La riflessione della Fondazione Insigniti OMRI nel contributo di Costantino Del Riccio, nel solco del messaggio di Mattarella: «La lotta contro le mafie è compito che non consente sosta ed è condizione fondamentale di libertà e sviluppo»
AgenPress. Nel giorno in cui la Repubblica ricorda Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia a Palermo il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo, la memoria torna a interrogare il presente. Una memoria che non può esaurirsi nella commemorazione, ma deve tradursi in consapevolezza e responsabilità. È questo il filo conduttore della riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per la Comunicazione istituzionale, che richiama il valore della testimonianza di Dalla Chiesa e la responsabilità che essa continua ad affidare alle istituzioni e a ogni cittadino.
Quarantaquattro anni sono trascorsi dalla sera del 3 settembre 1982, quando a Palermo la mafia assassinò il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro. L’agente Domenico Russo, gravemente ferito nell’agguato, morì pochi giorni dopo.
Ricordare oggi quella strage non significa soltanto rendere omaggio a tre vittime della violenza mafiosa. Significa interrogarsi su ciò che Carlo Alberto Dalla Chiesa continua a rappresentare per la Repubblica e, soprattutto, sul significato che la sua testimonianza può avere nell’Italia di oggi.
Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella indicano con chiarezza questa direzione. Dalla Chiesa, ha ricordato il Capo dello Stato, dedicò la propria vita «alla difesa dei principi di giustizia e legalità», prima nel contrasto al terrorismo e poi nella battaglia contro la criminalità organizzata. Ma nel messaggio del Presidente c’è un’affermazione che porta la memoria fuori dalle commemorazioni e la consegna direttamente alla responsabilità del presente: «La lotta contro le mafie – impegno della Repubblica – è compito che non consente sosta ed è condizione fondamentale di libertà e sviluppo».
È questo il punto.
La mafia non è soltanto un’organizzazione criminale da combattere con investigazioni, arresti, processi e confische. È un sistema di potere che prospera dove arretra la libertà, dove il bisogno diventa ricattabile, dove il silenzio viene scambiato per prudenza e la convenienza personale prevale sull’interesse collettivo. Per questo combatterla significa anche costruire istituzioni credibili, un’economia libera dai condizionamenti criminali e comunità nelle quali nessuno debba considerare normale la prepotenza.
Dalla Chiesa lo aveva compreso. La sua storia attraversa alcune delle stagioni più drammatiche dell’Italia repubblicana. Aveva combattuto il terrorismo e, quando arrivò a Palermo come prefetto, sapeva di affrontare un nemico capace non soltanto di uccidere, ma di costruire relazioni, complicità e connivenze. La mafia temeva lo Stato quando lo Stato dimostrava di saper essere autorevole, competente e determinato.
La sua morte resta per questo anche una ferita nella storia delle istituzioni. Accanto all’eroismo dell’uomo non si può dimenticare la solitudine nella quale si trovò a operare. Celebrare Dalla Chiesa senza ricordare quella solitudine rischierebbe di trasformare una memoria scomoda in un rituale rassicurante. Gli uomini delle istituzioni non devono essere lasciati soli mentre combattono e poi proclamati eroi quando è troppo tardi.
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, come sottolinea Mattarella, il lascito di Dalla Chiesa parla dunque direttamente alla qualità della nostra democrazia.
Parla alle istituzioni, chiamate a non arretrare davanti agli interessi criminali e a respingere ogni zona grigia. Parla alla politica, che ha il dovere di essere impermeabile alle convenienze e alle ambiguità. Parla all’economia e al mondo del lavoro, perché non può esserci autentico sviluppo dove imprese e cittadini subiscono intimidazioni, corruzione e condizionamenti. E parla a ciascuno di noi.
È particolarmente importante, infatti, che il Presidente della Repubblica abbia richiamato la responsabilità individuale: «Ogni cittadino, nell’esercizio della sua libertà, nella vita quotidiana e negli ambienti di lavoro, è chiamato a essere parte del rafforzamento della cultura della legalità».
La legalità, allora, non appartiene soltanto ai magistrati, alle forze dell’ordine o ai prefetti. Comincia molto prima. Comincia nel rifiuto delle scorciatoie, delle clientele, dei favori indebiti, dell’omertà. Vive nella scelta di non voltarsi dall’altra parte, nella difesa di chi denuncia, nella capacità di riconoscere che un diritto non è una concessione e che il rispetto delle regole non è un ostacolo allo sviluppo, ma la sua premessa.
È forse questa la lezione più attuale di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Le mafie cambiano. Modificano linguaggi, affari e strategie. Possono scegliere di essere meno visibili, penetrare nell’economia legale, cercare relazioni anziché clamore. Ma non cambia la natura della sfida: da una parte la forza del privilegio, dell’intimidazione e della sopraffazione; dall’altra la forza della legge, delle istituzioni e della libertà.
Per questo il 3 settembre non può essere soltanto il giorno del ricordo.
La Repubblica rende omaggio a Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Emanuela Setti Carraro e a Domenico Russo nel modo più autentico quando trasforma la memoria in responsabilità. Quando protegge chi serve lo Stato. Quando non tollera connivenze. Quando sottrae terreno sociale ed economico alle organizzazioni criminali. Quando offre soprattutto ai giovani la certezza che per costruirsi un futuro non sia necessario chiedere il permesso a nessun potere illegale.
Dalla Chiesa appartiene alla memoria nazionale perché scelse lo Stato fino alle conseguenze più estreme. Ma ricordarlo significa evitare che quella scelta venga confinata nel passato.
A quarantaquattro anni da via Carini, la domanda che la sua storia continua a rivolgerci è semplice e impegnativa: quanto siamo disposti, ciascuno nel proprio ruolo, a difendere concretamente quella libertà per la quale uomini come Carlo Alberto Dalla Chiesa hanno pagato con la vita?
La memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa richiama anche l’impegno della Fondazione Insigniti OMRI nel promuovere i valori costituzionali, la cultura della legalità e il senso di responsabilità verso la comunità e le nuove generazioni. «Ricordare Dalla Chiesa – sottolinea il presidente Francesco Tagliente – significa trasformare il ricordo in responsabilità e testimoniare, ogni giorno, da che parte stare: dalla parte dello Stato, delle istituzioni, della legalità e della libertà». È questo, per la Fondazione, il modo più autentico di onorare chi ha servito la Repubblica fino all’estremo sacrificio.
