Il Mediterraneo è il teatro dei miti e degli archetipi. Il vissuto è tragedia

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AgenPress. Cantami o diva… Con il vento in poppa la traversata nel Mediterraneo non è solo storia. È di più. È un mosaico in cui la partenza e il ritorno coincidono. C’è l’isola ma anche il perdurante esilio. I linguaggi sono l’alchimia dei suoni e della tragedia. Gli uomini facilmente diventano personaggi e Pirandello mette in scena.

La poesia così entra nel racconto del tragico. Si fa vissuto e si fa mito. Il linguaggio è pregno di simboli e gli archetipi sono spazi che occupano lo scenario del silenzio. Ma restano i gesti. Resta il teatro. È qui la nascita della tragedia alla quale Nietzsche ha affidato pagine esemplari che si impongono sullo scenario dei giorni.

Ma occorrono vissuti profondi per raccontare i Mediterranei. Dalla Mesopotamia ad oggi. Dalla Grecia all’Armenia. Dalla Turchia a Tunisi. Istanbul è l’intreccio tra Bisanzio e Costantinopoli. La mia pietra d’Oriente non è soltanto un simbolo. Bisogna abitare l’anima della pietra per cercare di capire. Bisogna aver visitato quei luoghi. Bisogna aver abitato quei contesti. Bisogna aver penetrato le coscienze di un Mediterraneo che è Siria ma anche Omero, che è la Striscia di Gaza ma anche la Cappadocia, che è letteratura albanese (sì, perché l’Albania è un mondo Balcano nella storia dei processi ottomani mediterranei), che è il Regno di Napoli con Corrado Alvaro che offre le straordinarie immagini di Istanbul e Ankara, ma anche il vento del Libano, le strade di Siviglia, la roccaforte di San Paolo a Malta.

Mi ritornano alcuni canti: “Sei rosa sei rosa bianca e garofano nella sera dell’estate con il vento sulle onde e le voci di Bisanzio che ascolto tra le vie delle spezie sono memorie antiche. Porti sul viso il verde e il rosso della trasparenza dei veli delle danzatrici che sfidano il tempo sconfitto dalle età e ti osservo specchiando i miei occhi nei tuoi. Questa sera al canto del muezzin mi avrai nell’anima e i nostri corpi saranno una stretta di isole per viverci come eterni nel finito delle lune sul mare. Ascoltami per una sera ancora. Domani sarà un volo in più nel deserto degli spazi e delle ricordanze”.

Albert Camus, che ha inventata la linea meridiana, era un grande conoscitore del Mediterraneo nella coscienza dello straniero e nella caduta delle rivolte. Carl Schmitt in “Terra e mare” ha disegnato l’inizio e la fine del Mediterraneo. Il Mediterraneo è fatto di voci. Ma il Mediterraneo, si comprenda bene una volta per tutte, non è il musulmano, il cristiano, il bizantino che proviene da una geografia ben definita. Marie Cardinal ha disegnato il cammino nel paese dell’anima. Il Mediterraneo è anima della metafisica. Gorgia ha dettato oltre Socrate Platone e Aristotele il viaggio e l’esilio. Omero il ritorno. Virgilio la permanenza verso un tempo lineare al contrario di Omero che è circolarità.

Il Mediterraneo è anche il Pascoli che legge e introduce la storia del Novecento moderno in un Mediterraneo della linea magrebina. È anche Enrico Pea che dedica le sue pagine più belle all’Egitto. È il Ludovico de Varthema che ci fa compiere quel “meraviglioso” viaggio alla Mecca. Siamo eredi e testimoni dei mari infiniti che legano. Non sono distacco. Ma confine.

Di quale Mediterraneo si vuole parlare? Istanbul è Mediterraneo o Adriatico? È Oriente. Ho partecipato a centinai di incontri in tutto il mondo discutendo dei Mediterranei esclusi e dei Mediterranei includenti. Ma il concetto di condivisione esula da qualsiasi interpretazione che possa avere alla base la profondità della conoscenza. L’etnia e la lingua sono un dato di fatto. Come è un dato di fatto l’intreccio tra la fuga, l’esilio e la nostalgia. Ma il canto d’amore è sottile: “Gli azzurri hanno le sfumature del blu nel vento d’Oriente e le parole sono una fuga tra il pensiero e il canto che ha voci di danze sufi”.

