Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche. L’assurdo il tragico e il dubbio nell’anti sistema dell’essere

- Advertisement -
- Advertisement -

AgenPress. La filosofia non scioglie nodi. Aggomitola idee tra il paradosso e il tragico. Chi crede che ci sia una filosofia lineare non appartiene alla filosofia. O meglio a un pensare che abbia come metodo solo il Pensiero. Il filosofo conosce i nodi. Non li cerca. Li crea. Crearli significa mettersi in discussione attraverso i paradossi e offrire al dubbio il tragico. Come nel caso di Schopenhauer Kierkegaard e Nietzsche. Invontrarli lungo la propria strada vuol dire abitare certamente il dubbio ma anche restare con i giorni nel tragico. Ma la questione non è accostare tre nomi. È riconoscere un nodo. Il nodo è l’Uomo dopo Hegel. Ovvero dopo la sconfitta di Hegel. Dopo il sistema. Dopo la ragione che ha preteso di riconciliare il reale con il razionale. Il nodo è la frattura tra concetto e vita. Tra cattedrale logica e angoscia della sera.

Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche nascono da quella frattura. La abitano. La misurano. La nominano con lessico diverso. E nominandola, la trasformano in destino.

La convergenza è anzitutto metodica. Tutti e tre rifiutano la mediazione dialettica come soluzione universale.

Per Hegel la contraddizione è motore. Per loro la contraddizione è ferita. Schopenhauer la chiama volontà. Kierkegaard la chiama paradosso. Nietzsche la chiama caos. Tre parole per dire che l’essere non è trasparente. Che il senso non è garantito. Che la storia non è teodicea. Che il progresso è superstizione soltanto. La convergenza di tutto ciò è antropologica.

L’uomo non è animale razionale che si compie nello Stato. È ente lacerato. Schopenhauer lo vede come fenomeno di una volontà cieca che si oggettiva e si divora. Kierkegaard lo vede come sintesi di finito e infinito posta dallo spirito e per questo sempre in compito. Nietzsche lo vede come animale non ancora stabilito. Come corda tesa tra bestia e superuomo. In tutti e tre l’essenza non precede l’esistenza. L’esistenza è rischio. È compito. È costruzione. È disperazione se non riesce. È grandezza se riesce. La convergenza è etica. Tutti e tre demoliscono la morale dell’adattamento. Schopenhauer smaschera l’egoismo che si traveste da virtù. Kierkegaard smaschera la cristianità che ha ridotto il vangelo a costume. Nietzsche smaschera la morale del risentimento che chiama bene la propria impotenza. In tutti e tre l’etica autentica nasce dalla solitudine. Nasce dal confronto con il limite. Con il dolore. Con l’abisso. Con Dio o con la sua assenza. L’etica non è norma. È scelta. È stile. È fedeltà a una necessità interiore che non è negoziabile.

Se la domanda è comune, la risposta articola la differenza. E la differenza non è accidente. È struttura. È ontologia. È esito. Si varca oltre attraverso tre visioni o dimensioni: Volontà, Paradosso, Potenza. Cosa costituiscono in Schopenhauer in Kierkegaard e Nietzsche?

In Schopenhauer l’essere è Volontà. La Volontà è unica. È atemporale. È senza ragione. È senza scopo. È fame. I fenomeni sono sue oggettivazioni. L’intelletto è suo strumento. La conoscenza è serva. Dunque la liberazione sta nel rovesciamento. Nel non-volere. Nella contemplazione estetica che sospende il principio di ragione. Nella compassione che riconosce l’identità metafisica dei viventi. Nella ascesi che estingue la brace. L’essere è dolore. La salvezza è quiete.

In Kierkegaard l’essere è Paradosso. Dio entra nel tempo. L’eterno diventa istante. L’infinito si fa Singolo. Questo è scandalo per la ragione. È stoltezza per la filosofia. È fede per l’esistente. Dunque la liberazione sta nel salto. Nel credere contro l’evidenza. Nell’affidarsi senza garanzia. Nella ripresa che restituisce il finito trasfigurato. L’essere è dono. La salvezza è relazione.

