, con le nostre divisioni preconfezionate, Signori vi comunico che abbiamo già perso. Se riusciamo a farlo con un altro livello di profondità, siamo ancora in grado di fare la nostra parte e di dire la nostra. L’AI può essere uno strumento fondamentale di produttività.
