Il caso Garlasco torna al centro di “Zona Bianca”. Nella puntata di giovedì 20 agosto 2026, l’attenzione si è concentrata anche sulle omissioni e sulle scelte investigative della prima inchiesta su Andrea Sempio. Un passaggio, soprattutto, riapre una domanda pesante: se nel 2017 fosse stato acquisito ufficialmente il DNA di Sempio, oggi parleremmo di un colpevole diverso?
AgenPress. Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco continua a interrogare non soltanto sulle nuove prove, ma anche su ciò che venne fatto — o non venne fatto — nelle indagini del passato. È questo uno dei punti emersi con forza nell’ampio approfondimento dedicato al caso da Zona Bianca, nella puntata del 20 agosto 2026.
Al centro c’è Andrea Sempio, oggi 38enne, il cui nome era già entrato ufficialmente nell’inchiesta alla fine del 2016. La data è precisa: 23 dicembre 2016. Quel giorno Sempio venne iscritto nel registro degli indagati nell’ambito della nuova attività investigativa sul delitto di Chiara Poggi. L’iscrizione arrivava dopo una consulenza genetica della difesa di Alberto Stasi che aveva indicato una possibile compatibilità tra una traccia rinvenuta sulle unghie della vittima e il DNA attribuito a Sempio.
Ed è proprio qui che si apre uno dei capitoli più controversi dell’intera vicenda.
Nel 2016-2017 il materiale genetico riferibile a Sempio non proveniva da un prelievo ufficiale. Secondo quanto ricostruito negli atti e riportato dalla stampa, il profilo era stato ottenuto da oggetti abbandonati dall’allora giovane, tra cui una tazzina e una bottiglietta, recuperati da investigatori privati.
La differenza è tutt’altro che secondaria.
Un conto è confrontare una traccia repertata sulla scena o sul corpo della vittima con un profilo ottenuto indirettamente; un altro è avere un campione biologico ufficiale, certo e acquisito direttamente dalla persona interessata, da utilizzare come riferimento.
Eppure Sempio, quando il suo nome tornò nell’inchiesta nel dicembre 2016, era già stato formalmente iscritto nel registro degli indagati. La domanda che oggi torna a essere posta è dunque semplice e, proprio per questo, inquietante: perché non si procedette allora a un prelievo ufficiale del suo DNA?
Nel marzo 2017 l’indagine su Sempio venne archiviata. La consulenza genetica che aveva riacceso i riflettori sulla traccia sotto le unghie di Chiara fu fortemente contestata e il materiale genetico venne ritenuto non sufficientemente affidabile per arrivare a un’identificazione.
Ma il punto che oggi assume un peso diverso è che un confronto diretto avrebbe potuto fornire, già allora, un dato molto più netto.
Il tema è riemerso anche attraverso le intercettazioni e le dichiarazioni della famiglia Sempio.
Una frase attribuita alla madre di Andrea, Daniela Ferrari, fotografa bene il paradosso che oggi viene analizzato: «Il DNA che gli hanno rubato non si sa neanche se è il suo, perché il DNA di mio figlio non è ancora stato confrontato, a mio figlio è stato preso ufficialmente quest’anno (2025) a marzo».
La testimonianza della madre, depositata agli atti dell’udienza al Riesame di Brescia, conferma inoltre che la famiglia era venuta a conoscenza già nel dicembre 2016 della questione relativa al DNA sotto le unghie di Chiara.
Il dato temporale è quindi significativo: Sempio viene indagato nel dicembre 2016, l’indagine prosegue nel 2017, ma il primo prelievo ufficiale del DNA arriva soltanto nel 2025, quando la Procura di Pavia riapre il fascicolo.
Nel marzo 2025 Sempio venne infatti sottoposto al prelievo del DNA nell’ambito della nuova inchiesta. Inizialmente aveva rifiutato il prelievo volontario della saliva, chiedendo che fosse disposto da un’autorità terza; successivamente il tampone venne eseguito su disposizione dell’autorità giudiziaria.
Ed è qui che la vecchia e la nuova indagine si incontrano.
La nuova attività investigativa ha rimesso sotto esame proprio quelle tracce che anni prima erano state considerate non utilizzabili per identificare con certezza un soggetto.
Nel 2025 le nuove analisi hanno riportato l’attenzione sul materiale genetico presente sotto le unghie di Chiara Poggi. La Procura ha ritenuto che alcune tracce fossero compatibili con la linea paterna della famiglia Sempio, facendo tornare Andrea Sempio al centro dell’indagine.
Il dato, però, va letto con prudenza: la presenza o la compatibilità di DNA non equivale automaticamente alla prova della responsabilità nell’omicidio. È necessario stabilire come, quando e perché quel materiale biologico sia arrivato sul corpo della vittima e quale valore probatorio abbia all’interno dell’intero quadro investigativo.
