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Spesa locale, 66 mld di sprechi. Regioni a Statuto speciale le più sprecone

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Agenpress – Il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, ha presentato un’analisi sulla spesa pubblica locale rapportata alla qualità e alla quantità dei servizi erogati ai cittadini .

“Parlare di tasse è facile – ha detto Bella – dove prendere risorse è più complicato”. “Oltre la spesa abbiamo calcolato un indice sintetico di beni e servizi offerti ai cittadini da tutte le amministrazioni locali per una valutazione comparativa dell’efficienza della spesa pubblica locale. Le regioni a statuto speciale spendono di più rispetto alle regioni a statuto ordinario. Le regioni più piccole spendono di più di quelle grandi. Tre sono i macro-effetti che determinano l’eccesso di spesa pubblica locale: lo statuto speciale, le economie di scala e il Mezzogiorno”.

Le regioni a statuto speciale spendono in media per abitante il 37% in più delle regioni a statuto ordinario. Fra queste, le regioni piccole spendono mediamente il 17% in più delle regioni grandi.

L’analisi – basata sugli ultimi dati disponibili del 2016 – mette in relazione la qualità dei servizi offerti ai cittadini con i costi. Emerge che l’Italia delle regioni ideale avrebbe i servizi del Trentino Alto Adige ai prezzi della Lombardia che per i suoi servizi spende 2,528 miliardi l’anno.

all’analisi emerge anche che, per avere l’attuale livello dei servizi al livello dei prezzi della Lombardia, la spesa pubblica sarebbe di soli 107,9 miliardi di euro invece degli effettivi 173,9 miliardi. Insomma l’attuale sistema di spesa locale potrebbe con maggiori efficienze risparmiare 66 miliardi di euro. A Fronte dei quali 5,2 miliardi sarebbero di sprechi netti.

L’analisi dell’ufficio Studi ha analizzato anche la questione dell’effetto delle clausole Iva sul Pil e sui consumi. In caso di neutralizzazione delle clausole, il Pil nel 2020 si attesterebbe sullo 0,3% mentre se aumentasse l’Iva il Pil scenderebbe a -0,2%, cioè entreremmo in recessione. Per i consumi lo scarto passerebbe dallo 0,3% senza aumento e a -0,5% in caso di aumento con una “stangata” da 834 euro a famiglia e 375 euro pro capite.  Ma i 23,1 miliardi di euro che costerebbe l’aumento dell’Iva sono calcolati in base ai consumi attuali.

“Probabilmente – ha osservato Bella-  un aumento dell’imposta determinerebbe un calo dei consumi delle famiglie, quindi non si arriverebbe alla cifra necessaria, con la necessità di reperire ulteriori risorse nel 2021”.

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