Stati Uniti. Abdul El-Sayed, il candidato che può ridisegnare il Partito democratico per la corsa alle presidenziali del 2028

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Epidemiologo, figlio di immigrati egiziani, esponente della sinistra progressista e politico dal linguaggio incendiario. Abdul El-Sayed è il candidato democratico al Senato in Michigan e arriva all’appuntamento elettorale del 3 novembre con un vantaggio nei sondaggi. Ma la sua corsa è molto più di una sfida contro i repubblicani: mette alla prova gli equilibri interni del Partito democratico, il rapporto con l’elettorato afroamericano e la possibilità che una nuova generazione di progressisti possa conquistare la leadership nazionale in vista delle presidenziali del 2028.


AgenPress. Il suo nome è diventato uno dei più discussi della politica americana. Donald Trump lo attacca con una violenza verbale che va ben oltre la normale dialettica elettorale, i conservatori lo dipingono come un candidato estremista e una parte dell’establishment democratico continua a guardarlo con diffidenza. Eppure Abdul El-Sayed, 41 anni, epidemiologo e già responsabile della sanità pubblica nella contea di Wayne, ha conquistato la candidatura democratica al Senato in Michigan e si presenta alle elezioni generali con concrete possibilità di vittoria.

La sua ascesa racconta qualcosa che va oltre la politica di uno Stato industriale del Midwest. Il Michigan è infatti uno dei territori decisivi per gli equilibri nazionali: uno Stato conteso, con una forte tradizione sindacale, una popolazione afroamericana determinante e una comunità arabo-americana particolarmente influente. Vincere qui significa conquistare un seggio importante per la maggioranza al Senato, ma anche dimostrare che una proposta politica apertamente progressista può convincere un elettorato molto più ampio delle tradizionali roccaforti liberal.

Ecco perché la partita di El-Sayed viene osservata con attenzione anche in prospettiva 2028. Non perché una vittoria al Senato garantisca automaticamente una candidatura presidenziale, ma perché potrebbe trasformarlo in uno dei protagonisti del dibattito sul futuro dei democratici.

La storia personale di El-Sayed è parte integrante della sua proposta politica. Nato in Michigan da genitori egiziani, ha studiato medicina alla Columbia University, ottenuto una borsa Rhodes e costruito una carriera accademica nel campo dell’epidemiologia. Avrebbe potuto restare nell’università, ma ha scelto di lavorare direttamente sul territorio.

È stato direttore della sanità pubblica di Detroit e successivamente della contea di Wayne, una delle più popolose del Michigan. Un’esperienza che gli permette di presentarsi non soltanto come un politico con idee ambiziose, ma come un professionista che ha conosciuto da vicino le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Il suo slogan è semplice e volutamente provocatorio: «Money out of politics, money in your pocket, Medicare for All». Soldi fuori dalla politica, più denaro nelle tasche degli americani e assistenza sanitaria universale.

La proposta di Medicare for All, il sistema di copertura sanitaria pubblica per tutti, è il pilastro della sua piattaforma. El-Sayed vuole ridurre il peso delle assicurazioni private e impedire che l’accesso alle cure dipenda dalla disponibilità economica dei cittadini. A questo affianca una politica fiscale più severa nei confronti delle grandi aziende e dei miliardari, la lotta al finanziamento della politica da parte delle corporation e l’abolizione dell’agenzia federale per l’immigrazione ICE.

È un programma che parla soprattutto alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, ai lavoratori e ai giovani. Ma che suscita anche interrogativi sulla sua sostenibilità economica e sulla possibilità di realizzarlo in un Congresso dove i democratici non dispongono di una maggioranza solida.

A rendere particolarmente interessante la candidatura è il rapporto, non sempre semplice, con Barack Obama.

L’ex presidente ha deciso di sostenerlo pubblicamente, partecipando a un comizio a Detroit negli ultimi giorni della campagna. Un gesto politicamente significativo: Obama conserva un’enorme influenza nell’elettorato democratico e soprattutto nella comunità afroamericana, una componente fondamentale della coalizione che ha permesso ai democratici di vincere in Michigan nelle precedenti elezioni.

