Giornata contro le mutilazioni genitali femminili: oltre 260 milioni di vittime nel mondo. In Italia 95 mila donne coinvolte

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AgenPress. In occasione della Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (oggi 6 febbraio 2026), la rete associativa composta da AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia) e dal Movimento Internazionale Uniti per Unire richiama l’attenzione su una pratica che continua a colpire milioni di bambine e giovani donne nel mondo, mostrando segnali di crescita costante anche nei Paesi europei, inclusa l’Italia.

IL QUADRO GLOBALE: NUMERI IN COSTANTE AUMENTO
Le analisi aggiornate al 2026, elaborate dalla rete associativa attraverso una presenza operativa in oltre 120 Paesi, indicano che oggi più di 260 milioni di donne e bambine vivono con le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili.
Ogni anno circa 3 milioni e mezzo di bambine risultano ancora a rischio e, in assenza di azioni strutturali e coordinate, entro il 2030 oltre 95 milioni di minori potrebbero essere sottoposte a questa violenza. Un trend che conferma come le mutilazioni genitali femminili rappresentino una delle più gravi emergenze sanitarie e sociali globali, ancora lontana dall’essere superata.

SITUAZIONE PER MACRO-REGIONE: PAESI A RISCHIO E NUMERI ATTUALI. L’ANALISI AGGIORNATA AMSI-UMEM ITALIA-EUROPA-MONDO
Le analisi della rete associativa evidenziano che il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili non è uniformemente distribuito, ma presenta concentrazioni estremamente elevate in aree specifiche dell’Africa, del Medio Oriente e di alcune regioni dell’Asia meridionale.
In Africa subsahariana, i Paesi con i tassi più elevati di prevalenza rimangono estremamente allarmanti. Nelle popolazioni femminili adulte della Somalia, le mutilazioni genitali femminili riguardano oltre il 95-98% delle donne, configurando una quasi sistematicità culturale. Allo stesso modo in Guinea e nel Mali, oltre l’85% delle donne adulte convive con le conseguenze di questa pratica. In Sudan, gli ultimi dati indicano una prevalenza superiore al 90%, mentre in Eritrea e in alcune regioni della Nigeria meridionale si riscontrano percentuali tra il 60% e l’80%. Questi numeri rappresentano contesti in cui la mutilazione è praticamente parte integrante della socializzazione femminile, con impatti profondi sulla salute fisica e psicologica delle generazioni più giovani.
Nel Medio Oriente e nell’Asia meridionale, le statistiche raccolte mostrano che Paesi come Egitto e Yemen mantengono livelli elevati di prevalenza, con l’Egitto che registra tassi dell’85-88% tra le donne adulte e percentuali significative anche tra le giovani tra i 15 e i 24 anni. In alcune aree del Sudan orientale e della Somalia confinante, la pratica continua a persistere nonostante i divieti legislativi, a causa di fattori socio-culturali profondamente radicati. Nell’Indonesia e nello Sri Lanka, pur non raggiungendo i livelli africani, permangono focolai di rischio legati a tradizioni locali e mancanza di interventi sanitari strutturati.
In America Latina, la pratica non è endemica nella popolazione autoctona, ma l’aumento dei flussi migratori ha portato alla presenza di comunità originarie da contesti ad alta prevalenza. In Paesi come il Messico, il Perù e il Brasile, le analisi indicano la presenza di gruppi a rischio soprattutto nelle aree urbane metropolitane, dove le comunità migranti mantengono legami familiari e culturali con regioni ad alta incidenza.
In Europa e nel resto del mondo occidentale, i dati più recenti mostrano che la migrazione continua a portare la pratica sul territorio europeo. Nel Regno Unito, le stime aggiornate superano le 140.000 donne e ragazze che hanno subito MGF o ne sono a rischio, mentre in Francia si contano oltre 125.000 casi. In Germania la prevalenza stimata sfiora le 70.000 vittime, con numeri in progressiva crescita nei grandi centri urbani. Anche in Italia, dove si contano più di 95.000 donne e bambine con MGF, il fenomeno è strettamente connesso alla presenza di giovani migranti provenienti da regioni ad alto rischio, rappresentando una sfida per i servizi sanitari, sociali e di protezione minorile.
Questi dati confermano come le mutilazioni genitali femminili siano un fenomeno globalmente diffuso, con epicentri ben identificabili e con impatti sanitari, psicologici e sociali che richiedono risposte coordinate a livello internazionale, regionale e nazionale.

