AgenPress. Quanto sta accadendo ancora una volta alle porte dell’Europa e all’interno dei suoi stessi confini impone una riflessione seria, profonda e urgente sulla politica europea dell’immigrazione e, soprattutto, sugli errori strutturali che continuamente vengono commessi.
La gravissima emergenza esplosa a Ceuta tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto 2026, la drammatica saturazione delle strutture per i minori non accompagnati, le conseguenti tensioni diplomatiche tra Italia e Spagna e il rispettivo ripristino dei controlli alle frontiere interne tra Paesi dell’area Schengen rappresentano l’ennesimo e inconfutabile segnale di una difficoltà politica che non possiamo più permetterci di considerare episodica.
Il problema di fondo non è soltanto quante persone arrivano, attraverso quali rotte si spostano o come debbono essere distribuite tra i vari Stati membri. Il fallimento della politica europea sta nel fatto che ci si ostina ad affrontare ed arginare esclusivamente gli effetti e i sintomi dell’immigrazione, senza mai intervenire con determinazione e visione sulle sue cause primarie.
UNA POLITICA EUROPEA SENZA VISIONE CHE RINCORRE ESCLUSIVAMENTE LE EMERGENZE
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un susseguirsi disordinato di decisioni unilaterali da parte dei singoli Stati europei. Germania, Spagna, Italia e altre nazioni hanno seguito e continuano a seguire strategie difformi su visti, ingressi, regolarizzazioni, procedure di accoglienza, controlli di frontiera e decreti di rimpatrio, determinate soprattutto da esigenze e pressioni politiche ed elettorali interne.
La dinamica è ormai drammaticamente la stessa: esplode una nuova crisi ai confini, uno Stato prende una decisione unilaterale e gli altri rispondono a loro volta. Si rafforzano i controlli, si discutono nuove limitazioni, si interviene sulle procedure di ingresso e si cercano accordi di emergenza per gestire chi è già partito.
È esattamente questa rincorsa continua che dimostra quanto sia fragile, insufficiente e sostanzialmente inesistente una vera politica europea comune sull’immigrazione.
Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo rappresenta certamente uno sforzo per stabilire regole, responsabilità e strumenti condivisi. Tuttavia, nessuna riforma o accordo burocratico potrà mai rivelarsi sufficiente se continueremo a considerare l’immigrazione come un problema che nasce soltanto nel momento in cui una persona raggiunge la linea di confine dell’Unione Europea.
L’immigrazione comincia molto prima. Comincia dove mancano lavoro, sicurezza, sanità, istruzione e prospettive vitali. Comincia nei territori attraversati dalle guerre e dall’instabilità politica ed economica. Comincia quando un giovane non vede alcuna concreta possibilità di costruire il proprio futuro nel luogo in cui è nato.
I DATI E LA CRONACA DI CEUTA DIMOSTRANO CHE L’EMERGENZA È STRUTTURALE
I dati ufficiali più recenti evidenziano la drammatica complessità di questo fenomeno, svelando come la riduzione complessiva dei flussi non metta al riparo il continente dalle crisi improvvise. Secondo Frontex, nei primi sei mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari complessivi lungo le frontiere esterne dell’Unione sono calati del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, il caso di Ceuta dimostra quanto possano bastare pochi giorni per mettere sotto pressione un intero sistema di accoglienza e scatenare spaccature tra Governi alleati. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, si sono registrati circa 72 mila tentativi di ingresso o ingressi effettivi nell’enclave spagnola dal Marocco. Le autorità spagnole hanno registrato 1.342 minori, con oltre 1.100 minori non accompagnati presenti nelle strutture locali a fronte di una capienza ordinaria di appena 90 posti, costringendo il Governo spagnolo ad avviare trasferimenti d’urgenza verso la penisola dando priorità alle ragazze e ai bambini sotto i 13 anni.
Il tema dei minori riguarda però l’intera Europa. Nel 2025 nell’Unione Europea sono state presentate 158.400 prime domande di asilo da parte di minori, di cui il 13,3% costituito da minori non accompagnati. Nel solo mese di aprile 2026 altri 930 minori non accompagnati hanno chiesto asilo nell’UE, soprattutto in Germania, Paesi Bassi, Francia, Grecia e Spagna. A questo quadro si aggiungono le recenti tensioni diplomatiche tra Italia e Spagna e il ripristino dei controlli alle frontiere interne Schengen, dimostrando che basta una singola crisi improvvisa per mettere in ginocchio i sistemi di accoglienza, compromettere la tutela dei minori e incrinare la libera circolazione e i rapporti tra gli Stati membri.
