Aveva 35 anni Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ’ndrangheta nel 2009. Anche Denise, come sua madre, aveva scelto di rompere il silenzio e di testimoniare contro il padre, Carlo Cosco.
Oggi la notizia della sua morte, avvenuta per suicidio, riporta alla luce una delle storie più dolorose della lotta contro la criminalità organizzata.
AgenPress. La storia di Denise è inseparabile da quella di Lea. Madre e figlia hanno conosciuto fin da giovanissime la violenza e le regole della ’ndrangheta, ma entrambe, in momenti diversi, hanno trovato la forza di sottrarsi a quel mondo.
Lea Garofalo aveva deciso di parlare con gli investigatori e di raccontare ciò che sapeva sulle attività criminali della propria famiglia e di quella del compagno, Carlo Cosco. Dal 2002 era stata inserita nel programma di protezione insieme alla figlia. La sua scelta significava rompere con un sistema nel quale il silenzio era una regola fondamentale.
Lea non era una testimone estranea alla realtà che denunciava. Era cresciuta in un ambiente segnato dalla ’ndrangheta e aveva avuto una relazione con Carlo Cosco, dal quale aveva avuto Denise.
Con il tempo, però, decise di lasciare quella vita. Le sue dichiarazioni agli investigatori riguardarono anche le faide e gli affari criminali che coinvolgevano le famiglie Garofalo e Cosco. Una scelta che la sottopose a minacce e a una vita segnata da continui trasferimenti e dalla protezione dello Stato.
Nel maggio 2009 Lea riuscì a sfuggire a un tentativo di rapimento. Pochi mesi dopo, il 24 novembre, fu attirata a Milano con il pretesto di parlare del futuro della figlia. Venne uccisa. Il suo corpo fu poi distrutto nel tentativo di cancellare ogni traccia.
Dopo la scomparsa della madre, Denise si trovò davanti a una scelta drammatica: tacere oppure raccontare ciò che sapeva. Scelse di parlare.
Nel processo per l’omicidio di Lea Garofalo, Denise divenne una testimone fondamentale e si costituì parte civile contro il padre. La sua testimonianza contribuì al processo che portò alle condanne degli uomini ritenuti responsabili dell’omicidio della madre.
Era ancora giovanissima. Eppure decise di rompere il legame di sangue e di testimoniare contro il proprio padre.
Una scelta che rese Denise, a sua volta, simbolo della ribellione delle donne della ’ndrangheta: donne che, invece di proteggere il sistema criminale nel quale erano cresciute, decisero di raccontarlo e di uscirne.
La vicenda di Lea e Denise è anche la storia di una madre che voleva lasciare alla propria figlia un futuro diverso.
Lea aveva cercato di sottrarre Denise a quell’ambiente e, insieme a lei, aveva affrontato anni di protezione e trasferimenti. La sua ribellione, però, le costò la vita.
Dopo la sua morte, Denise raccolse quella stessa eredità e affrontò il processo contro il padre. Le condanne definitive per l’omicidio di Lea arrivarono nel 2014: la Cassazione confermò gli ergastoli per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, mentre Carmine Venturino fu condannato a 25 anni.
La notizia della morte di Denise, a 35 anni, aggiunge un capitolo drammatico a una storia già segnata dalla violenza, dalla perdita e dalla ricerca della libertà.
Non è possibile ridurre una vita complessa a un solo gesto, né stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto tra le esperienze traumatiche vissute e una morte per suicidio. Quello che resta documentato è il percorso di una giovane donna che, dopo l’assassinio della madre, scelse di testimoniare contro il proprio padre.
Lea aveva sfidato la ’ndrangheta pagando quella scelta con la vita. Denise aveva raccolto il testimone della madre in tribunale, rompendo a sua volta il silenzio.
Due donne della stessa famiglia, due generazioni accomunate dalla decisione di non piegarsi alla legge dei boss. Una storia che oggi torna a interrogare la società sul prezzo che può pagare chi sceglie di uscire dalla criminalità organizzata e sulla responsabilità delle istituzioni nel proteggere chi decide di farlo.
