Delitto Garlasco, chiusa l’inchiesta su Sempio: il giallo del Dna sui pedali e i test che potevano cambiare il caso Stasi

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La Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio. Ma negli atti della nuova inchiesta emerge un capitolo destinato a riaprire il confronto sulla condanna di Alberto Stasi: secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, nel 2007 i Ris di Parma avrebbero effettuato due ulteriori test sui pedali della bicicletta di Stasi, entrambi negativi, senza che quei risultati venissero comunicati alla Procura.


AgenPress. La vicenda giudiziaria di Garlasco arriva a un nuovo snodo. La Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, il cosiddetto 415 bis, dopo diciotto mesi di nuovi accertamenti sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007.

Sempio, già indagato e archiviato nel 2017, torna così al centro dell’inchiesta. I magistrati pavesi ritengono di avere raccolto elementi sufficienti per sostenere l’accusa e hanno deciso di chiudere formalmente la fase investigativa. Ora la difesa potrà esaminare gli atti, depositare memorie e chiedere ulteriori approfondimenti prima delle eventuali successive decisioni della Procura.

Ma, parallelamente alla posizione di Sempio, la nuova indagine ha riportato sotto i riflettori anche Alberto Stasi e uno degli elementi scientifici che ebbero un peso importante nella sua vicenda giudiziaria: il Dna trovato sui pedali della bicicletta.

È il Corriere della Sera a mettere in evidenza il passaggio più controverso emerso dagli atti della Procura di Pavia: i Ris di Parma avrebbero avuto già nel 2007 a disposizione risultati che mettevano in dubbio la presenza del Dna di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Stasi.

Il punto centrale non è soltanto l’esistenza di un primo risultato genetico positivo, quello che all’epoca venne interpretato come Dna di Chiara Poggi. La nuova indagine ha infatti esaminato anche i dati grezzi, cioè le informazioni generate direttamente dagli strumenti del laboratorio.

Da quei dati sarebbero emersi due ulteriori test effettuati il 20 settembre 2007, entrambi con esito negativo. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quei risultati non sarebbero stati inseriti nel fascicolo dell’indagine e non sarebbero stati comunicati alla Procura. I file sarebbero stati acquisiti dagli inquirenti pavesi soltanto nel novembre 2025.

È proprio questo il dettaglio destinato ad alimentare il nuovo capitolo giudiziario della vicenda.

Per comprendere la portata della nuova scoperta occorre tornare al settembre 2007.

Il 25 settembre Alberto Stasi venne fermato per l’omicidio di Chiara Poggi. Il giorno precedente erano arrivati gli esiti degli accertamenti sui pedali della bicicletta: secondo quanto riportava allora il Corriere della Sera, sui pedali della bici sequestrata a Stasi erano state individuate tracce di sangue attribuite a Chiara. Il risultato venne considerato dagli investigatori l’elemento che trasformava il quadro indiziario e contribuì al provvedimento di fermo.

Il giorno successivo il Corriere scriveva che il Dna estratto dai pedali era stato ritenuto collegato al sangue della ragazza e che quello era diventato il principale elemento da contestare a Stasi.

Quella traccia sarebbe poi entrata nella complessa vicenda processuale che si è conclusa con la condanna definitiva di Stasi a 16 anni di carcere.

Oggi, quasi vent’anni dopo, la nuova indagine mette sotto esame proprio quella ricostruzione scientifica.

Secondo gli elementi emersi nell’inchiesta attuale, dopo il risultato che aveva indicato la presenza del Dna di Chiara sui pedali furono effettuate altre verifiche.

Ed è qui che emerge la discrepanza.

I due ulteriori test del 20 settembre 2007, individuati nei dati grezzi dei Ris, sarebbero risultati negativi. Se confermati e correttamente interpretati, questi risultati rappresenterebbero un elemento rilevante per ricostruire ciò che realmente accadde durante gli accertamenti genetici del 2007.

Non significa automaticamente che i due test dimostrino l’innocenza di Stasi. Significa, più precisamente, che la nuova inchiesta sta verificando una possibile contraddizione tra gli esiti degli accertamenti e ciò che venne rappresentato agli inquirenti e successivamente utilizzato nel procedimento.

Ed è proprio su questo punto che la Procura sta cercando di stabilire perché quei dati non siano stati trasmessi all’autorità giudiziaria e chi ne fosse a conoscenza.

