AgenPress. Il titolo traccia e crea immaginari che sono già destino: “Fantasmi romeni”, La Lepre Edizioni, pagg. 112. Carolina Vincenti apre il suo libro con una lettera. Non a un lettore. A un figlio che torna alle radici. La Romania non è cartografia. È memoria frammentata. È diaspora che non è dispersione. È viaggio che pone al centro il proprio essere e la propria consapevolezza. I dieci ritratti sono figure sospese tra Oriente e Occidente. Li accomuna l’esilio. Ma l’esilio, in Vincenti, non è pena. È un metodo. Anzi una ermeneutica. È un modo di rispondere alla domanda: chi si è, da dove si viene, quale lingua si parla nei sogni. Con quale linguaggio arrivano i sogni nelle notti in cui il ricordo della Romania si fa memoria. Metafisica della memoria.
L’esule è l’uomo che non ha casa e per questo costruisce necessari archivi nel tempo. Il conforto dei ricordi è filo. La nostalgia vive nei particolari: una casa, il profumo di un albero, la strada Mantuleasa di Eliade. Appartenere è un balsamo che genera benessere. L’appartenenza è un riferimento di un nostos che resta aggrovigliato all’anima. Carolina Vincenti struttura il libro come matrioska. Romania dentro l’esule. Esule dentro la lingua. Lingua dentro il sogno. Una impalcatura dunque a mosaico e ogni tassello ha il suo immaginario in cui l’onirico è attesa. Il caleidoscopio ha nomi. Cioran, genio e flâneur fallito. Sergiu Celibidache, idolatrato e ostile alle registrazioni. Brancusi, avanguardia che tace. Paul Celan, poeta dell’agonia sublime. Panait Istrati, Gor’kij dei Balcani. Con loro Mircea Eliade, storico delle religioni e poeta. Con loro Ioan Petru Culianu, gnostico ucciso all’apice. Uno scenario dentro l’esistere che è tempo e vissuto. Perché ogni nome è scena. Ogni scena è esilio. Ogni esilio è ricerca di identità. Il punto centrale è proprio questo.
Mircea Eliade e Emil Cioran sono i due poli. Eliade viaggia tra Oriente e Occidente. India, Portogallo, America. Il suo tema è il sacro. Smantella il profano e ritrova il religioso sotto false vesti. Per Eliade non esiste società areligiosa. Il mito sopravvive travestito. Restano gli archetipi che incidono segni. Indefinibile e infiniti. Cioran si ritira a Parigi. Quartiere latino. Insonnia. Stile. Il suo tema è il nulla. È estetica del fallimento. È prosa che brucia la metafisica. È flâneur che non crede. Appunto è un tracciato in tragico di utopia. Due romeni. Due esili. Eliade cerca il centro. Cioran abita il bordo. Eliade scrive per ritrovare. Cioran scrive per perdere. Eppure l’amicizia regge più del fuoco. Perché l’esilio è patria più forte della patria. Radice intrecciato a radici.
L’esilio romeno del Novecento è un fenomeno letterario e filosofico. È metamorfosi e bilinguismo. L’uomo lascia la lingua madre e trova un’altra lingua. E in quella frattura nasce il pensiero. Non le idee o l’idea. Il pensiero. È ben altra cosa dell’idea. Cioran smette il romeno nel 1947. Scrive solo in francese. Ma dice: il meglio della dottrina è in romeno. Ricirdo “Al culmine della disperazione”. È il suo libro chiave. L’esilio è tempo. È tempo della nostalgia che non guarda indietro. Guarda dentro. È viaggio tra ricerca e consapevolezza filosofica. È Romania ascoltata da chi l’ha perduta. Ciò che si perde ritorna sotto altri immaginari.
Carolina Vincenti è nata a Bucarest, cresciuta a Beirut, vive a Roma. È tre città in una. È identità stratificata. Cammina per Bucarest con i fantasmi come lari tutelari. I fantasmi rendono le città vere più dei vivi. E tutto in una elegante nobiltà che rende l’estetica la bellezza dei giorni.
La cultura romena è sommersa e mai perduta. È Cantemir, principe orientalista di confine. È Elena Ghica, archeologa con rivoltella che entra nel Monte Athos proibito alle donne. È Marta Bibescu, musa proustiana. In una profezia che è ricerca profonda del perduto in sentiero ritrovato. Le radici non sono solo terra. Sono la lingua dei sogni. Sono domande che l’esule porta con sé. Il senso del tragico incide in una cultura della teatralità. I romeni a Parigi sono tre volti del destino europeo: il sacro, il nulla, l’assurdo. Eliade, Cioran, Ionesco. Affascinanti viaggi nel misterioso che incantata. Il tragico è sapere che l’esilio è rifugio e pericolo. È solidarietà e ombra. È patto di silenzio tra chi ha vissuto un secolo e lo ha attraversato come epoca. La teatralità è gesto. Brancusi non parla di sé. Celibidache non registra. Celan scrive l’agonia. Ogni vita è messa in scena. Ogni scena è confessione senza pubblico e questa confessione diventa un vero e proprio genero letterario. Comunque Vincenti scava tra radici e identità. Non trova marmo. Trova ombre. E le ombre parlano. Dicono che l’esilio non è fine. È inizio. Che la nostalgia non è lutto. È bussola. Che il tragico non è caduta. È scena.
La Romania di Vincenti è racconto corale. È dieci vite che dicono una sola cosa: si può perdere il paese e ritrovare la voce. Si può essere senza casa e avere stile. Si può essere esuli e restare maestri di vita e di conoscenza. L’eleganza della sapere è nella accettazione perché l’accettazione non è rassegnazione ma consapevolezza. E questo, nel tempo della modernità che cancella, è atto di resistenza. È poesia. Infatti. Il frammento è un vivere nel pensare il linguaggio delle radici. Le vere radici sono appunto nella “ragione poetica” che Carolina Vincenti pone come vento rumeno che ha conosciuto Ovidio.
Il libro sarà occasione di incontro a Polignano a Mare il prossimo 11 Luglio in una conversazione tra Carolina Vincenti e Pierfranco Bruni.