È proprio questa distinzione che rende ancora più importante capire che cosa accadde nella prima indagine.
È una domanda controfattuale e, per definizione, non può avere una risposta certa. Ma è una domanda legittima.
Se nel 2017 fosse stato acquisito un campione biologico ufficiale di Sempio e se quel campione avesse consentito di stabilire con certezza una corrispondenza — o, al contrario, una non corrispondenza — con le tracce sulle unghie di Chiara, l’inchiesta avrebbe avuto a disposizione un elemento diverso da quello allora utilizzato. Non è possibile dirlo.
Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi e la sua condanna resta un dato giudiziario. Allo stesso tempo, la nuova indagine su Sempio ha aperto una fase completamente diversa del caso, nella quale la Procura di Pavia ha sostenuto una nuova ricostruzione dell’omicidio.
La questione, dunque, non è sostenere che un mancato prelievo abbia necessariamente prodotto un errore giudiziario. La questione è chiedersi se, nel momento in cui Sempio era già formalmente indagato e il suo nome era collegato a una traccia genetica, fosse possibile acquisire allora quel dato in maniera ufficiale e definitiva. Se la risposta fosse sì, il mancato confronto rappresenterebbe quantomeno un’occasione investigativa persa.
Il caso Garlasco è diventato, negli anni, anche una storia di prove interpretate in momenti diversi.
Prima ci furono le tracce genetiche. Poi le perizie, le controperizie e l’archiviazione dell’indagine su Sempio. Oggi quelle stesse tracce vengono nuovamente analizzate alla luce delle tecnologie e delle metodologie disponibili. Non è soltanto una questione di DNA.
La puntata di Zona Bianca del 20 agosto ha riportato l’attenzione anche su altri elementi della vecchia inchiesta e sulle fotografie del fascicolo relative alla Vigilia di Natale del 2016, mostrando come il dibattito attuale si stia spostando sempre più sulle modalità con cui furono raccolti, valutati e successivamente accantonati alcuni elementi.
E questo è forse il punto più delicato: nelle indagini non conta soltanto ciò che si trova, ma anche ciò che si decide di verificare.
Nel 2016 il nome di Sempio non era sconosciuto agli investigatori. Era stato ascoltato, era stato inserito nel registro degli indagati e il suo nome era stato associato a una possibile traccia genetica. Il fascicolo, tuttavia, venne archiviato nel 2017. Oggi, quasi dieci anni dopo quella prima iscrizione, la Procura è tornata a interrogarsi sullo stesso DNA.
È questo il paradosso che rende il caso ancora così difficile da chiudere nella percezione pubblica: un elemento considerato allora fragile o inutilizzabile è diventato oggi uno dei cardini della nuova attività investigativa. Ma proprio per questo bisogna evitare una conclusione automatica.
Non si può trasformare il dubbio in una certezza retroattiva. Non si può dire che Sempio sarebbe stato certamente condannato nel 2017 se fosse stato sottoposto a un tampone. E non si può neppure affermare che il mancato prelievo dimostri, da solo, un errore investigativo decisivo.
Si può però porre una domanda precisa: perché, una volta che Sempio era diventato indagato e il suo nome era stato collegato a una traccia genetica, non venne acquisito un suo campione ufficiale?
È una domanda che assume oggi un peso enorme perché il confronto ufficiale, alla fine, è arrivato. Ma è arrivato otto anni dopo l’archiviazione della prima indagine e quasi diciotto anni dopo la morte di Chiara.
Forse avrebbe rafforzato la posizione di Sempio. Forse avrebbe escluso definitivamente quel DNA. Forse avrebbe aperto già allora una strada investigativa completamente diversa. Oppure, se il risultato fosse stato interpretato nello stesso modo con cui venne valutata la consulenza del 2016-2017, la storia giudiziaria avrebbe potuto non cambiare affatto. È proprio l’impossibilità di sapere quale di questi scenari si sarebbe verificato a rendere così pesante la domanda.
Il caso Garlasco oggi non riguarda soltanto chi abbia ucciso Chiara Poggi. Riguarda anche come, nel corso di quasi vent’anni, le prove siano state raccolte, interpretate, accantonate e poi rilette alla luce di nuove analisi. E in questa prospettiva il mancato prelievo ufficiale del DNA di Andrea Sempio nella prima inchiesta resta uno dei nodi più difficili da ignorare.
Perché nel 2017 quel campione avrebbe potuto essere soltanto un esame in più. Oggi, invece, rappresenta una delle domande centrali di una vicenda giudiziaria che non ha ancora smesso di cambiare.
