Il percorso avviato dalla Fondazione Insigniti OMRI nasce da una domanda semplice e, proprio per questo, difficile: che cosa possiamo fare per riconoscere i segnali della violenza prima che diventino un fatto di cronaca?
Contributo: Disagio e violenza giovanile, comprendere e prevenire
di Silvia Nanni
AgenPress. Dopo i contributi del Presidente Prefetto Francesco Tagliente, di Silvia Calzolari, di Vito Tenore e di Pietro Pietrini, la riflessione prosegue con Silvia Nanni, Giurista e formatrice, Esperta di politiche giovanili e familiari.
Nel suo intervento Nanni sposta lo sguardo dalla repressione alla prevenzione, leggendo la violenza giovanile non come semplice devianza ma come sintomo di un disagio profondo, di una sofferenza inespressa che non ha trovato ascolto. Al centro la solitudine dietro l’iperconnessione, i segnali silenziosi del disagio, il ruolo degli adulti e la necessità di costruire comunità educanti e avamposti di legalità.
Di seguito pubblichiamo il suo intervento
Il disagio e la violenza giovanile rappresentano oggi una delle sfide più complesse e urgenti che la nostra società è chiamata ad affrontare. Dietro ogni episodio di aggressività, bullismo, cyberbullismo, vandalismo o sopraffazione si nasconde spesso una storia fatta di fragilità e bisogni inespressi. Per questo non possiamo limitarci ad analizzare il fenomeno esclusivamente sotto il profilo della sicurezza o della repressione, ma occorre adottare una prospettiva più ampia, capace di coglierne le radici culturali, educative e relazionali.
In un tempo in cui l’accelerazione sembra essere l’unica costante, educare significa innanzitutto rallentare, opporsi alla logica dell’immediatezza per restituire valore all’attesa, alla cura e alla costruzione lenta e profonda dell’identità. È un atto controcorrente, quasi rivoluzionario, che richiede coraggio e responsabilità. Le trasformazioni rapide e talvolta disorientanti che caratterizzano il nostro tempo rendono il compito educativo sempre più delicato e decisivo. Non basta più trasmettere conoscenze e competenze; occorrono uno sguardo attento, una formazione continua e una rete di alleanze solide per garantire a bambini e adolescenti ambienti sicuri, relazioni significative e vere opportunità di crescita.
Quando parliamo di infanzia e adolescenza non ci riferiamo semplicemente a fasi biologiche della vita. Parliamo del cuore pulsante del nostro futuro, di sogni che ancora non hanno un nome, di fragilità che cercano ascolto, di silenzi che attendono di essere accolti con rispetto e di quella profonda solitudine che troppo spesso si nasconde dietro la continua connessione digitale. I giovani sono il riflesso più autentico della società che stiamo costruendo. In loro si manifestano le nostre conquiste ma anche le nostre contraddizioni; in loro si concentrano emozioni che non abbiamo ancora imparato a riconoscere e interrogativi ai quali non abbiamo saputo dare risposta.
Educare è un atto politico e sociale nel significato più alto del termine: significa costruire ponti tra generazioni, tra esperienze e vulnerabilità. Prendersi cura dei giovani non è soltanto una responsabilità individuale, ma una sfida collettiva che coinvolge tutti e non si tratta di un gesto di semplice generosità, ma di un dovere civile ed etico.
È un patto invisibile che ogni generazione stringe con quella successiva, trasmettendo fiducia nel futuro e speranza.
Eppure oggi quel patto sembra essersi incrinato. Le fragilità dei più giovani si moltiplicano, mentre molti adulti si sentono travolti dalla velocità del presente e dalla complessità delle nuove sfide educative. I nostri bambini e i nostri adolescenti crescono in un mondo che corre troppo, grida troppo, mostra troppo e ascolta troppo poco. Un mondo iperconnesso e iperstimolato, nel quale l’immagine prevale sulla parola, la velocità sulla riflessione e l’apparenza sull’essenza.
