Gli atti saranno depositati il 26 ottobre, giorno dell’entrata in vigore della nuova legge. Nel mirino sei possibili profili di incostituzionalità, dal premio di maggioranza all’equilibrio di genere. Coinvolti 99 avvocati: l’obiettivo è ottenere una pronuncia della Corte costituzionale prima delle prossime elezioni.
AgenPress. La nuova legge elettorale si prepara ad affrontare il vaglio della giustizia costituzionale. Sono 30 i ricorsi che la «Rete per un voto libero e uguale» intende depositare nei tribunali civili italiani il prossimo 26 ottobre, in coincidenza con l’entrata in vigore della riforma approvata definitivamente dalla Camera l’8 ottobre. L’iniziativa coinvolge 99 avvocati e raccoglie circa 500 adesioni tra esponenti politici, giuristi, intellettuali, giornalisti e personalità del mondo dello spettacolo.
L’obiettivo è portare davanti alla Corte costituzionale alcuni aspetti della nuova normativa, ribattezzata «Melonellum» dai suoi critici, e ottenere una decisione prima del prossimo appuntamento elettorale. Secondo i promotori, le prime udienze potrebbero svolgersi a gennaio, mentre per la pronuncia bisognerà attendere i tempi del procedimento.
L’elenco dei sottoscrittori attraversa mondi diversi della politica e della società civile. Tra i nomi annunciati figurano l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, l’ex premier Massimo D’Alema, l’ex segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani e l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti.
Ci sono anche Lucia Annunziata, europarlamentare del Pd, e Pasquale Tridico, europarlamentare del Movimento 5 Stelle. Tra le personalità della cultura e dello spettacolo compaiono le attrici Marisa Laurito, Monica Guerritore e Carla Signoris, lo scrittore Maurizio De Giovanni, il giornalista Gad Lerner e la giornalista Tiziana Ferrario.
Hanno aderito inoltre il magistrato Armando Spataro, lo scrittore Gianrico Carofiglio, il filosofo Massimo Cacciari, il filologo Luciano Canfora e il rettore Tomaso Montanari. Nell’elenco sono presenti anche le ex ministre Livia Turco, Barbara Pollastrini e Anna Finocchiaro.
A coordinare l’iniziativa sono, tra gli altri, Roberto Zaccaria, Pietro Adami ed Enrico Grosso. La rete punta a trasformare le adesioni in una serie di azioni giudiziarie distribuite sul territorio nazionale, con atti che potranno essere adattati dai legali alle specificità dei singoli casi.
Il cuore dell’iniziativa è costituito da sei questioni di legittimità costituzionale. I promotori ritengono che alcune disposizioni possano incidere sulla rappresentatività del Parlamento, sulla libertà di voto e sulle condizioni di partecipazione alle elezioni.
1. Il premio di maggioranza. Il primo dubbio riguarda il rapporto tra il meccanismo che attribuisce seggi aggiuntivi alla coalizione vincente e il principio di rappresentanza. La questione è se il sistema garantisca un equilibrio ragionevole tra governabilità e peso effettivo dei voti espressi dagli elettori.
2. L’autonomia tra Camera e Senato. I ricorsi contestano il collegamento tra i risultati elettorali dei due rami del Parlamento, richiamando il principio secondo cui Camera e Senato sono eletti autonomamente. Per i promotori, il meccanismo previsto dalla riforma potrebbe condizionare questa distinzione.
3. La libertà di voto e la scelta degli eletti. Un altro punto riguarda il modo in cui i voti vengono tradotti in seggi e attribuiti ai singoli candidati. Secondo i promotori, il sistema potrebbe rendere meno chiaro per gli elettori il rapporto tra la preferenza espressa e l’identità dei parlamentari eletti.
4. La parità di accesso e l’equilibrio di genere. Nel mirino finiscono le regole relative ai capilista bloccati e alla distribuzione delle candidature tra uomini e donne. Il dubbio sollevato riguarda la possibilità che le liste non assicurino un adeguato equilibrio di genere nelle posizioni determinanti per l’elezione.
5. L’indicazione obbligatoria del candidato premier. I promotori sollevano interrogativi sull’obbligo di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio e sulle sue implicazioni per la libertà delle liste. La contestazione investe anche il ruolo del presidente della Repubblica nella formazione del governo, che resta disciplinato dalla Costituzione.
6. Il numero di firme necessario per presentare le liste. L’ultimo punto riguarda le sottoscrizioni richieste alle forze politiche non rappresentate in Parlamento, confrontate con le esenzioni riconosciute alle liste che dispongono già di rappresentanza. Secondo i promotori, la differenza potrebbe tradursi in un ostacolo sproporzionato all’accesso alla competizione elettorale.
Le questioni sono illustrate nella bozza predisposta dai costituzionalisti coinvolti nell’iniziativa. Non si tratta, al momento, di violazioni già accertate: saranno i giudici competenti a valutare se sussistano i presupposti per sollevare le questioni davanti alla Consulta.
La data scelta per il deposito non è casuale. I promotori intendono presentare i ricorsi proprio il 26 ottobre, giorno in cui la nuova legge entrerà in vigore, avviando così il percorso giudiziario attraverso i tribunali civili e le Corti d’appello interessate.
Pietro Adami ha sottolineato che la rete può contare su 99 avvocati, molti dei quali con esperienza nel contenzioso elettorale. Il costituzionalista Enrico Grosso ha spiegato che la bozza comune rappresenta una base tecnica, lasciando ai singoli legali la possibilità di predisporre gli atti secondo le caratteristiche dei casi sottoposti ai tribunali.
La strategia punta a consentire alla Corte costituzionale di esaminare i dubbi prima delle prossime elezioni. Le tempistiche, tuttavia, non sono automatiche: il deposito dei ricorsi non comporta di per sé l’immediata apertura di un giudizio davanti alla Consulta. Saranno necessari i passaggi processuali previsti e, nei singoli procedimenti, la valutazione dei giudici chiamati a decidere.
L’iniziativa si colloca nel confronto più ampio sulle regole del voto. Le opposizioni hanno contestato la riforma durante l’iter parlamentare, sia per i suoi contenuti sia per la tempistica dell’intervento legislativo. Ora una parte della contestazione si sposta nelle aule di giustizia, con il coinvolgimento di giuristi e cittadini che chiedono una verifica di costituzionalità.
Per i promotori, il ricorso alla Corte non rappresenta soltanto una contestazione di singole norme, ma anche un modo per rafforzare la fiducia nelle regole che disciplinano la rappresentanza democratica. La maggioranza, dal canto suo, ha portato a compimento l’approvazione della nuova disciplina, che dovrà ora essere applicata secondo le procedure previste.
La questione decisiva sarà stabilire se i dubbi sollevati possano superare il vaglio dei giudici e arrivare all’esame della Consulta. Solo una pronuncia della Corte potrà chiarire se le disposizioni contestate siano compatibili con la Costituzione e se eventuali interventi siano necessari prima del prossimo voto.
