Per una 15enne che vive in un territorio in conflitto il rischio di morire per cause legate alla gravidanza è 1 su 51, oltre dieci volte superiore rispetto a chi vive in aree stabili. Vaccari: “Garantire assistenza ostetrica sicura è un diritto fondamentale, anche in guerra”
AgenPress. Nel 2023, nel mondo, si sono registrate 260 mila morti materne e circa il 62% di questi decessi si è verificato in un numero limitato di Paesi colpiti da conflitti armati o caratterizzati da gravi fragilità istituzionali e sociali.
Il dato più allarmante riguarda le adolescenti: una ragazza di 15 anni che vive in un territorio interessato da un conflitto ha avuto una probabilità di morire per cause connesse alla gravidanza pari a 1 su 51. In un’area stabile, il rischio scende a 1 su 593, oltre dieci volte inferiore. I 17 Paesi classificati come in conflitto dalla Banca Mondiale ospitano il 10% delle donne in età riproduttiva ma concentrano il 55% dei decessi materni globali.
“Una disuguaglianza inaccettabile”
“I dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono drammatici e non possono lasciarci indifferenti: nel 2023 si sono registrate 260 mila morti materne e quasi due terzi si sono verificati in Paesi segnati da guerre o da condizioni di estrema fragilità – commenta Silvia Vaccari, Presidente della FNOPO -. Il divario che emerge è inaccettabile: una ragazza di 15 anni che vive in un territorio in conflitto ha un rischio di morire per cause legate alla gravidanza più di dieci volte superiore rispetto a una coetanea che vive in un contesto stabile. Questo significa che la salute materna è ancora profondamente condizionata dalle disuguaglianze geopolitiche”.
Guerra e collasso dei servizi sanitari
Secondo l’Oms, i conflitti producono un effetto paradossale: aumentano il bisogno di assistenza sanitaria ma, al tempo stesso, compromettono la capacità dei sistemi di rispondere. “Le guerre danneggiano infrastrutture, interrompono le catene di approvvigionamento, mettono a rischio operatori e pazienti. Le donne in gravidanza e le partorienti sono tra le prime a pagarne il prezzo, perché vengono private dell’assistenza ostetrica e neonatale di base e di emergenza”, sottolinea Vaccari. Nei contesti di crisi, anche l’accesso ai servizi postnatali essenziali viene compromesso, con conseguenze che si ripercuotono non solo sulle madri ma anche sui neonati.
“L’assistenza ostetrica è un diritto, non un lusso”
Per la Presidente della FNOPO, la risposta deve essere chiara e strutturale: “L’assistenza ostetrica qualificata, continua e sicura non è un privilegio, ma un diritto fondamentale. Anche nei contesti più fragili deve essere garantita la presenza di professioniste e professionisti formati, insieme a servizi essenziali funzionanti. Difendere la salute materna significa difendere il futuro delle comunità. Non può esistere alcuna giustificazione che sospenda il diritto alla sicurezza del parto. Anche in tempo di guerra, la tutela della maternità resta un presidio di civiltà”.
