Il percorso avviato dalla Fondazione Insigniti OMRI nasce da una domanda semplice e, proprio per questo, difficile: che cosa possiamo fare per riconoscere i segnali della violenza prima che diventino un fatto di cronaca?
AgenPress. Pietro Pietrini affronta il tema dal punto di vista delle neuroscienze cognitive, interrogandosi su cosa significhi davvero essere imputabili in adolescenza e su quanto le conoscenze sul cervello debbano farci ripensare alle soglie stabilite dalla legge.
Di seguito pubblichiamo il suo intervento. Giusto considerare imputabili gli adolescenti? A quale età diventiamo abbastanza maturi per essere chiamati a rispondere del nostro agire? E, per converso, fino a quando il giovane non è in grado di interagire adeguatamente con il mondo esterno tanto da dover essere protetto da potenziali situazioni di rischio?
Ebbene, il disegno di legge approvato lo scorso luglio dal Consiglio dei Ministri in tema di imputabilità del minore, il processo a Meta appena conclusosi e i fatti di cronaca nera che vedono protagonisti giovani e persino giovanissimi – come il tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa la scorsa settimana – sono incardinati su queste questioni.
Per la legge, è considerato imputabile chi possiede la capacità di intendere e di volere (art. 85 Codice Penale). Capacità che lo stesso codice esclude prima dei 14 anni ed assume essere sempre presente, a meno di sussistenza di un vizio di mente, al compimento dei 18 anni di età. Per i minori tra i 14 e i 18 anni non compiuti, l’imputabilità non è mai presunta, ma deve essere dimostrata dall’accusa e valutata caso per caso dal Giudice. Il recente disegno di legge introduce la presunzione relativa di capacità fino a prova contraria, di fatto invertendo l’onere della prova. Le suddette soglie per l’imputabilità sono state stabilite dal legislatore già nel Codice Rocco del 1930, dunque ben prima delle conoscenze apportate dalle Neuroscienze Cognitive nelle ultime quattro decadi.
Oggi sappiamo che il processo di maturazione del cervello avviene con tempi diversi nelle diverse regioni della corteccia cerebrale. Mentre le aree posteriori del cervello sono già pressoché pienamente mature nell’adolescenza, la corteccia prefrontale completa il suo processo di maturazione solo nella terza decade di vita, ben oltre dunque il compimento della maggiore età. La questione è rilevante perché la corteccia prefrontale è sede dei processi decisionali, della capacità di distinguere il bene dal male, di valutazione dei rischi e dei benefici, di controllo degli impulsi e degli istinti.
L’adolescente possiede un cervello “emotivo” perfettamente maturo, che lo spinge alla ricerca della gratificazione, del piacere, delle sensazioni forti, mentre il cervello “razionale” è ancora in fase di sviluppo. Questo divario temporale nella maturazione delle diverse componenti cerebrali rende conto di quei comportamenti rischiosi e irrispettosi delle regole che tutti abbiamo avuto nel corso dell’adolescenza.
Quella che a prima vista potrebbe sembrare una falla evolutiva, in realtà costituisce un indubbio fattore favorente la sopravvivenza della specie. Senza la tendenza al rischio e ad andare oltre il consentito non ci sarebbe stato progresso – pensate al virologo Jonas Salk, al quale si deve il vaccino contro la poliomielite, che lo inoculò a sé stesso, alla moglie e ai tre figli – e alquanto probabilmente ci saremmo già estinti.
L’adolescente, dunque, è più vulnerabile alla gratificazione immediata, al riscontro positivo da parte dei pari. I centri cerebrali che processano il piacere e la ricompensa e che si attivano ad esempio quando mangiamo cioccolata o facciamo una qualunque attività che ci dona piacere, rispondono anche ai like sui social media.
Nel processo a Meta è stato contestato ai dirigenti di aver consapevolmente sfruttato questa vulnerabilità dei giovani alla gratificazione immediata che ha portato molti di loro a sviluppare una vera e propria dipendenza, come quelle da gioco d’azzardo o da sostanze.
Quanto rilevano sulla responsabilità personale queste caratteristiche proprie dell’adolescenza? In altri termini, quali sono i requisiti necessari e sufficienti a rendersi conto della natura delle proprie azioni e a poterle adeguatamente controllare? Se è vero che nell’adolescenza siamo esposti ad una maggiore spinta all’azione impulsiva e alla ricerca di sensazioni forti e non abbiamo ancora piene capacità di valutazione critica, è altrettanto innegabile che la capacità di autodeterminarsi non può essere considerata un tutto o nulla che improvvisamente compare al compimento dei fatidici 18 anni di età, soglia convenzionale stabilita per legge. Tanto è vero che già da piccoli abbiamo una qualche percezione delle regole e delle sanzioni, ben prima che ne apprezziamo le ragioni. Apprendiamo già nei primi anni di vita che ci sono cose che si possono fare e altre che non si devono fare, sappiamo distinguere una carezza da uno schiaffo.
Appare dunque lecito chiedersi cosa impedisca ad un adolescente – in assenza ovviamente di un disturbo psichiatrico ostativo all’imputabilità anche nell’adulto – di riconoscere il disvalore sociale di quegli atti criminali che le cronache ci raccontano e di potersi di conseguenza astenere dal compierli. La situazione è indubbiamente complessa e controversa. Certamente non può risolversi nella pragmatica equazione “abbastanza grande da compiere il reato, abbastanza grande per la pena” che negli Stati Uniti ha portato alla condanna persino di quattordicenni, prima di essere abbandonata, non solo per la sua dimostrata inefficacia di deterrenza.
Come avevano già intuito i filosofi greci, il divenire dell’individuo è plasmato dal dialogo tra biologia e ambiente, che inizia nella vita intrauterina e si mantiene per l’intera esistenza. Oggi sappiamo che il connubio tra fattori biologici e un ambiente sfavorevole – violento e negligente – può inficiare l’armonico sviluppo della personalità, arrivando a compromettere l’architettura della corteccia cerebrale. Per lungo tempo l’attenzione sembra essere stata rivolta più al contenimento del fenomeno della devianza giovanile che alla comprensione della sua genesi. Forse è sulla moltitudine degli elementi che entrano in gioco che dobbiamo volgere lo sguardo. Un percorso che continua
Il contributo di Pietro Pietrini fa seguito alle riflessioni di Silvia Calzolari e Vito Tenore e aggiunge al percorso della Fondazione un diverso punto di osservazione, quello delle neuroscienze. È attraverso il confronto tra competenze e sensibilità diverse che intendiamo proseguire questo progetto. Nei prossimi contributi torneremo quindi a interrogarci sul ruolo della famiglia, della scuola e degli adulti, sulle trasformazioni dell’adolescenza, sull’ambiente digitale, sui segnali del disagio e sugli strumenti di prevenzione e di intervento.
Non cerchiamo una spiegazione unica di fenomeni complessi. Cerchiamo, attraverso voci diverse, di comprendere meglio ciò che accade e soprattutto di riconoscere prima quei segnali che possono consentire di intervenire quando ancora è possibile farlo. È questo il senso di SEGNALI: mettere le competenze della Fondazione al servizio della comunità e, in particolare, delle nuove generazioni.
* Contributo di Pietro Pietrini, neuroscienziato, Presidente del Comitato consultivo della Fondazione per le neuroscienze applicate al benessere delle future generazioni.
