Maurice Merleau-Ponty. Il filosofo del superamento della dialettica che porta Socrate in piazza. Oggi andrebbe riletto

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AgenPress. Tutto ciò che sono è qui. Dove c’è la mia presenza lì ci sono. La presenza come radicamento nella coscienza è conoscenza dell’assenza. Una contraddizione che lascia il segno e il segno è la ferita profondo che abitiamo le eredità che ci portiamo sempre dentro. Riflettere autenticamente non è ripiegarsi in una camera interna. È uscire. È consegnarsi. Merleau-Ponty lo scrive con la precisione di chi ha attraversato la fenomenologia senza tradirla: “Riflettere autenticamente significa darsi a se stesso, non come una soggettività oziosa e recondita, ma come ciò che si identifica con la mia presenza al mondo e agli altri come io la realizzo adesso. Io sono come mi vedo, un campo intersoggettivo, non malgrado il mio corpo e la mia storia, ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi”.

Qui la filosofia cessa di essere commento. Diventa postura. L’io non preesiste al mondo per poi abitarlo. L’io accade mentre il mondo accade. La carne non è ostacolo alla coscienza. È la sua lingua. Il corpo è la prima geografia, la storia è la prima sintassi. Per questo l’uomo è mondo: non perché lo contiene, ma perché è contenuto dal suo stesso apparire. La presenza è un debito contratto con la luce, con la terra, con gli altri. Non si salda. Si abita.Dire campo intersoggettivo significa spezzare l’idolo del soggetto monade. Non c’è un io che osserva da una torre. C’è un incrocio. Un chiasma. Gli sguardi si toccano prima delle mani. La mia percezione è già abitata dal volto altrui. Il mondo è tra. Tra me e l’albero, tra me e chi passa, tra la mia ferita e la parola che tenta di dirla.

Merleau-Ponty porta Socrate nella piazza e gli toglie il piedistallo dialettico. Non si tratta di definire la giustizia. Si tratta di stare nel mercato, di respirare la polvere, di sentire che la domanda nasce dalla pietra dei templi e dal passo degli uomini. La verità non è dietro le cose. È nello spessore delle cose. L’ontologia diventa estetica: scienza del sentire. E il sentire è sempre con. Cioran entra nella stanza con il suo bisturi: “Il materialismo è di per sé una filosofia semplicistica. Ma, deludente in ciò che afferma, è almeno efficace in ciò che nega, dato che ogni negazione è una via verso la liberazione”.

Non è elogio. È constatazione. Il materialismo non regge quando pretende di spiegare. La materia non basta a dire il tremore. Eppure, quando nega l’oltremondo, quando abbatte i cieli posticci, compie un’opera ascetica. Toglie. E nel togliere libera. Ogni negazione è un taglio che lascia passare aria. Il materialismo, senza volerlo, diventa mistica al contrario: svuota il tempio perché si veda che il tempio era vuoto. Cioran non difende la materia. Difende la libertà che nasce quando cadono le maschere. La negazione non costruisce. Disinfesta. Dopo, resta il silenzio. E nel silenzio ricomincia il rischio della parola. Proprio su questo si basa il mio prossimo libro.

Merleau-Ponty afferma: io sono mondo, sono corpo, sono storia. Cioran risponde: ogni affermazione è sospetta, ma ogni negazione apre. L’uomo come mondo non è panteismo consolante. È esposizione. Se sono questo corpo, allora sono vulnerabile. Se sono questa storia, allora sono mortale. L’essere-al-mondo non è possesso. È ferita. Per questo il materialismo, pur nella sua povertà, serve e nega gli alibi. Toglie la scala che porta fuori dalla carne. Obbliga a restare. E restare è già forma di coraggio. La liberazione di cui parla Cioran non è promessa. È sottrazione. Libero non è chi ha conquistato un altro cielo. Libero è chi ha perso anche l’idea di cielo e continua a camminare. L’uomo-mondo di Merleau-Ponty, spogliato dal materialismo di ogni metafisica decorativa, resta nudo. Ma nella nudità ritrova il sacro senza nome: il battito, il respiro, l’altro che mi guarda.

Ma la soglia non è passaggio. È luogo. Lì l’uomo è mondo perché non ha altro luogo dove stare. Lì la negazione è efficace perché non lascia macerie: lascia spazio. Riflettere autenticamente, allora, è rimanere sulla soglia con il corpo che pesa e con la storia che sanguina. È accettare che la presenza agli altri è la sola trascendenza concessa. È sapere che ogni volta che dico io ho già detto noi, ho già detto terra, ho già detto tempo. Il materialismo ha negato gli dèi. Bene. Ma nel vuoto lasciato, Merleau-Ponty vede ancora il volto. Perché il volto non è idea. È carne che si fa appello. E l’appello non si dimostra. Si raccoglie.

Non c’è conclusione in tutto questo. C’è il passo successivo. L’uomo come mondo non possiede mappe. Possiede cicatrici. La negazione ha liberato il campo. Il campo resta. Su quel campo si cammina. Riflettere è darsi. Darsi è esporsi. Esporsi è già essere con gli altri. Il resto è commento. E il commento, dopo la carne e dopo la cenere, tace. La cenere è ormai, alla mia età, nel ginepraio del tempo. Che diventa esilio assoluto. O meglio solitudine che ha la volontà del desiderio. Il punto è proprio questo. Ci sono dissolvenze che diventano disincanti. È qui che il tempo si distrae e occupa la solitudine. La poesia è solitudine. La filosofia è disegno dell’anima. Non è disciplina. Cioran è esempio. Prima lo è stato Maurice Merleau-Ponty. Nato a Rochefort-sur-Mer nel 1908 e morto a Parigi nel 1961.

Pierfranco Bruni

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