Ma il loro rapporto non è stato sempre idilliaco. El-Sayed aveva criticato duramente Obama dopo la sua rielezione nel 2012, accusandolo di aver tradito alcune delle promesse progressiste. In seguito aveva espresso giudizi molto severi anche sulla strategia democratica durante la campagna di Kamala Harris.

Ora le divergenze sembrano accantonate, almeno temporaneamente. Obama ha difeso il candidato dagli attacchi della destra e ha cercato di presentare la sua proposta sanitaria come una naturale evoluzione dell’Affordable Care Act, la riforma che porta il suo nome.

«Che cosa c’è di radicale nel volere che tutti abbiano un’assicurazione sanitaria?», ha domandato l’ex presidente durante il comizio.

Il problema è che il sostegno di Obama non basta necessariamente a ricomporre tutte le fratture del partito. E soprattutto non garantisce automaticamente il consenso degli elettori afroamericani.

È forse questo il problema più delicato per El-Sayed. La comunità nera rappresenta circa il 14% della popolazione del Michigan e costituisce uno dei pilastri storici del Partito democratico. A Detroit, in particolare, la mobilitazione degli elettori afroamericani può decidere l’esito di una competizione combattuta.

Una parte di questo elettorato guarda però con diffidenza al candidato. Non si tratta soltanto di pregiudizi nei confronti della comunità arabo-americana o della sua identità musulmana. C’è anche una questione politica: El-Sayed ha sconfitto alle primarie la deputata Haley Stevens, sostenuta da settori importanti dell’establishment democratico e da numerosi elettori afroamericani.

Le divisioni non si sono ricomposte. Stevens ha finito per dare il proprio sostegno al repubblicano Mike Rogers, trasformando una rivalità interna in un problema per l’intera campagna democratica.

I sondaggi hanno mostrato quanto sia delicato questo rapporto. Una rilevazione del Washington Post e della Schar School di settembre attribuiva a El-Sayed il 67% del voto afroamericano, contro l’83% degli elettori neri che dichiaravano di volere una maggioranza democratica al Senato. Un divario significativo, anche se le rilevazioni successive hanno restituito un quadro più favorevole al candidato.

Il rischio è che una parte degli elettori, pur non volendo votare repubblicano, scelga semplicemente di non presentarsi alle urne. Per questo Obama e altre figure democratiche hanno intensificato gli appelli alla mobilitazione.

Se le difficoltà interne sono serie, quelle provenienti dal fronte repubblicano sono ancora più aggressive.

Trump ha trasformato El-Sayed in uno dei bersagli privilegiati della sua retorica elettorale. Lo ha definito «jihadista», lo ha associato alla Fratellanza musulmana e ha insinuato che la sua elezione rappresenterebbe un pericolo per la sicurezza nazionale americana. In uno dei suoi attacchi ha evocato persino l’11 settembre, invitando gli elettori a impedire che un candidato come lui entri al Senato.

Il presidente è arrivato a sostenere che El-Sayed dovrebbe essere sottoposto a controlli di sicurezza speciali per accedere all’aula parlamentare. Il candidato ha replicato ironicamente, dicendo di essere disposto a passare dal metal detector a condizione che Trump si sottoponga alla macchina della verità.

Le accuse di appartenenza alla Fratellanza musulmana sono state respinte da El-Sayed, che ha negato qualsiasi legame con l’organizzazione. Anche PolitiFact ha giudicato infondate le affermazioni di Trump sulla sua presunta militanza jihadista e sull’appartenenza al movimento islamista.

Dietro gli attacchi c’è una strategia precisa: spostare il confronto dal terreno economico e sociale a quello dell’identità religiosa e della sicurezza nazionale. Un terreno sul quale i repubblicani sperano di mettere in difficoltà un candidato musulmano in uno Stato dove la sensibilità dell’elettorato è molto diversificata.