In Nietzsche l’essere è Potenza. Non sostanza. Non soggetto. Non Dio. È gioco di forze. È interpretazione. È prospettivismo.

La vita non vuole conservarsi. Vuole oltrepassarsi. Dunque la liberazione sta nella creazione. Nel dire sì al divenire. Nell’amor fati. Nell’eterno ritorno come martello selettivo. L’essere è caos. La salvezza è forma. Tutto però ruota intorno alla volontà. Volere è potenza? Dalla metafisica alla ontologia? Volontà che si nega. Paradosso che si crede. Potenza che si afferma. Tre ontologie. Tre etiche. Tre estetiche che si intrecciano come riferimenti fondanti. Ovvero Assenza, Presenza, Morte.

Schopenhauer è ateo metafisico. Non ha bisogno di Dio perché la Volontà basta a spiegare il dolore. La religione è allegoria per il popolo. Il cristianesimo autentico è pessimista. È negazione del mondo. È compassione. Dunque Dio è inutile. Anzi è ostacolo se diventa provvidenza che giustifica.

Kierkegaard è teista esistenziale. Dio non è concetto. È Tu. È colui davanti al quale il Singolo sta senza mediazione. È colui che chiede Isacco. È colui che tace sul Moria. È colui che si rivela nella croce come scandalo. Dunque Dio è necessario. Ma è terribile. E terribile è la libertà che dona. Nietzsche annuncia la morte di Dio. Non come tesi. Come evento. Come crollo di un orizzonte. Dio è morto perché non crediamo più a lui. Perché la menzogna millenaria si è consumata. Dunque l’uomo resta solo. E solo deve diventare creatore. Il superuomo è colui che regge l’assenza. Che trasvaluta. Che dice io sono legge. Non esiste legge in filosofia. Ma assenza e presenza. Assenza che libera dal volere. Presenza che inchioda al dovere. Morte che obbliga a creare. Tre teologie che si intrecciano in altrettanti antropologie. Come la Ripetizione, l’Istante, il Ritorno.

Schopenhauer pensa il tempo come illusione. Nel noumeno non c’è prima. Non c’è dopo. La storia è superficie. Le stesse passioni si ripetono con maschere nuove. Dunque la saggezza è sottrarsi. È uscire dal gioco. È contemplare il tutto come rappresentazione.

Kierkegaard pensa l’istante come pienezza. La vera  decisione è quella della scelta. È Abramo. È il peccato. È il perdono. Dunque la saggezza è scegliere. È divenire contemporaneo di Cristo. È vivere sub specie eterni senza fuggire il tempo.

Nietzsche pensa il ritorno. L’eterno ritorno dell’identico non è cosmologia. È imperativo. Vivi in modo da desiderare di rivivere. Dunque la saggezza è adesione. È dire era ciò che volevo. È trasformare così fu in così volli. È redimere il passato volendolo.

Oltre a ciò detto si pongono altri  tre aspetti che vivono dentro il processo filosofico dei filosofi menzionati. Tre prospettive che aprono ulteriori elementi di dibattito: Evasione dal tempo. Irruzione nell’istante. Assenso al cerchio. Il cerchio è sconfitta del labirinto pur vivendo l’affermazione del mito.

Allora?

Per Schopenhauer l’uomo autentico è il santo. È colui che ha visto. Che ha compreso il gioco. Che si ritira. Che tace. Che digiuna. Che spegne la volontà di vivere. La sua grandezza è negativa. È libertà dal bisogno.

Per Kierkegaard l’uomo autentico è il cavaliere della fede. È colui che ha creduto. Che ha rinunciato. Che ha ricevuto di nuovo. Che sta solo davanti a Dio e per questo è più sociale di tutti. La sua grandezza è relazionale. È libertà per l’obbedienza.

