La comunicazione istituzionale è anche uno strumento per approfondire la storia, leggere il presente e favorire una riflessione consapevole sui valori della Repubblica. È in questa prospettiva che la Fondazione Insigniti OMRI propone il contributo di Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato consultivo per la comunicazione istituzionale, dedicato all’ottantesimo anniversario dell’Accordo De Gasperi-Gruber.
AgenPress. De Gasperi-Gruber, ottant’anni dopo. Il 5 settembre 1946, a Parigi, Alcide De Gasperi e il ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber firmarono l’accordo destinato a segnare la storia del Trentino-Alto Adige/Südtirol. In un’Europa appena uscita dalla guerra, Italia e Austria scelsero la tutela della popolazione di lingua tedesca e l’autonomia come strada per trasformare un conflitto nazionale in un sistema di garanzie e convivenza.
Ottant’anni dopo, quel passaggio torna al centro dell’attenzione.
Il 5 settembre, a Merano e a Trento, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente austriaco Alexander Van der Bellen parteciperanno alle celebrazioni dell’Accordo De Gasperi-Gruber, sottolineandone la dimensione internazionale, il cammino compiuto e il significato ancora attuale dell’autonomia.
Perché l’autonomia non è una fotografia da incorniciare. È una responsabilità da esercitare.
È questo il modo più utile per avvicinarsi all’ottantesimo anniversario dell’Accordo di Parigi: interrogarsi non solo sulle origini dell’autonomia, ma sulla sua capacità di rispondere ai problemi del presente e sul rapporto con lo Stato e il resto del Paese.
L’Accordo del 5 settembre 1946 non fu, in senso stretto, l’atto di nascita dell’autonomia trentina.
Fu un accordo internazionale tra Italia e Austria per tutelare la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige dopo le lacerazioni del fascismo e della guerra. Ma aprì un percorso: dallo Statuto speciale del 1948 al secondo Statuto del 1972, fino alla progressiva affermazione del ruolo delle Province autonome.
La storia dell’autonomia è quella di un equilibrio continuamente ricostruito: tra territori e Stato, tra gruppi linguistici, tra autogoverno e appartenenza alla Repubblica. Ottant’anni fa l’autonomia rispondeva a una questione nazionale e internazionale: tutelare le minoranze, ricomporre una frattura e rendere possibile la convivenza in una terra di confine.
Oggi deve essere soprattutto una forma di responsabilità politica. Il suo successo non si misura solo nelle competenze ottenute dallo Stato, ma nella capacità di usarle bene. L’autonomia si misura nella qualità della sanità e della scuola, nella mobilità, nelle politiche per giovani e anziani, nell’energia, nella tutela dell’ambiente e nella partecipazione dei cittadini.
Una competenza esercitata male non diventa migliore perché è autonoma. E l’autonomia speciale non pone i territori fuori dal sistema nazionale: ne è una particolare articolazione costituzionale, nel rispetto dei principi di unità e solidarietà della Repubblica.
Gli ottant’anni dell’Accordo di Parigi possono segnare un passaggio culturale: dall’autonomia come rivendicazione all’autonomia come responsabilità. Non per rinunciare alle proprie prerogative, ma per comprenderne significato e limiti.
In una fase in cui la richiesta di autonomia attraversa altre parti del Paese, le autonomie speciali sono osservate anche dall’esterno. Se la specialità appare come un privilegio, dovrà giustificarsi. Se dimostra di essere una forma più responsabile ed efficace di governo, può diventare un laboratorio per l’intero Paese.
Il 2026 assume un significato particolare: coincide con l’ottantesimo anniversario e con la riforma dello Statuto speciale. Le modifiche approvate dal Parlamento nel maggio scorso rafforzano l’autonomia delle Province in materie importanti, dal governo del territorio all’ambiente, dai servizi pubblici all’energia idroelettrica.
È un risultato rilevante, ma apre una fase più impegnativa: a maggiori possibilità devono corrispondere maggiori responsabilità. Ogni nuova competenza è una prova per chi deve esercitarla, e non una contrapposizione tra centro e periferia.
C’è poi un’altra dimensione da riscoprire. L’Accordo De Gasperi-Gruber nacque attorno a un confine, che ottant’anni dopo ha cambiato profondamente significato. Trentino, Südtirol e Tirolo appartengono oggi a uno spazio europeo attraversato ogni giorno da persone, imprese, studenti e lavoratori.
Ambiente, mobilità, energia, turismo e lavoro pongono problemi che nessuno dei tre territori può affrontare da solo. L’autonomia può così superare se stessa: non chiudendosi nei propri confini, ma usando l’autogoverno per costruire cooperazione.
È una delle lezioni più attuali di De Gasperi. Da protagonista della costruzione europea, sapeva che tutelare le identità non significa irrigidire i confini, ma creare istituzioni capaci di far convivere appartenenze diverse.
Ricordare l’Accordo di Parigi significa interrogarsi anche sul futuro dell’Europa. In un continente dove riemergono nazionalismi, conflitti e chiusure, l’esperienza maturata lungo questo confine conserva un valore che va oltre la storia locale.
Dimostra che una controversia nazionale può trasformarsi in un sistema di garanzie, che una minoranza può essere tutelata senza compromettere la convivenza e che un confine può diventare spazio di cooperazione.
Non è stata una storia perfetta né lineare. Proprio per questo è una storia politica, non un mito.
Le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario avranno senso se sapranno trasmettere questa consapevolezza soprattutto alle nuove generazioni. Oggi l’autonomia non può legittimarsi soltanto attraverso il passato: deve dimostrare la propria utilità nel presente.
Un’autonomia che vive solo della propria storia rischia di diventare una rendita istituzionale. Se invece sa misurarsi con le trasformazioni sociali, demografiche, ambientali ed economiche, può continuare a governare responsabilmente le differenze.
Ottant’anni dopo, il compito non è soltanto custodire ciò che si è ricevuto, ma dimostrare di saperlo usare. Il 5 settembre non dovrebbe essere soltanto il giorno in cui ricordiamo da dove viene l’autonomia, ma quello in cui discutiamo, senza retorica, dove vogliamo portarla e quale equilibrio costruire tra specialità, responsabilità e appartenenza comune.
Una riflessione che richiama una delle finalità che la Fondazione Insigniti OMRI considera essenziali: promuovere la conoscenza della storia e delle istituzioni della Repubblica, trasformandola in consapevolezza e responsabilità, soprattutto nelle nuove generazioni.
Costantino Del Riccio – Presidente del Comitato consultivo per la comunicazione istituzionale della Fondazione Insigniti OMRI.