In questo scenario aumentano i sentimenti di inadeguatezza, l’ansia da prestazione, il bisogno di approvazione sociale e la difficoltà di costruire una solida identità personale. La continua esposizione a modelli spesso irrealistici rischia di alimentare frustrazione e senso di esclusione. Come ricordava l’amico, educatore e sacerdote Don Antonio Mazzi: «Una vita quotidiana senza senso spesso nasconde l’anima di molti nostri giovani e un’infinita superficialità ci sta buttando in un mondo senza significati. Le azioni che fino a ieri offrivano motivi degni di essere vissuti, ora si frammischiano con violenze, fragilità rabbiose quasi bestiali, disseminate tra insoddisfazioni sempre più presenti». Sono parole che descrivono con efficacia il rischio di una società nella quale il vuoto di significato può trasformarsi in rabbia e disorientamento.
Nel contesto contemporaneo la crescente diffusione di comportamenti violenti tra i più giovani non costituisce un semplice fenomeno di devianza e non può essere interpretata esclusivamente come espressione di aggressività fine a sé stessa. In una prospettiva criminologica, pedagogica e di tutela dei diritti fondamentali, essa rappresenta spesso il sintomo manifesto di un disagio profondo, di una sofferenza inespressa che non ha trovato modalità adeguate di elaborazione e contenimento. È il linguaggio di chi non riesce a dare voce al proprio dolore, di chi è cresciuto in contesti privi di ascolto, di riconoscimento, di protezione e di progettualità.
Molti ragazzi, incapaci di verbalizzare emozioni complesse quali la paura, l’umiliazione, la frustrazione, il senso di abbandono o la percezione di ingiustizia, trasformano il disagio interiore in comportamenti disfunzionali. La violenza diventa così una richiesta distorta ma evidente di attenzione, una forma patologica di comunicazione e un tentativo estremo di affermazione di sé e di ricerca di un posto nel mondo. Si tratta di un fenomeno che si manifesta in forme diverse e spesso interconnesse: violenza fisica e psicologica, bullismo e cyberbullismo, discriminazione, violenza di genere, linguaggi d’odio diffusi attraverso la rete, vandalismo, comportamenti autolesivi ed etero-aggressivi, dinamiche di gruppo improntate alla sopraffazione e alla ricerca di identità devianti. Condotte che si sviluppano trasversalmente nei diversi contesti di vita, dalla famiglia alla scuola, dagli spazi aggregativi alle comunità virtuali, trovando nella dimensione digitale un potente fattore moltiplicatore.
L’aggressione fisica diretta rappresenta soltanto la manifestazione più eclatante di un disagio che spesso si annuncia molto prima attraverso segnali meno evidenti. Emblematico, in tal senso, è il recente grave episodio verificatosi presso l’Istituto Comprensivo Giovanni Verga di Centocelle, dove un tredicenne ha aggredito una docente documentando l’azione e diffondendola online. Al di là delle responsabilità individuali e degli accertamenti giudiziari, la vicenda richiama con forza l’attenzione sulla necessità di comprendere i processi che precedono tali condotte, sui condizionamenti esercitati dagli ambienti digitali e sull’importanza di una rete educativa capace di individuare precocemente i segnali di sofferenza e isolamento. Di fronte a tale complessità, prevenire e arginare significa anzitutto riconoscere. La conoscenza del fenomeno nella sua genesi e nelle sue manifestazioni rappresenta il primo e imprescindibile strumento di tutela. Un’informazione qualificata, una formazione interdisciplinare e la costruzione di un linguaggio comune tra istituzioni, professionisti e comunità educanti costituiscono il fondamento di ogni politica pubblica efficace.
Una prevenzione realmente incisiva nasce dalla capacità di cogliere tempestivamente i segnali di un disagio e docenti, educatori e genitori non sono chiamati a formulare diagnosi, ma a osservare, ascoltare e intercettare tutti quei cambiamenti che possono rappresentare richieste di aiuto silenziose. Tra i segnali che meritano particolare attenzione vanno certamente annoverati l’isolamento improvviso, la chiusura relazionale, il calo del rendimento scolastico, l’aumento delle assenze, gli scoppi d’ira ricorrenti, l’apatia, la perdita di interesse per attività precedentemente gradite, l’eccessiva dipendenza dagli strumenti digitali, le difficoltà nella gestione delle emozioni, l’autosvalutazione costante e i comportamenti autolesivi. Anche improvvisi mutamenti nelle frequentazioni, nel linguaggio utilizzato o nelle abitudini quotidiane possono rappresentare indicatori di una sofferenza più profonda.