MANCA UNA VISIONE CHE INTEGRI POLITICA ESTERA, SANITÀ, ECONOMIA E SICUREZZA
Non possiamo costruire una politica comune dell’immigrazione senza edificare contemporaneamente una politica estera europea realmente condivisa. Non possiamo parlare di sicurezza continentale senza una strutturata strategia economica e sociale indirizzata verso l’Africa, il Mediterraneo e il mondo arabo. Non possiamo parlare di sviluppo dimenticando la sanità globale e la cooperazione medica.
Immigrazione, politica estera, economia, sanità, istruzione, lavoro e sicurezza sono tessere indissolubilmente collegate tra loro.
Eppure, troppo spesso continuano a prevalere le politiche interne e gli egoismi dei singoli Stati. Ogni Governo risponde alle proprie pressioni nazionali e l’Europa finisce per rincorrere decisioni difformi invece di anticipare le crisi attraverso una regia comune. Le conseguenze più drammatiche di questa assenza di coordinamento ricadono direttamente sui diritti umani, sui minori, sulle famiglie e sulle persone più vulnerabili.
LA SICUREZZA DELL’EUROPA COMINCIA DALLA CURA DEI PAESI PIU’ FORTI NEI PAESI DI ORIGINE
Da medico e professionista di origine straniera che vive e lavora da decenni in Italia, continuo a sostenere un principio che ritengo fondamentale ed irrinunciabile: bisogna aiutare seriamente i nostri Paesi di origine direttamente nei loro territori.
Non con slogan propagandistici. Non attraverso interventi occasionali o assistenziali. Non utilizzando i fondi di cooperazione come un mero strumento di condizionalità per bloccare le partenze o imporre rimpatri.
Dobbiamo investire realmente e in modo continuativo nella sanità, negli ospedali, nella tecnologia medica, nella formazione dei medici e degli infermieri, nelle università, nelle scuole, nell’occupazione giovanile, nell’imprenditoria, nelle infrastrutture, nella ricerca e nello sviluppo economico e sociale, offrendo ai giovani una possibilità concreta di scegliere nel proprio Paese.
Emigrare deve essere un diritto e una libera opportunità di scelta, non l’unica ed estrema via di fuga per sopravvivere o costruire un futuro.
Se non esiste sicurezza e stabilità nei Paesi di origine, in particolare nei Paesi vicini all’Europa e nel bacino del Mediterraneo, non potrà mai esistere alcuna sicurezza europea duratura.
IMPARARE DAGLI ERRORI DELLA STORIA E SUPERARE RAPPORTI SQUILIBRATI
Dobbiamo avere il coraggio di imparare dalla storia, recente e remota. Le drammatiche conseguenze delle colonizzazioni, gli errori commessi nelle relazioni tra Europa, Africa e mondo arabo, e le politiche costruite troppo spesso secondo interessi economici unilaterali devono insegnarci che non è possibile creare stabilità attraverso rapporti asimmetrici.
Serve una cooperazione di tipo nuovo: paritaria, concreta, rispettosa e continuativa. I Paesi di origine non devono essere considerati soltanto interlocutori ai quali chiedere di fermare i flussi o accettare i rientri. Devono diventare protagonisti e co-responsabili di una strategia comune di sviluppo, salute, formazione, occupazione e sicurezza.
I CONFINI RAPPRESENTANO L’ULTIMA TAPPA, NON LA PRIMA
La tutela delle frontiere europee è un compito necessario. Contrastare con fermezza l’immigrazione irregolare, combattere i trafficanti di esseri umani ed eliminare ogni forma di sfruttamento delle persone è un dovere imprescindibile delle istituzioni.
Ma la sicurezza dei confini rappresenta l’ultima tappa del problema, non la prima.
Quando migliaia di persone si trovano già a ridosso di una barriera europea a Ceuta o in mare aperto, quando hanno attraversato deserto e violenze, quando bambini e adolescenti si trovano soli lontano dalle proprie famiglie, significa che le istituzioni sono intervenute fuori tempo massimo.
Prima dei confini devono esserci la prevenzione politica, lo sviluppo economico, la cooperazione sanitaria internazionale, il lavoro, la formazione e la creazione di canali di immigrazione regolare e programmata. Dobbiamo partire dai Paesi di origine e non attendere che l’emergenza arrivi alle porte dell’Europa.