Questo Oriente che chiama con voci di vento e di porto l’Occidente sono nella musica di Battiato e Sgalambro.

Ritorno spesso al canto del “mio” Muazzin.

“Non ho sguardi da custodire perché nel viaggio c’è sempre una coincidenza tra la partenza e il ritorno e il sublime è un rischio e un suono di orizzonti. Le mie labbra sfiorano il tuo seno e il tuo volto ha il velo delle trasparenze. Ti racconterò amore mio la storia di una gazzella che ha portato in volo i petali di una rosa bianca”. Il Mediterraneo siamo noi e Istanbul è l’Oriente che vive nei nostri viaggi.

Il mondo Mediterraneo è un intreccio tra realtà araba, musulmana, islamica, cristiana. Ma anche in termini culturali non basta puntare lo sguardo su questi semplici elementi. Siamo nostalgici dei dervisci, ma per capire i dervisci abbiamo bisogno di aver capito Rumi e Kajjam in un intreccio tra Oriente ed Occidente. C’è il sorriso sordo silente ironico della Leucò di Pavese che diventa sintesi di una grecità tragica.

Non si può prescindere da ciò anche in letteratura. Soprattutto per una letteratura che è metafora della fuga, del viaggio, dell’esilio, della estraneità, della diaspora. È dentro questa constatazione che si fonde vita, storia, letteratura tra poesia e racconto. La letteratura diventa un innesto di un linguaggio esistenziale che è linguaggio di lingue, di etnie, di tradizioni. Si tratta di un’antropologia vissuta sulla conoscenza e non sulla lettura soltanto.

Ecco perché oramai, dopo una vita spesa viaggiando e lavorando con le culture dei Mediterranei, diffido sentir parlare di Mediterraneo e di raccontare il Mediterraneo soltanto attraverso la lettura di pagine di libri o dalle singole voci di testimoni che sono nate sulle sponde del Mediterraneo soltanto. Per dare un senso ad un Mediterraneo, che non potrà mai essere capito attraverso la versione della condivisione, bisogna averlo penetrato, bisogna aver penetrato i Mediterranei, bisogna aver frequentato i luoghi: dalle Medine ai deserti, dai Camini delle Fate alle Moschee. Essersi incontrati e scontrati con il mondo musulmano e islamico. Aver osservato le Gerusalemme e i mari che toccano i deserti di Tunisi, aver capito che la Macedonia e il Kosovo sono in un Oriente islamico e in una ambiguità cattolica sino a toccare l’ortodossia di Cipro.

I Mediterranei sono una letteratura inafferrabile e quando riusciremo a trovare il legame tra queste geografie o la definitiva discordanza tra gli Oceani e l’Adriatico e il Tirreno, che sono nell’abitazione dei Mediterranei, possiamo cominciare a muovere qualche tassello del vasto mosaico anche sul piano della consapevolezza. Ci vuole conoscenza e frequentazione, capacità interpretativa e molto coraggio. Non basta una lettura tra fogli di libri per discutere di Mediterraneo. Dialogare di peperoncini appesi alle finestre come cantavano Fabrizio De André e Mia Martini o di danze recitate da Franco Battiato, che ha abitato il Mediterraneo tunisino. Istanbul è Oriente, ha un senso precluso che porta a una geografia a impatto.

I suoni e le voci sono un vento spinto dalle onde. Ho con me La Moschea di Samir: “La notte è una danza nel gioco dei veli che ti fasciano il cerchio del passo negli Orienti di Istanbul. Hai la bellezza della luna nelle luci del mare donna che porti il vento negli occhi e i sorrisi tra le dita. Ti darò il mio cercarti per una carezza che non dimenticherò”.

Istanbul non è distanza. L’Oriente è in noi! E la danza è un mistero tra la pietra dei simboli e il viaggio di Paolo. Quando il mistero incontra il viaggio l’archeologia dei sensi può duventare una ermeneutica dell’ascolto di un immaginario profondamente lirico. È così che la poesia intreccia la filosofia. Entrambe sono teatro. In scena basterebbe un solo personaggio per attraversare le civiltà e fare di esse una lunga metafora che da Omero giunge alle nostre distanze. Tutto è destino diceva Pavese. Essere nel Mediterraneo è destino certamente ma è anche essere dentro la teatralità dei miti. Nel vissuto della tragedia. Il resto è cronaca. Terribile cronaca.

di Pierfranco Bruni

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