Nella maggior parte dei casi il disagio non si manifesta attraverso una richiesta esplicita di aiuto, ma si esprime piuttosto attraverso comportamenti e silenzi che rischiano di essere sottovalutati o interpretati come semplice oppositività, svogliatezza o difficoltà caratteriali. Per questo motivo l’osservazione attenta e la relazione educativa assumono un valore determinante.
Accanto alla capacità di osservare, occorre investire con decisione nella formazione.
Sempre più progetti, enti, associazioni e organizzazioni del settore educativo sottolineano la necessità di fornire agli insegnanti e ai dirigenti scolastici strumenti specifici per riconoscere precocemente il disagio, gestire situazioni complesse e attivare correttamente la rete multiprofessionale e interistituzionale di supporto. La formazione non rappresenta più un valore aggiunto, ma una necessità.
I mass-media, le piattaforme digitali, i social network, la cronaca quotidiana influenzano profondamente la costruzione dell’identità giovanile e bambini e adolescenti entrano in contatto con contenuti complessi, spesso violenti o diseducativi, in età sempre più precoce. Televisione, informazione e piattaforme digitali competono costantemente per catturare attenzione ed emotività, esponendo spesso anche i più giovani a immagini, contenuti e narrazioni che possono interferire con il loro percorso evolutivo e con la costruzione di una lettura equilibrata della realtà.
I modelli di riferimento oggi si moltiplicano, ma non sempre offrono sicurezza e valori positivi. In molti casi queste influenze agiscono prima ancora che possano intervenire efficacemente la famiglia, la scuola o la comunità educante.
Durante un incontro dedicato alla legalità e alle insidie del mondo virtuale, un giovane studente ha dichiarato: «Voi adulti non vi accorgete che dietro i social si celano giovani che fanno male e si fanno del male per riempire le loro solitudini». Questa osservazione evidenzia una delle contraddizioni più significative del nostro tempo: mai come oggi i giovani sono stati così connessi e, allo stesso tempo, così esposti al rischio di una solitudine relazionale.
La connessione digitale – ricordiamolo sempre – non può sostituire la presenza educativa, l’ascolto autentico, il contatto umano e il senso di appartenenza a una comunità.
Di fronte a tutto questo gli adulti possono sentirsi impotenti, ma non lo sono. Hanno strumenti concreti per intervenire e, soprattutto, la responsabilità di scegliere.
Possono scegliere di essere adulti presenti, punti di riferimento credibili e autentici. Non adulti perfetti, ma capaci di riconoscere i propri limiti, di mettersi in discussione e di testimoniare con coerenza valori e comportamenti. Possono scegliere di educare attraverso l’esempio, mostrando l’importanza delle relazioni sane, della responsabilità personale, dell’empatia e del rispetto reciproco, ma anche attraverso regole chiare e coerenti, perché le regole, se spiegate e vissute, non sono un limite alla libertà: sono una forma di cura che dà ai giovani confini entro cui sentirsi al sicuro.
Possono trasmettere il disvalore della violenza non soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso comportamenti quotidiani coerenti, appassionando i giovani alla vita mediante esperienze significative e percorsi di crescita reale. Prendersi cura dei giovani non può essere un gesto isolato, ma una responsabilità condivisa che richiede un’alleanza educativa stabile tra genitori, insegnanti, educatori, istituzioni, giornalisti, associazioni e servizi del territorio. Una delle strategie più efficaci per prevenire il disagio e la violenza consiste proprio nella costruzione di comunità educanti capaci di generare appartenenza e fiducia. Occorre investire in luoghi di incontro, spazi aggregativi, attività culturali, sportive e formative che permettano ai giovani di sperimentare relazioni positive e sviluppare competenze emotive e sociali.