PERCHÉ IL FENOMENO CONTINUA A CRESCERE: GUERRE, CRISI E ARRETRAMENTO DEI DIRITTI
Le analisi della rete associativa evidenziano come l’aumento delle mutilazioni genitali femminili non sia un fenomeno isolato, ma il risultato diretto di crisi geopolitiche, conflitti armati prolungati, instabilità istituzionale e povertà strutturale. Nei Paesi colpiti da guerre dimenticate, collassi statali o emergenze umanitarie croniche, i diritti delle donne e delle bambine rappresentano spesso la prima vittima collaterale. In questi contesti, il venir meno dei servizi sanitari, scolastici e sociali favorisce il ritorno o il rafforzamento di pratiche tradizionali violente, utilizzate come strumenti di controllo sociale e identitario. La mutilazione genitale femminile diventa così una risposta regressiva alla paura, all’insicurezza e alla perdita di prospettive, perpetuata anche in assenza di qualsiasi fondamento religioso o medico.

I CONFLITTI DIMENTICATI E LE AREE SENZA PROTEZIONE SANITARIA
Un ruolo centrale è giocato dai conflitti a bassa visibilità mediatica, che interessano vaste aree dell’Africa subsahariana, del Medio Oriente e di alcune regioni asiatiche. In questi territori, spesso esclusi dai grandi programmi di cooperazione internazionale, le bambine crescono in contesti privi di tutela sanitaria, protezione legale e accesso all’istruzione. Le strutture sanitarie sono assenti o gravemente compromesse, il personale medico insufficiente e le campagne di prevenzione inesistenti. In questo vuoto istituzionale, la mutilazione genitale femminile continua a essere praticata in modo clandestino, tramandata di generazione in generazione come norma sociale, con conseguenze devastanti che rimangono invisibili fino all’arrivo nei sistemi sanitari dei Paesi di destinazione migratoria.

LE DIFFICOLTÀ DEL SISTEMA SANITARIO NEI PAESI DI ACCOGLIENZA
Anche nei Paesi europei e in Italia, spiegano le associazioni, il sistema sanitario incontra gravi difficoltà nell’intercettare e gestire il fenomeno. Le mutilazioni genitali femminili emergono spesso tardi, durante una gravidanza, un parto o a seguito di complicanze cliniche, quando il danno è già avvenuto. La mancanza di protocolli condivisi, la scarsa formazione specifica di medici, infermieri e operatori sociali e il timore delle famiglie di esporsi a conseguenze legali contribuiscono a mantenere il fenomeno sommerso. Senza un rafforzamento strutturale della prevenzione, della formazione sanitaria e della presa in carico multidisciplinare, il rischio è quello di intervenire solo sull’emergenza clinica, senza incidere realmente sulle cause profonde e sulla protezione delle bambine a rischio.

LE CRITICITÀ STRUTTURALI SEGNALATE DALLA RETE ASSOCIATIVA
AMSI, UMEM, Co-mai e Uniti per Unire riflettono e sottolineano come la persistenza delle mutilazioni genitali femminili sia legata a fattori culturali, sociali e informativi, ma anche a una insufficiente capacità di intercettare, proteggere e accompagnare le situazioni a rischio, soprattutto tra le nuove generazioni.
Le associazioni affermano che la mancanza di dati aggiornati e sistematici, la scarsa formazione degli operatori sanitari e il timore di denunciare continuano a favorire la clandestinità del fenomeno, rendendo più difficile l’emersione dei casi e la tutela delle vittime.

FOAD AODI: “NON È TRADIZIONE, È VIOLENZA”
Su questo punto interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata:
«Le mutilazioni genitali femminili non sono una tradizione, ma una violenza sistematica che lascia segni fisici, psicologici e sessuali permanenti. I nostri dati mostrano che il fenomeno non solo non si arresta, ma continua a colpire bambine e giovani donne anche nei Paesi che si considerano avanzati sul piano dei diritti».
Aodi sottolinea come l’aumento della sopravvivenza e della mobilità internazionale renda ancora più urgente un approccio strutturato e continuativo:
«Senza una raccolta dati annuale, senza formazione continua e senza una reale presa in carico sanitaria e psicologica delle vittime, il rischio è quello di limitarsi a commemorazioni simboliche. Servono strumenti concreti, capaci di incidere sul territorio e nelle comunità».

LE CONSEGUENZE SANITARIE E PSICOLOGICHE: UN TRAUMA CHE DURA TUTTA LA VITA
Secondo Aodi, le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili vengono ancora ampiamente sottovalutate:
«Parliamo di emorragie, infezioni, complicazioni durante il parto, dolori cronici, ma anche di traumi profondi che accompagnano queste donne per tutta la vita. Non possiamo continuare a ignorare l’impatto devastante che questa pratica ha sulla salute fisica e mentale».

