Kierkegaard contro Hegel. Nelle grandi crisi abbiamo bisogno del religioso non del relativo

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AgenPress. Un uomo solo. La cui solitudine è fortezza di spirito e capacità di andare oltre. Oltre al relativismo. Oltre quella fantomatica “cosa” di origine appunto hegeliana. Certo. La questione si pone sull’uomo e sulla cosa. Kierkegaard uomo del dubbio e profondo conoscitore di San Paolo. Infatti in tale contesto la filosofia di Hegel rappresenta un sistema di pensiero che abbraccia l’intero universo, un sistema che pretende di comprendere la realtà nella sua totalità ma che trova in Kierkegaard un netto oppositore. Søren Kierkegaard critica aspramente Hegel vedendolo come un tentativo di ridurre la complessità dell’esistenza a una serie di concetti astratti e universali.

“Il sistema di Hegel è un palazzo di carta, un castello di sabbia che culla l’illusione di poter comprendere la realtà nella sua interezza”, scrive Kierkegaard in “La malattia mortale”. “Ma la realtà è più complessa, più contraddittoria, più enigmatica di quanto il sistema di Hegel possa mai comprendere”.

Si entra nella complessità del problema.

Per Kierkegaard, la filosofia di Hegel rappresenta un tentativo di eliminare la singolarità, la individualità, la libertà dell’essere umano. Il sistema di Hegel è un sistema di necessità, un sistema che pretende di poter prevedere e spiegare tutto, senza lasciare spazio alla libertà e alla creatività dell’individuo.

“La libertà è il contrario della necessità”, sottolinea appunto Kierkegaard in “Il concetto dell’angoscia”. “La libertà è la possibilità di scegliere, di decidere, di creare. Ma il sistema di Hegel non lascia spazio alla libertà, non lascia spazio alla possibilità di scegliere”.

Kierkegaard critica aspramente anche la nozione di “spirito assoluto” di Hegel, che vede come un tentativo di ridurre la realtà a un’unità monolitica e indifferenziata.

“Lo spirito assoluto di Hegel è un idolo, un dio che si è creato l’uomo a sua immagine e somiglianza”, afferma Kierkegaard in “La malattia mortale”. “Ma lo spirito assoluto non è Dio, è solo un concetto astratto, un’astrazione che non ha nulla a che vedere con la realtà concreta dell’esistenza umana”.

C’è una contrapposizione di fondo alla struttura di Hegel. Kierkegaard propone una filosofia dell’esistenza. O meglio una filosofia che si concentra sulla singolarità, sulla individualità, sulla libertà dell’essere umano.

Si potrà leggere: “L’esistenza è un paradosso, un’aporìa, un enigma”, scrive Kierkegaard in “La malattia mortale”. In fondo:  “L’esistenza è qualcosa che non può essere compreso, qualcosa che può solo essere vissuto, sperimentato, sofferto”.

Kierkegaard si oppone a Hegel. Non solo attraversa  una critica filosofica. Ma  anche con  una visione esistenziale. È un grido di protesta contro la riduzione della realtà a un sistema di concetti astratti e universali, un grido di protesta a favore della singolarità, della individualità, della libertà dell’essere umano.

Affermerà: “La verità è soggettiva…La verità non è qualcosa che può essere compreso, qualcosa che può essere dimostrato. La verità è qualcosa che può solo essere vissuto, sperimentato, sofferto”.

In questo senso, la critica di Kierkegaard a Hegel è anche una critica alla nozione di “verità” come qualcosa di oggettivo e universale. La verità, per Kierkegaard, è qualcosa di soggettivo, qualcosa che è legato all’esperienza individuale, alla libertà e alla creatività dell’individuo. Qui la solitudine come scelta è fondamentale.

“La verità è un’illusione”, scrive Kierkegaard in “La malattia mortale”. “La verità è qualcosa che non può essere compreso, qualcosa che può solo essere vissuto, sperimentato, sofferto”.

Hegel è il filosofo della totalità, Kierkegaard è il filosofo della singolarità. Hegel è il filosofo della ragione, Kierkegaard è il filosofo della fede. Hegel è il filosofo della storia, Kierkegaard è il filosofo dell’esistenza. Sono elementi che hanno interessato la mia ipotetica e allegorica cena con Hegel

Da questo punto di vista la critica alla nozione di “storia” hegeliana, come qualcosa di oggettivo e universale  è marcante. La storia, per Kierkegaard, è qualcosa di soggettivo, qualcosa che è legato all’esperienza individuale, alla libertà e alla creatività dell’individuo.

“La storia è un racconto”, dice Kierkegaard in “La malattia mortale”. “La storia è qualcosa che può essere interpretato, qualcosa che può essere vissuto, sperimentato, sofferto”.

Kierkegaard va chiaramente oltre la semplice critica filosofica. È una critica che tocca le radici stesse dell’esistenza umana, è una critica che chiama in causa la nostra stessa identità, la nostra stessa ragione di essere.

E qui, nella profondità di questa critica, risiede l’importanza di Kierkegaard. Il quale sembra aver trovato nella fiducia in Dio, nella certezza che la vita ha un senso, anche se questo senso non è sempre chiaro, il vero viaggio spirituale.

Le metafore evangeliche del  giglio e dell’uccello in Kierkegaard sono due creature che vivono nel presente, che non si preoccupano del domani, che non si angosciano per il futuro. Eppure, il giglio e l’uccello sono anche due creature che hanno una fiducia infinita in Dio, che sanno che Dio li ama e li protegge. In ciò la presenza di Abramo è un viaggio completamente metafisico.

“Abramo, sostiene Kierkegaard in ‘Timore e tremore’. è il padre della fede, è l’uomo che ha avuto la forza di credere in Dio, anche quando tutto sembrava contrario. E Abramo è anche l’uomo che ha avuto la forza di sacrificare il suo unico figlio, di sacrificare la sua stessa speranza, per amore di Dio”.

In quanto “la fede è una passione, una passione che non può essere spiegata, una passione che non può essere compresa. La fede è una scelta, una scelta di credere in Dio, di credere nella vita, anche quando tutto sembra contrario”.

Kierkegaard contro Hegel? Sì perché Kierkegaard  affronta un tema che tocca le radici stesse dell’esistenza umana, che chiama in causa la nostra stessa identità, la nostra stessa ragione di essere.

Infatti crive Kierkegaard, “Non esiste la ‘cosa’, esiste solo la ricerca, l’attesa, la speranza”. E la speranza è la chiave di tutto, è la speranza che ci fa andare avanti, che ci fa credere che la vita ha un senso, anche quando tutto sembra contrario. Una chiara contrapposizione all’eghelismo sulla base in cui la ragione non risolve e la fede non è resistenza al dubbio, ma una apertura alla speranza. L’uomo solo che si pone davanti a una scelta diventa un fatto prioritario. Non può esserci una fenomenologia dello spirito.  È l’assurdo. Ma una spiritualità che trova nella ricerca della metafisica il senso offre una visione alla vita. Quindi all’uomo.

Nel tempo delle grandi cadute non è l’idea che dovrebbe prevalere. Bensì il religioso. Non è il relativismo che risolve. Anzi fa ancora di più crollare tutto.  Ma la spiritualità oltre la storia. Oltre la ragione.

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