Serve, inoltre, fare delle nostre città autentici spazi sicuri per bambini e adolescenti, luoghi nei quali la sicurezza non coincida esclusivamente con l’assenza di pericoli, ma nasca soprattutto dalla presenza di senso, dall’ascolto, da relazioni affidabili e dalla certezza che, anche nel caos, esista un luogo fisico o simbolico dove sia possibile mostrarsi fragili senza paura. Molto spesso quel luogo coincide con la presenza di un adulto significativo. Un adulto che non cerca scorciatoie e non offre risposte preconfezionate, ma possiede il coraggio di porsi le domande giuste e di accompagnare il giovane nel proprio percorso di crescita. Un adulto che guarda figli e studenti non come problemi da risolvere, ma come persone da comprendere e accompagnare.
Per contrastare efficacemente il disagio e la violenza giovanile occorre insomma creare, là dove non sono, reti integrate di veri e propri “avamposti di legalità”: non strutture burocratiche né presenze simboliche, ma luoghi vivi, accessibili e riconoscibili, fondati su una presenza competente, costante e capace di non distogliere lo sguardo. Una rete composta da scuole, Forze di polizia, enti locali, servizi sociali e sanitari, associazionismo sportivo e culturale, terzo settore e famiglie che da osservatori diversi, in un dialogo multidisciplinare e interistituzionale, intercettano precocemente i segnali di sofferenza, individuano come rispondere ai bisogni e rappresentano l’espressione concreta di una comunità che sceglie di esserci prima che sia troppo tardi. La prevenzione più efficace è quella che arriva prima dell’emergenza, prima del reato, prima dell’abbandono scolastico e prima dell’isolamento sociale. È la prevenzione che osserva, ascolta e interviene tempestivamente.
Tra tutti gli attori coinvolti, la scuola occupa indubbiamente una posizione privilegiata e insostituibile. È uno dei luoghi nei quali una presenza attenta può realmente cambiare il corso di una vita. Non è soltanto il luogo dell’apprendimento disciplinare, ma un presidio educativo, relazionale e civico; è lo spazio nel quale un improvviso cambiamento comportamentale, un silenzio insolito, un calo del rendimento, una richiesta d’aiuto appena accennata o un gesto trattenuto possono trasformarsi nella prima e decisiva occasione di tutela. Per questo è fondamentale supportare il personale scolastico attraverso una formazione specifica sui fenomeni del disagio, della violenza, del bullismo, della violenza di genere, della cittadinanza digitale e dell’educazione emotiva.
Una scuola capace di ascoltare è uno dei più potenti strumenti di prevenzione che una società possa mettere in campo.
Il disagio e la violenza giovanile non sono fenomeni inevitabili. Sono il risultato di fragilità che possono essere riconosciute e affrontate attraverso una responsabilità educativa condivisa.
Il fil rouge che tiene insieme una società sana è la capacità di proteggere le persone più fragili, a cominciare dai più piccoli e di educare al rispetto e alla speranza.
Prendersi cura dell’infanzia e dell’adolescenza significa anche ricordare ciò che noi adulti siamo stati: le ferite per le ingiustizie patite allora e mai rivelate, l’insicurezza seppellita sotto certezze di facciata, i sogni che abbiamo dimenticato negli anni. Ricordarli può aiutarci a comprendere meglio, oggi, i ragazzi che ci stanno davanti e a riconoscere quanto dobbiamo cambiare come individui e come comunità.
La vera sfida non consiste soltanto nel contenere la violenza quando si manifesta, ma nel creare le condizioni affinché non abbia più bisogno di emergere: costruire relazioni, educare all’ascolto, restituire senso all’esperienza, offrire ai giovani la concreta possibilità di sentirsi riconosciuti.
Ogni giovane che incontra un adulto capace di ascoltare, una scuola capace di accogliere e una comunità capace di esserci non ha bisogno di alzare la voce, di ricorrere all’aggressività o di compiere gesti estremi per farsi vedere, perché la violenza nasce dove nessuno ascolta; la speranza dove qualcuno si prende cura.
Silvia Nanni – Giurista e formatrice. Esperta di politiche giovanili e familiari vicepresidente del Comitato provinciale di Varese della Fondazione Indigniti OMRI.