LA PROPOSTA: UN OSSERVATORIO INTERNAZIONALE ANTI-MGF
Per questo la rete associativa propone l’istituzione di un Osservatorio Internazionale Anti-MGF, con il compito di monitorare il fenomeno, raccogliere dati aggiornati e comparabili, analizzare le conseguenze cliniche e psicologiche e coordinare programmi di prevenzione, formazione e informazione.
«Un osservatorio – conclude Aodi – permetterebbe di uscire dalla frammentazione attuale e di costruire una risposta condivisa. Dobbiamo investire sulla formazione degli operatori sanitari, che oggi in larga parte non sono adeguatamente preparati, e tutelare chi trova il coraggio di denunciare. Le mutilazioni genitali femminili non hanno alcuna giustificazione medica né religiosa: sono una violazione dei diritti umani e come tale vanno contrastate con un impegno collettivo e continuo».

IL RUOLO CHIAVE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE: PREVENZIONE, COORDINAMENTO E DATI CONDIVISI
Secondo la rete associativa, l’Unione Europea dispone oggi degli strumenti normativi e sanitari per incidere in modo più efficace sul contrasto alle mutilazioni genitali femminili, ma manca ancora un coordinamento strutturato e permanente tra i Paesi membri. Le politiche di prevenzione risultano frammentate, affidate a singole iniziative nazionali o regionali, spesso scollegate tra loro e prive di un sistema di monitoraggio comune. Le associazioni sottolineano la necessità di rafforzare il ruolo delle istituzioni europee nella raccolta e armonizzazione dei dati, nella definizione di linee guida sanitarie condivise e nel sostegno a programmi di formazione per operatori sanitari, sociali e scolastici. Senza un approccio europeo integrato, il rischio è che il fenomeno continui a essere affrontato in modo emergenziale, senza una reale strategia di prevenzione transnazionale.

SANITÀ ITALIANA E RESPONSABILITÀ POLITICA: DALL’EMERGENZA ALLA PREVENZIONE
In Italia, spiegano le associazioni, il tema delle mutilazioni genitali femminili richiede un salto di qualità nelle politiche sanitarie e sociali. Nonostante l’esistenza di norme di tutela, la prevenzione resta debole e disomogenea sul territorio nazionale. Le mutilazioni genitali femminili vengono intercettate prevalentemente in fase tardiva, durante l’accesso ai servizi sanitari per gravidanza, parto o complicanze, quando il danno è già consolidato. Serve invece una presa in carico precoce, che coinvolga consultori familiari, medicina territoriale, pediatria, ginecologia, servizi sociali e scuola. Le associazioni evidenziano la necessità di investire in formazione obbligatoria e continuativa per il personale sanitario, di definire protocolli operativi chiari e di rafforzare la collaborazione tra sanità, servizi sociali e autorità giudiziarie, tutelando al tempo stesso le famiglie e le bambine a rischio. Senza un impegno politico chiaro e risorse dedicate, il contrasto alle mutilazioni genitali femminili rischia di rimanere confinato a iniziative sporadiche, anziché diventare una vera priorità di sanità pubblica.

RESPONSABILITÀ GLOBALE E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: OLTRE GLI INTERESSI ECONOMICI
Le associazioni della rete sottolineano come il contrasto alle mutilazioni genitali femminili non possa essere delegato esclusivamente ai Paesi più poveri o colpiti da instabilità cronica. I grandi Paesi industrializzati e le principali potenze regionali hanno una responsabilità diretta nel sostenere i sistemi sanitari e sociali delle aree più fragili, contribuendo a prevenire e arginare un fenomeno che ha ormai una dimensione globale.
Secondo la rete associativa, i rapporti e i patti di cooperazione tra Europa, Africa, Asia e America Latina non possono continuare a essere costruiti esclusivamente su interessi economici, commerciali o geopolitici, trascurando i diritti umani e la tutela della salute delle donne e delle bambine. Senza investimenti concreti in sanità, istruzione, formazione degli operatori locali e protezione sociale, ogni accordo rischia di rafforzare disuguaglianze già esistenti e di lasciare irrisolte le cause profonde che alimentano pratiche violente come le mutilazioni genitali femminili.
Le associazioni affermano che la cooperazione internazionale deve assumere una dimensione etica e sanitaria, integrando la lotta alle MGF nei programmi di sviluppo, nei partenariati bilaterali e multilaterali e nelle politiche di aiuto umanitario. Solo un impegno condiviso, che metta al centro la salute e i diritti delle donne, può contribuire a spezzare il legame tra povertà, instabilità e perpetuazione di questa violenza, trasformando la cooperazione globale in uno strumento reale di prevenzione e cambiamento.

L’IMPEGNO SUL CAMPO DELLA RETE INFORMATIVA INTERNAZIONALE
Attraverso la rete dell’Agenzia Mondiale Informazione Senza Confini AISC News, Radio Co-mai Internazionale e AISC TV, attive in oltre 120 Paesi, sono già in corso campagne di informazione e formazione multilingue, con il coinvolgimento di esperti internazionali, per contrastare le mutilazioni genitali femminili e promuovere una cultura della tutela, della prevenzione e dei diritti delle donne.

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