AgenPress. La filosofia che conduce alla rivolta, ovvero al pensiero come rivolta, è sempre un percorso che inizia e termina in un boudoir. È qui che si consuma la sfida. Perché l’uomo che vive la rivolta attraversa prima la ribellione e poi nella solitudine della sua ribellione trova la rivolta. Un concetto molto caro a Albert Camus che lo stesso Camus applica nel leggere e decifrare gli scritti “rivoltosi” del Marchese De Sade.
Camus lo considera, infatti, un uomo in rivolta ma dentro la rivolta metafisica: “Sade ha conosciuto una sola logica, quella dei sentimenti. Non ha fondato una filosofia, ha inseguito il sogno mostruoso di un perseguitato. Soltanto, questo sogno s’è trovato a essere profetico”.
De Sade cerca la libertà ma non si tratta di una libertà politica o etica o morale. Piuttosto di una libertà dei “sensi” che libera dalle passioni e si incupisce nel superare i sacrilegi. Tutto potrebbe essere possibile ma l’impossibile è una scommessa che sfida non gli altri ma noi stessi.
Ed è per questo che la rivolta o la si vive in termini metafisici o diventa una struttura storia. Al contrario di Don Giovanni che rincorre il libertino come pensiero e come ragione dell’esistere in una visione di allucinazioni. O anche al contrario di Casanova che vive in conflitto infinito tra il tremore della fine della giovinezza, la malinconia e la sconfitta nella perdita di se stesso.
Il De Sade di Camus costruisce finzioni per non morire o per superare, non attraversare, la morte. Camus lo definisce “il perfetto letterato” in quanto costruisce “finzioni per darsi l’illusione di essere”. In fondo conoscenza bene l’esperienza del tragico e fa della tragedia la passione di una volontà del bisogno di una libertà totale. Il possibile che è tale come rappresentazione della storia cerca l’impossibile nell’immortalità come dimensione di una rivolta, appunto, metafisica. Cerca di dialogare con Dio ma Dio chiede e De Sade non sa rispondere. È come se Dio domandasse a De Sade di confessare i peccati commessi.
De Sade non crede nel peccato. Per lui la vita è un viaggio che non dovrebbe interrompersi, è qui che Baudelaire scava il suo Invito al viaggio, perché non basta il vissuto in quanto serve il vivere. Ma il vivere è un accadere e quindi una incognita che si affaccia giorno dopo giorno sul davanzale del tempo. Un pò come in Casanova.
Camus però non cita il veneziano perché gli interessa la rivolta che De Sade inventa nelle sue illusioni. Nel momento in cui non si crede nella “logica” ci si chiude nel boudoir per inventare una vita oltre la vita. Ed è proprio qui che comincia la ribellione.
Camus dice che il Marchese si ribella non solo contro “l’ordine del mondo” ma anche contro se stesso perché non ha la possibilità di sconfiggere l’impossibile. Una contraddizione tra il bene e il male, ovvero tra la vera storia dell’uomo e le macerie del tragico che conducono alla morte. È come se non volesse accettare l’idea della morte e che la vita è un continuo disfarsi della vita stessa attimo dopo attimo.
De Sade si impiglia nell’atmosfera dell’attimo dopo attimo in cui si sfoglia il corpo e si smantella l’anima. Vorrebbe vincere l’anima con la resistenza del corpo non accettando che bisognerebbe invertire il percorso. Ecco perché la rivolta metafisica deve sempre fare i conti con la rivolta storica.
Forse proprio per questo Camus lo chiama in causa affermando: “Ha posto al di sopra di tutto ‘il delitto morale al quale si perviene per iscritto’. Il suo merito, incontestabile, sta nell’aver immediatamente illustrato, nella sciagurata chiaroveggenza di una rabbia accumulata, le conseguenze estreme di una logica messa al servizio della rivolta, quando almeno questa dimentichi la verità delle proprie origini”. Ovvero la mortalità.
Un disegno nel quale la fantasia non ha bisogno del tempo, anzi non lo considera, e si serve del sogno per prolungare quell’attimo nell’attimo.
Se c’è un personaggio che vive di illuminazione è certamente Don Giovanni. Se c’è un uomo in maschera che vive di desinenze metaforiche e nostalgiche è chiaramente Casanova. Se c’è un uomo in rivolta che il morire è compassione e delirio è assurdamente De Sade.
Il fatto è: vivere in rivolta è ribellarsi. Contro chi se l’impossibile è un infinito impossibile? Resta la domanda. Una domanda filosofica? Esistenziale? Metafisica? Mai comunque una domanda da srotolare sui corsi e ricorsi storici. Sempre tra i fili di un gomitolo in cui i piccoli specchi dei fili stessi non solo specchiano ma diventano profili di profezie che l’anima custodisce e il corpo non conosce. Tra Camus e De Sade l’impossibile immortalità della rivolta che vorrebbe fare a meno del sacro. Camus resta un uomo in rivolta religioso. De Sade ha le controversie delle contraddizioni.
Pierfranco Bruni