Mafia Capitale. Torna libero Massimo Carminati per scadenza dei termini cautelari

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Massimo Carminati il giorno dell'arresto

Agenpress – Torna in libertà dopo oltre cinque anni e sette mesi di carcere Massimo Carminati, l’ex terrorista nero al centro dell’inchiesta Mafia Capitale. Il Tribunale del Riesame ha accolto l’istanza di scarcerazione, presentata dalla difesa, per scadenza dei termini di custodia cautelare con il meccanismo della contestazione a catena. Carminati lascerà dunque in giornata il carcere di Oristano.

La sentenza della Cassazione sul cosiddetto “Mondo di mezzo” ha escluso il reato di associazione mafiosa.

Il ministro della Giustizia, fanno sapere fonti di via Arenula, incaricherà gli ispettori per “svolgere i necessari accertamenti preliminari in merito alla scarcerazione di Massimo Carminati”.

L’inchiesta culminata con gli arresti del 2014 ha fatto luce sulla gestione illecita degli appalti dei servizi del welfare capitolino. Tutto, dalla gestione dei campi nomadi, ai migranti, alla manutenzione del verde, era improntato a un “mercimonio” di pubblici funzionari, imprenditori e politici di Roma ‘capoccia’.
Una folla di collusi che diceva ‘sì’ – al “sistema” messo in piedi dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi, e dall’ex Nar Massimo Carminati – non per “paura” ma perché incapace di resistere al “vantaggio privato” che potevano trarre dalla svendita delle loro funzioni.

“Per vedere riconosciuti i diritti di Massimo Carminati abbiamo dovuto lottare fino allo stremo”, ha detto l’avvocato Francesco Tagliaferri, che guida il collegio difensivo dell’ex terrorista nero. “Abbiamo presentato tre diverse istanze alla corte d’appello – ha continuato il penalista -. Dal 7 aprile doveva esser scarcerato Carminati, aggiungo. Perché così sta scritto nel provvedimento”. L’avvocato Tagliaferri ha poi spiegato: “La Cassazione, con le motivazioni della sentenza di annullamento per ‘Mafia Capitale’ ha dimostrato l’assoluta infondatezza delle contestazioni più gravi e fantasiose”.

La Cassazione nel verdetto promulgato nell’ottobre del 2019 ridimensiona il ruolo dell’ex terrorista. “Appare evidente, dalla sentenza di secondo grado, che non risulta affatto il ruolo di Massimo Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi”, rimarca la Sesta sezione penale. “Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Salvatore Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni” di estrema destra approdati nell’organigramma del Campidoglio. Insomma l’ex neofascista – condannato in appello a 14 anni e sei mesi, ora uscito dal carcere durio e detenuto in regime ordinario – non avrebbe avuto “contatti significativi” con il clan Casamonica, con quello dei fratelli Senese, con l’ex della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.

Era Buzzi, ai domiciliari da dicembre dopo cinque anni in carcere e una condanna a 18 anni e 4 mesi, a tessere la sua rete nei municipi e nelle giunte a furia di mazzette, cene e promesse di assunzioni. “Aveva creato uno stabile sistema di infiltrazione nelle istituzioni – scrive la Cassazione – in base a cui i Dipartimenti, i Municipi e gli altri centri di costo di Roma Capitale” per la gestione dei servizi, come prassi, facevano “ricorso sistematico alle proroghe non previste nel bando originario, e ad affidamenti diretti in favore delle cooperative dello stesso Buzzi”. Con buona pace della “libera concorrenza”: era un sistema blindato.

“Il gruppo di Buzzi, attraverso la remunerazione (sovvenzioni per cene ed eventi, assunzione di assoggetti raccomandanti, scambi di favori, vere e proprie tangenti) di politici appartenenti sia alla sua area di riferimento sia allo schieramento opposto, riusciva a sollecitare finanziamenti pubblici e poi in concreto l’affidamento dei servizi”. Questo asservimento, prosegue la Cassazione, avveniva in maniera soft: “una parte dell’amministrazione comunale si e’ di fatto consegnata agli interessi” di Buzzi e Carminati che hanno “trovato un terreno fertile da coltivare”. “Quello che e’ stato accertato e’ un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica”, e anche gli imprenditori – osserva la Cassazione – “hanno accettato” la logica “professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici”.