Ma El-Sayed non è controverso soltanto per la sua religione. Le sue posizioni sulla guerra di Gaza e sul governo israeliano hanno provocato tensioni anche all’interno del Partito democratico. Il candidato ha chiesto di interrompere gli aiuti militari americani a Israele, definendo genocida la guerra nella Striscia. Una posizione che lo ha allontanato da una parte dei democratici moderati e di numerosi elettori ebrei.

Anche la sua vicinanza ad alcune personalità della sinistra radicale, tra cui il commentatore Hasan Piker, è diventata motivo di polemica. El-Sayed rivendica il diritto di criticare apertamente la politica israeliana, ma deve fare i conti con le conseguenze elettorali di un linguaggio che può allontanare segmenti importanti della coalizione democratica.

La posta in gioco, dunque, non riguarda soltanto un seggio senatoriale. Il Michigan è diventato un laboratorio nel quale si confrontano due visioni del futuro democratico.

Da una parte c’è il partito tradizionale, più prudente, legato alle organizzazioni sindacali, alle reti di finanziamento e a una cultura politica moderata. Dall’altra una nuova generazione di progressisti che considera insufficienti le vecchie ricette e vuole riportare al centro della politica la redistribuzione della ricchezza, i diritti sociali e il contrasto al potere delle grandi corporation.

El-Sayed è uno dei volti più riconoscibili di questa seconda corrente. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez lo sostengono apertamente. Quest’ultima ha visto nella sua candidatura un esperimento potenzialmente decisivo: se un programma progressista riuscisse a vincere in uno Stato industriale e politicamente contendibile come il Michigan, diventerebbe più difficile sostenere che una piattaforma di sinistra sia necessariamente destinata a perdere negli Stati in bilico.

È anche per questo che la partita viene letta in chiave presidenziale. Ocasio-Cortez, in particolare, potrebbe essere una delle protagoniste della competizione per la Casa Bianca nel 2028. Una vittoria di El-Sayed rafforzerebbe la sua corrente e dimostrerebbe che esiste uno spazio elettorale per una candidatura nazionale più radicale di quelle espresse finora dai democratici.

Naturalmente, il risultato di una singola elezione non determinerà chi sarà il candidato alla presidenza. Ma potrebbe cambiare il rapporto di forza tra le diverse anime del partito, influenzando programmi, alleanze e leadership.

Alla vigilia del voto del 3 novembre, i numeri sono incoraggianti per El-Sayed. Un sondaggio Mitchell Research diffuso da CBS Detroit il 28 ottobre lo collocava al 51%, contro il 44% di Mike Rogers, l’ex deputato repubblicano ed ex agente dell’FBI sostenuto da Trump. Altre rilevazioni hanno mostrato una competizione più ravvicinata, con un vantaggio democratico contenuto.

La campagna è stata inoltre caratterizzata da investimenti pubblicitari enormi: oltre cento milioni di dollari sono stati spesi per cercare di influenzare gli elettori. Rogers può contare sull’appoggio del presidente e su una rete di finanziatori importante. El-Sayed, invece, cerca di trasformare il rifiuto dei finanziamenti delle grandi corporation in un elemento distintivo della propria candidatura.

È la sua scommessa più ambiziosa: dimostrare che un politico può vincere senza piegarsi agli interessi economici che dominano Washington, parlando direttamente alle preoccupazioni quotidiane degli americani.

La sua eventuale vittoria sarebbe un segnale importante per la sinistra democratica. La sconfitta, al contrario, potrebbe rafforzare quanti sostengono che un candidato con posizioni così nette su sanità, immigrazione e politica estera non sia in grado di conquistare gli elettori moderati degli Stati contesi.

In entrambi i casi, il Michigan avrà un peso che supera i suoi confini. Perché la domanda che accompagna la candidatura di Abdul El-Sayed è la stessa che attraversa oggi tutto il Partito democratico: per tornare a vincere l’America, bisogna spostarsi verso il centro oppure avere il coraggio di diventare più radicali?

La risposta potrebbe cominciare ad arrivare proprio dallo Stato dei Grandi Laghi. E arrivare con due anni di anticipo rispetto alla corsa per la Casa Bianca del 2028.

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