AgenPress. Il legame tra Aristosseno e Maria Zambrano non è storico, è necessario. Sono due pensatori dell’ascolto che Taranto e la Spagna hanno generato per correggere Atene. Aristosseno dice: il vero amore del bello sta nelle attività pratiche e nelle scienze, nelle buone usanze e occupazioni. Non nei bisogni. Ciò che dai più è detto amore del bello è solo la spoglia del vero amore. Zambrano non ha conosciuto questo frammento, ma lo ha riscritto senza saperlo nella sua teoria del sapere. Per lei il sapere non è mai conquista, è frequentazione. Qui si lega sapere, estetica e metafisica.
Il sapere per Aristosseno sapere è fare bene. La scienza buona e onesta ama davvero il bello perché lo pratica. Per Zambrano questo è il sapere di esperienza, che lei distingue dal sapere di scuola. In Notas de un método scrive: “Il sapere è una musica che si impara ad ascoltare stando, non andando”. Stare è pratica, è occupazione buona, è usanza che si ripete non per abitudine ma per fedeltà. Il filologo moderno cerca il bello nel bisogno di novità. Aristosseno e Zambrano cercano il bello nello stare che approfondisce. È il sapere tarantino: non accumulare, abitare.
L’estetica per Aristosseno fonda l’estetica non come teoria del bello, ma come educazione dell’orecchio. L’orecchio giudica, non il numero. La voce che parla scivola, la voce che canta si ferma su gradi. Quella fermata è estetica: è dare forma al continuo. Zambrano chiama questo “la forma come confessione”. In La Confesión como género literario dice: “La forma non è ornamento, è il modo in cui la vita riesce a restare senza fuggire”. Aristosseno direbbe la stessa cosa della nota musicale: la forma sonora non è decorazione del suono, è il modo in cui il suono riesce a restare udibile senza disperdersi nel rumore continuo del bisogno. La spoglia del vero amore di cui parla Aristosseno è esattamente il bello che nasce dal bisogno, dal volere possedere. L’estetica di Aristosseno e di Zambrano è estetica della sosta, non della brama.
Per questo Aristosseno inventa la teoria del ritmo non come misura matematica ma come “ordine del movimento che l’anima riconosce”. Zambrano in El sueño creador scrive: “Il ritmo è la prima metafisica che il corpo comprende prima che la mente la pensi”. Il corpo capisce il ritmo prima che l’intelletto lo calcoli. È estetica che diventa antropologia.
Nella metafisica il tarantino e la andalusa si toccano più a fondo. Pitagora aveva detto: l’anima è armonia. Aristosseno raccoglie questa eredità ma la sposta: l’anima non ha armonia, è armonia che si pratica. Nelle sue Vite pitagoriche racconta che i pitagorici a Taranto non dimostravano l’armonia, la vivevano, si curavano con la musica al mattino, si purificavano con l’esame di coscienza la sera.
Zambrano chiama questa stessa pratica “piedad”. Non pietà come compassione, ma piedad come il saper trattare con l’altro da sé senza violentarlo. In El hombre y lo divino scrive: “La piedad es el saber tratar con el misterio, con lo que no se deja reducir a necesidad”. Il bisogno riduce tutto a necessità. La piedad tratta il mistero lasciandolo mistero. Aristosseno tratta il suono con piedad: non lo riduce a numero, lo lascia suono e lo ascolta. Zambrano tratta l’essere con piedad: non lo riduce a concetto, lo lascia essere e lo custodisce.
Così sapere, estetica e metafisica si ricongiungono. Il sapere per Aristosseno e per Zambrano non è possedere, è saper stare con. L’estetica non è giudicare il bello, è imparare a sostare nel bello perché si è praticato bene. La metafisica non è spiegare l’essere, è custodirlo come armonia che l’orecchio riconosce ma non fabbrica. Taranto al cento, Taranto al centro, significa questo: una città che ha dato ad Aristosseno la possibilità di dire che il vero amore del bello nasce dalle buone occupazioni, non dal bisogno. Zambrano, esule, senza città, ha detto la stessa cosa in un secolo che ha confuso il bello con la sua spoglia: il consumo, la novità, l’urgenza.
Aristosseno ad Atene fu scartato come scolarca perché l’orecchio tarantino dava fastidio alla ragione ateniese che voleva misurare tutto con il numero. Zambrano in Europa fu messa ai margini perché la sua ragione poetica dava fastidio alla filosofia che voleva misurare tutto con il concetto. Entrambi hanno insegnato una cosa sola, che è insieme sapere, estetica e metafisica: il bello non si prende. Si pratica. E quando lo pratichi, ti accorda. Maria Zambrano fa della parola il linguaggio di un tempo in cui il viaggio è sempre un esilio. Quando si ritorna a casa si ha nostalgia del viaggio. Ciò vuol dire che la casa stessa diventa un esilio perché si vorrebbe ritornare lungo le rotte del viaggio.
di Pierfranco Bruni
