AgenPress. Si è concluso con una condanna in primo grado per il reato di maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p.) il processo iniziato a ottobre 2023 a carico di un operaio di un allevamento di suini destinati al circuito DOP situato in provincia di Mantova, rinviato a giudizio a seguito di una denuncia dell’associazione Essere Animali nel 2019.
Le immagini delle violenze sui maiali erano state diffuse da Essere Animali, mostrate in anteprima all’interno della trasmissione Report e viste da oltre 1,4 milioni di spettatori.
Le riprese effettuate all’interno dell’allevamento documentano:
maiali presi a calci e scaraventati nei recinti con brutalità
la castrazione illegale di un suino di tre mesi senza uso di analgesia e/o anestesia, effettuata inoltre da parte di un operatore e non da un medico veterinario, come previsto invece dalla legge nel caso di maiali con età superiore ai sette giorni di vita
la gestione approssimativa e molto dolorosa di un prolasso di un suinetto, che viene trattato inserendo manualmente l’intestino fuoriuscito dal retto e chiudendo l’orifizio anale dell’animale con una spilla da balia, il tutto senza la somministrazione di antidolorifici né la presenza di un veterinario
la macabra abitudine di gettare testicoli e code dei suinetti nella mangiatoia della scrofa

L’imputato è stato condannato alla pena di 14 mila euro di multa, nonché al pagamento delle spese processuali ed è stato inoltre prosciolto per prescrizione ma non nel merito per il reato di detenzione contravvenzionale di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze (art. 727 c.p.). Sia l’animale sottoposto a castrazione, sia il suinetto curato dal prolasso sono successivamente deceduti.
All’imputato sono state riconosciute le circostanze attenuanti generiche perché le condotte non sarebbero sono state compiute “per crudeltà”, bensì “senza necessità”, e per la condizione di stress derivante dalla necessità di movimentare con velocità i suini in un contesto connotato da scarsità di personale e dalle pressioni dei titolari dell’azienda.
«Queste considerazioni dovrebbero farci riflettere anche sulle condizioni dei lavoratori negli allevamenti intensivi e nei macelli, veri e propri stabilimenti industriali in cui la velocità della produzione e le modalità di lavoro compromettono notevolmente non solo il benessere degli animali. Il numero basso di addetti comparato al numero elevatissimo di animali allevati e le modalità inadeguate di allevamento stesso contribuiscono a creare delle condizioni rischiose e dolorose per tutti gli individui costretti a vivere o lavorare in questi luoghi. Come sosteniamo da tempo, le tutele giuridiche nei confronti degli animali allevati a scopo alimentare devono essere rafforzate, così come devono essere cambiati i disciplinari di produzione per rendere più vincolanti alcune garanzie, perché non è più possibile tollerare una produzione che registra sofferenze e condizioni indegne per animali e persone”, dichiara Simone Montuschi, Presidente di Essere Animali.
Le condotte emerse nel processo sono state definite dalla sentenza delle vere e proprie “sevizie”, “connotate da una violenza gratuita, del tutto esorbitante rispetto a qualsiasi esigenza funzionale dell’allevamento”. È stato riconosciuto inoltre che i comportamenti erano reiterati e non potevano essere quindi considerati “episodi isolati”, ma rappresentavano “una prassi abituale di gestione degli animali.”
Non avendo mostrato alcun segno di pentimento, il giudice ha stabilito inoltre la mancanza di presupposti per la concessione dei benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale.
Oltre all’indagine che ha portato alla condanna presso il Tribunale di Mantova, Report aveva mostrato altre immagini inedite raccolte da Essere Animali e riferite a un altro allevamento di suini DOP gestito dagli stessi titolari e situato in provincia di Verona, a sua volta denunciato dall’associazione per il reato di maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p.).
Nel caso di Verona, l’imputato ha chiesto e ottenuto la messa alla prova, un rito alternativo previsto dal codice penale e di procedura penale per determinati reati e che consiste nello svolgere lavori socialmente utili. Secondo l’associazione, tale misura, per quanto prevista dal nostro ordinamento, non rende pienamente giustizia agli animali che sono stati sottoposti a violenze indicibili anche in quel secondo allevamento.