LA VOCE E IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI E DELLE COMUNITÀ INTERNAZIONALI
Questa accorata riflessione nasce anche dall’esperienza quotidiana e sul campo maturata attraverso AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali, CO-MAI – Comunità del Mondo Arabo in Italia, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, AISCNEWS – Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini e il Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE, realtà di cui sono fondatore e presidente attivo e attraverso le quali da anni lavoriamo per la salute globale, il dialogo interculturale, l’integrazione e la cooperazione internazionale.
I professionisti della sanità, i cittadini di origine straniera e le comunità internazionali presenti in Italia e in Europa costituiscono un ponte straordinario con i Paesi di origine. Queste competenze ed esperienze sul campo devono essere ascoltate e coinvolte nella costruzione delle politiche europee, perché conoscono in profondità sia le società europee sia le realtà complesse da cui partono i flussi migratori.
DAL 2000 AD OGGI ABBIAMO GIÀ COSTRUITO UN MODELLO DI BUONA IMMIGRAZIONE, DIRITTI E DOVERI
Tutto ciò che proponiamo oggi all’Europa non nasce dall’emergenza del momento e non rappresenta una posizione improvvisata. Sono principi, proposte e modelli che sosteniamo e, in parte, abbiamo già concretamente attuato dal 2000 ad oggi, attraverso il Manifesto della Buona Immigrazione, il principio dell’Immigrazione Programmata e una visione fondata sull’equilibrio imprescindibile tra Diritti e Doveri.
Da oltre venticinque anni lavoriamo sul campo per un’immigrazione regolare, programmata e qualificata, per l’integrazione attraverso il lavoro e le competenze e, nello stesso tempo, per contrastare l’immigrazione irregolare e ogni forma di sfruttamento. Nessuno può venire oggi a insegnarci che cosa significhino immigrazione programmata, integrazione, diritti e doveri e contrasto all’irregolarità, perché sono battaglie che portiamo avanti concretamente da decenni attraverso professionisti, associazioni e comunità.
Purtroppo viviamo sempre più in una stagione dominata dagli slogan e dalle strumentalizzazioni. In Italia come in Europa assistiamo a una rincorsa continua tra forze politiche e Governi, troppo spesso condizionata dalle scadenze elettorali e da modelli di contrapposizione che vediamo affermarsi anche negli Stati Uniti. L’immigrazione, invece, non può essere governata attraverso slogan, paure o convenienze elettorali: richiede conoscenza, esperienza, programmazione e responsabilità.
Per questo riteniamo fondamentale rilanciare il Manifesto Politico Internazionale e Interculturale, dando voce a tutti coloro che credono in un’immigrazione qualificata e programmata, nella legalità, nell’integrazione e nel principio dei Diritti e Doveri. È da questa esperienza concreta, costruita in oltre venticinque anni di attività, che vogliamo contribuire a una nuova politica europea capace finalmente di governare l’immigrazione anziché continuare a subirne le emergenze.
L’APPELLO ACCORATO ALL’UNIONE EUROPEA E AI GOVERNI
Chiedo alle Istituzioni europee e ai Governi degli Stati membri di non trasformare l’ennesima emergenza in un’ulteriore occasione di divisione politica e diplomatica.
Serve finalmente una politica europea comune che affronti insieme e in modo integrato immigrazione, politica estera, sviluppo economico, sanità globale e sicurezza. Occorre superare la logica miope per cui ogni Stato interviene da solo e gli altri reagiscono successivamente alle sue decisioni unilaterali.
Dobbiamo tutelare la sicurezza dei cittadini europei e, nello stesso tempo, difendere i diritti umani fondamentali, offrendo ai giovani dei Paesi di origine prospettive concrete nei propri territori.
L’Europa non può limitarsi a costruire barriere più alte o a sospendere Schengen ogni volta che l’emergenza arriva ai suoi confini. Non esiste un’Europa sicura senza sicurezza e sviluppo nei Paesi di origine. Non esiste una vera politica dell’immigrazione senza una politica di cooperazione internazionale. Non possiamo continuare a curare soltanto i sintomi ignorando le cause.
La crisi di Ceuta e le recenti tensioni tra gli Stati europei devono diventare un insegnamento definitivo e non l’ennesima emergenza destinata a essere dimenticata fino alla prossima crisi. È dai Paesi di origine che dobbiamo ripartire. È lì che comincia anche la sicurezza dell’Europa