Il titolo del Corriere della Sera — «I Ris di Parma sapevano che Stasi era innocente già nel 2007, ma nascosero la prova del Dna sui pedali» — sintetizza in termini estremamente netti la ricostruzione contenuta negli atti e le conseguenze che potrebbero derivarne.

Sul piano giudiziario, tuttavia, è necessario distinguere il dato documentale dalla conclusione sulla responsabilità.

Il dato emerso nell’inchiesta è l’esistenza, nei dati grezzi del laboratorio, di due ulteriori analisi negative che non sarebbero state comunicate alla Procura. La questione se ciò sia dipeso da un errore, da un problema nella gestione dei reperti, da un errore di registrazione o da una condotta deliberata è invece oggetto degli accertamenti della Procura.

Tra le ipotesi tecniche esaminate dagli investigatori ci sarebbe anche quella di un possibile errore nella registrazione dei dati o di uno scambio di provette.

Per questo, parlare già oggi di una prova definitiva che dimostri che i Ris abbiano deliberatamente «nascosto» la verità richiede cautela: sarà l’eventuale sviluppo giudiziario dell’inchiesta a stabilire se ci siano responsabilità individuali e quale sia stata la reale dinamica.

Il tema è diventato talmente centrale da portare gli investigatori a interrogare diversi militari che nel 2007 lavoravano al Ris di Parma.

Tra questi anche Luciano Garofano, all’epoca comandante del reparto. Il generale è stato ascoltato dai magistrati pavesi per oltre un’ora e mezza nei giorni immediatamente precedenti alla chiusura delle indagini su Sempio. Al termine dell’interrogatorio ha dichiarato di non poter rivelare il contenuto delle dichiarazioni rese.

L’audizione di Garofano si inserisce dunque nella ricostruzione di ciò che accadde durante gli accertamenti scientifici del 2007 e nella verifica della documentazione prodotta dai laboratori.

La scoperta dei due test negativi potrebbe avere un peso anche sul futuro giudiziario di Alberto Stasi.

La difesa dell’ex fidanzato di Chiara Poggi sta valutando da tempo gli elementi utili per una possibile revisione della condanna. Se venisse accertato che un elemento scientifico utilizzato nel processo era stato interpretato in modo errato o che dati decisivi erano stati omessi, la questione potrebbe assumere particolare rilevanza nel procedimento di revisione.

Il punto, però, dovrà essere dimostrato nelle sedi competenti. Non basta infatti che esistano due risultati negativi: sarà necessario stabilire quale sia il loro effettivo significato scientifico, se siano riferibili allo stesso reperto, come si rapportino al precedente risultato positivo e se possano realmente incidere sulle conclusioni raggiunte nei processi contro Stasi.

La stessa vicenda dei pedali è già stata oggetto di discussioni e contestazioni durante il procedimento originario. Un documento del 2007 relativo all’ordinanza sul fermo riportava infatti che la relazione dei Ris era stata successivamente integrata dopo le osservazioni della difesa.

Quasi vent’anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco sembra così tornare su uno dei suoi reperti più controversi.

Da una parte c’è la nuova inchiesta su Andrea Sempio, per la quale la Procura di Pavia ha ora formalmente chiuso le indagini. Dall’altra c’è la posizione di Alberto Stasi, condannato definitivamente e oggi interessato a una possibile revisione del processo.

In mezzo c’è quella bicicletta.

Nel 2007 il Dna sui pedali contribuì a trasformare Stasi da indagato a fermato e divenne uno degli elementi più discussi dell’inchiesta. Oggi i nuovi accertamenti sostengono che nei dati grezzi dei Ris esistessero due test successivi con esito negativo, rimasti fuori dagli atti dell’epoca.

È una circostanza che non riscrive automaticamente una sentenza, né stabilisce da sola chi abbia ucciso Chiara Poggi. Ma apre una domanda giudiziaria precisa e potenzialmente decisiva: che cosa accadde realmente nei laboratori del Ris di Parma nel settembre 2007 e perché quei risultati non arrivarono agli investigatori e ai giudici che avrebbero dovuto valutarli?

La risposta a questa domanda potrebbe essere uno dei passaggi più importanti della nuova fase giudiziaria di Garlasco.

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