In occasione della tradizionale Cerimonia del Ventaglio, il rito con il quale l’Associazione Stampa Parlamentare rende omaggio al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle Camere, il Presidente Sergio Mattarella ha pronunciato un intervento di grande spessore istituzionale, offrendo una riflessione sui fondamenti della democrazia, sul ruolo delle istituzioni, sull’Europa, sulla legalità e sulla libertà dell’informazione
AgenPress. La Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana condivide e propone alla riflessione dei propri lettori l’analisi sviluppata da Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato consultivo della Fondazione per la Comunicazione istituzionale, che mette in luce il significato costituzionale e civile del messaggio del Capo dello Stato, evidenziandone la portata quale autentico richiamo ai valori che sorreggono la nostra Repubblica.
Segue l’articolo di Costantino Del Riccio.
L’intervento pronunciato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della tradizionale consegna del Ventaglio costituisce un esercizio di pedagogia costituzionale: un intervento che, pur evitando di entrare nella contesa politica, delinea un quadro di principi destinati a orientare la riflessione pubblica.
L’architettura del discorso si sviluppa attorno a tre livelli connessi: l’ordine internazionale, la qualità della democrazia italiana e le condizioni dell’informazione.
Si tratta di temi riconducibili a un’unica questione: la tenuta delle istituzioni democratiche in un’epoca caratterizzata dall’erosione delle regole condivise.
La parte più significativa del discorso riguarda il ruolo dell’Unione europea. Mattarella riconosce le insufficienze dell’Unione, il deficit decisionale, la necessità di una riforma dei Trattati e definisce “un grave errore” l’abbandono del percorso avviato dalla Conferenza sul futuro dell’Europa.
La critica non conduce allo scetticismo europeo. Al contrario, proprio perché l’ordine multilaterale attraversa una fase di profonda crisi, l’Europa rappresenta l’unica esperienza storica capace di dimostrare che la cooperazione può sostituire la logica della forza.
L’Unione diventa così un modello politico alternativo alla crescente diffusione delle relazioni di potenza.
È significativo che Mattarella richiami gli accordi commerciali conclusi o in corso di negoziazione con numerosi partner globali.
Il commercio non viene evocato come semplice strumento economico, ma come pratica di cooperazione capace di sostituire il conflitto.
In questa prospettiva anche la difesa comune europea viene sottratta alla tradizionale contrapposizione tra pacifismo e riarmo: una capacità autonoma di difesa non è presentata come preparazione alla guerra, bensì come condizione della pace.
Sul piano interno il Presidente ribadisce con nettezza il significato costituzionale della propria posizione.
La neutralità del Capo dello Stato non è descritta come una limitazione personale, ma come una funzione dell’istituzione. L’estraneità alla dialettica politica costituisce il presupposto che consente al Presidente di esercitare il ruolo di garante dell’unità nazionale e della continuità costituzionale.
Assume particolare rilievo il passaggio in cui Mattarella distingue con precisione ciò che non gli compete – intervenire sulle dinamiche parlamentari o anticipare giudizi sui progetti di legge – da ciò che invece rientra nelle sue attribuzioni: richiamare esigenze generali e invitare alla riflessione.
È una distinzione che restituisce la natura della Presidenza della Repubblica nel parlamentarismo italiano. Il Capo dello Stato non governa né indirizza la maggioranza: garantisce il corretto funzionamento dell’ordinamento costituzionale.
Tra i passaggi più incisivi emerge quello dedicato al rapporto fra legge e comportamenti individuali.
L’affermazione secondo cui una società democratica richiede che siano i comportamenti ad adeguarsi alla legge, e non viceversa, costituisce uno dei nuclei più forti dell’intervento.
Mattarella individua qui un rischio che trascende le contingenze politiche: l’idea che le regole possano essere adattate alle convenienze del momento. La conseguenza, osserva il Presidente, non sarebbe una maggiore libertà, ma “l’abdicazione dello Stato”.
L’espressione richiama una concezione della legalità non come semplice apparato repressivo, ma come infrastruttura della fiducia reciproca.
In una democrazia la prevedibilità delle regole rappresenta la condizione della libertà individuale.
Nella medesima prospettiva si colloca la dura condanna delle violenze verificatesi in Val di Susa.
Il Presidente evita riferimenti alle specifiche vicende politiche, ma afferma un principio generale: nessuna minoranza può ritenersi autorizzata a sostituire la violenza alla deliberazione democratica.
Accanto alla violenza fisica Mattarella individua una forma meno evidente ma altrettanto corrosiva di deterioramento della convivenza democratica: il rifiuto dell’ascolto.
L’intolleranza verso le opinioni altrui viene descritta come un terreno di coltura della radicalizzazione.
Il problema non è il dissenso, ma la trasformazione dell’avversario in interlocutore illegittimo.
È un passaggio che richiama la dimensione più profonda della democrazia: il conflitto politico è compatibile con la convivenza soltanto se permane il riconoscimento reciproco tra gli attori.
L’ultima parte del discorso affronta il tema dell’informazione, cui Mattarella attribuisce un rilievo crescente.
Il Presidente richiama il ritardo italiano nell’attuazione dell’European Media Freedom Act, denuncia la paralisi della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI e ribadisce un principio già espresso in numerose occasioni: libertà, informazione e democrazia sono realtà coessenziali.
Il riferimento all’intelligenza artificiale amplia ulteriormente la prospettiva. Mattarella pone una domanda destinata a segnare il dibattito pubblico: può esistere informazione senza giornalisti?
La questione non riguarda soltanto l’affidabilità degli strumenti generativi, ma il significato stesso del lavoro giornalistico. L’informazione, suggerisce il Presidente, non consiste nella mera produzione di testi, bensì nella testimonianza dei fatti, nella verifica delle fonti e nell’assunzione di responsabilità verso la verità pubblica.
In questo senso l’intelligenza artificiale può mettere in discussione uno dei fondamenti della sfera pubblica democratica.
Nel suo insieme il discorso conferma una caratteristica ormai consolidata della Presidenza Mattarella: l’esercizio di un autentico magistero costituzionale.
Il Presidente non propone programmi di governo né interviene nella contesa politica. Richiama invece i principi che rendono possibile il confronto democratico: il primato della legge, il rispetto reciproco, il multilateralismo, la libertà dell’informazione, il rifiuto della violenza.
In un tempo in cui la politica privilegia spesso l’immediatezza della comunicazione e la polarizzazione del confronto, il Quirinale continua a svolgere una funzione diversa: ricordare che la democrazia vive anzitutto della credibilità delle sue istituzioni e della fedeltà alle regole comuni.
È questo il significato più profondo del messaggio del Presidente. In una fase segnata dal disordine internazionale e dalle divisioni interne, la forza della Repubblica non si misura nella capacità delle istituzioni di prevalere nello scontro politico, ma nella loro autorevolezza nel garantire il quadro di principi entro cui quello scontro può svolgersi senza mettere in discussione la democrazia.