Per Nietzsche l’uomo autentico è il creatore. È colui che ha distrutto le tavole antiche. Che ha scritto nuove tavole. Che gioca. Che danza. Che benedice. La sua grandezza è affermativa. È libertà per l’opera.

Ci sono modelli che possono essere conciliabili e forme che richiamano appartenenza. Faccio alcuni esempi. C’è comunque un dato inconciliabile che bisogna subito affrontare. Non sono conciliabili perché muovono da premesse ontologiche opposte. Se l’essere è Volontà da negare, non può essere Paradosso da credere. Se l’essere è Paradosso da credere, non può essere Potenza da affermare. Se l’essere è Potenza da affermare, non può essere Volontà da spegnere. Il tentativo di armonizzarli produce eclettismo. Oltre ogni retorica.

L’eclettismo è tradimento di ciascuno.

Eppure si appartengono perché nascono dalla medesima lacerazione. Sono tre risposte alla morte del senso filosofico. Eccomi:  Schopenhauer risponde con la compassione. Kierkegaard risponde con la fede. Nietzsche risponde con la creazione. Compassione, fede, creazione sono tre punti della responsabilità. Responsabilità davanti al dolore. Davanti a Dio. Davanti al nulla.

La linea che li unisce è dunque tragica. Non sistematica. È la linea dell’uomo che non può più delegare. Non alla Chiesa. Non allo Stato. Non alla Storia. Deve decidere. Deve sopportare. Deve scegliere se spegnere, se credere, se creare. E scegliendo, si espone. E esponendosi vive. O muore. Ma non mente.

Non c’è sistematicità però c’è un metodo. Ci lasciano un metodo. Cosa è il metodo? Il metodo è lo smascheramento. Smascherare l’ottimismo senza fondamento. Smascherare la religione senza tremore. Smascherare la morale senza scelta. Smascherare la cultura senza dolore. Smascherare l’uomo senza destino.

Dopo di che dove si arriva? Alla disciplina. Infatti ci lasciano una disciplina. Schopenhauer insegna la disciplina dello sguardo. Guardare il mondo senza illusione. Kierkegaard insegna la disciplina della scelta. Scegliere senza garanzia. Nietzsche insegna la disciplina della forma. Dare stile al carattere. Ci lasciano un oltre  una consegna. La consegna è stare nelle macerie senza cinismo. È attraversare il nichilismo senza caderci. È tenere insieme la lucidità di Schopenhauer, il coraggio di Kierkegaard, la leggerezza di Nietzsche. Lucidità per non mentire. Coraggio per non fuggire. Leggerezza per non spezzarsi.

C’è  da dire comunque che  non sono delle tappe. Sono dimensioni. L’uomo contemporaneo è insieme stanco come Schopenhauer, angosciato come Kierkegaard, orfano come Nietzsche. E deve rispondere da solo. Con la pietra della rinuncia. Con il salto della fede. Con il martello della creazione. E rispondere è già salvezza. Perché chi risponde, esiste. E chi esiste, non è ancora perduto. Lungo questo percorso il tragico prende il sopravvento. È sopravvento soprattutto rispetto al relativo che ha come presupposto una logica e una ragione.

Nei tre filosofi citati non c’è una logica che si spiega e tanto meno una ragione che prende la spinta della dialettica. La quale resta in una visione ancora egheliana. Hegel è al di fuori di questo viaggio. Proprio perché non c’è sistema. Una opzione che caratterizzerà Camus, Zambrano e Cioran che a Schopenhauer a Kierkegaard e a Nietzsche devono i loro percorsi di una non sistematicità del pensiero. Ovvero una a-sistemacità del pensare il tempo della vita, l’essere e la solitudine. Li ho trovati nel percorso della mia vita non come statue, non come dialettiche, non come scavi nella caverna di Platone.  Bensì come solchi incisi dal destino.

 

 

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -