AgenPress. È stato scoperto nella mattina di domenica 10 maggio, prima dell’apertura dell’ultima giornata della mostra “Rumore” dedicata a Raffaella Carrà e ospitata alla Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), il furto di due cinture appartenenti a storici abiti di scena dell’artista. La scoperta è avvenuta durante le operazioni di disallestimento dell’esposizione dopo oltre tre settimane di apertura al pubblico.
A denunciare l’accaduto sono stati Giovanni Gioia e Vincenzo Mola, proprietari di Collezioni Carrà, l’archivio privato da cui provenivano gli abiti esposti. I due collezionisti hanno immediatamente informato gli organizzatori della mostra e sporto denuncia ai Carabinieri, che hanno avviato le indagini.
Secondo quanto emerso dalle prime verifiche effettuate dalle forze dell’ordine, all’interno della Palazzina Azzurra non sarebbero stati riscontrati segni di effrazione. Un elemento che lascerebbe ipotizzare che il furto possa essere avvenuto durante gli orari di apertura della mostra.
Nel dettaglio, risultano sottratte: la cintura di un abito del 2006 indossato da Raffaella Carrà nel programma “Amore”; la cintura di un abito utilizzato nella prima puntata della quarta edizione di “Carramba che fortuna” (2008). Entrambe le cinture erano impreziosite da applicazioni originali in cristalli Swarovski e rappresentavano parti integranti degli abiti. Si tratta infatti di elementi inscindibili dai costumi cui appartengono, manufatti sartoriali unici e immediatamente riconducibili alla storia artistica della Carrà.
“Non si tratta semplicemente di accessori”, spiegano Giovanni Gioia e Vincenzo Mola, “Quegli abiti raccontano la televisione italiana, l’evoluzione del costume e il percorso artistico di una donna che ha cambiato il linguaggio dello spettacolo. Il danno che abbiamo subito è soprattutto culturale ed emotivo”. La mostra “Rumore”, ospitata dal 18 aprile al 10 maggio, era stata realizzata attraverso una selezione di trenta abiti di scena provenienti dalla collezione privata dei due appassionati, che oggi custodisce circa 350 costumi originali indossati da Raffaella Carrà tra il 1976 e il 2012, utilizzati in trasmissioni Rai, Mediaset e la spagnola Tve.
“Non è il nostro lavoro, ma una passione nata dall’amore per l’artista”, aggiungono i collezionisti, “Quando ci viene data la possibilità, esponiamo questi abiti per comunicare l’evoluzione del costume televisivo attraverso lo stile di una star”. L’obiettivo dell’esposizione, spiegano ancora Gioia e Mola, era quello di raccontare il ruolo di Raffaella Carrà come icona di stile e figura anticipatrice di importanti cambiamenti sociali. “Il messaggio che volevamo portare a San Benedetto del Tronto era che Raffaella è stata una precorritrice di civiltà: il momento in cui il costume televisivo smette di coprire e inizia a raccontare libertà, uguaglianza ed emancipazione”.
Attraverso gli abiti esposti, la mostra ripercorreva infatti non solo la carriera televisiva della Carrà, ma anche il suo impatto culturale sulla società italiana, con particolare attenzione ai temi della parità di genere e dei diritti civili.
“Ci chiediamo come sia stato possibile che nessuno si sia accorto di quanto accaduto”, concludono i collezionisti, “Confidiamo nel lavoro degli investigatori e auspichiamo che chi ha compiuto questo gesto possa fare un passo indietro e restituire quanto sottratto, per rispetto della memoria di Raffaella Carrà e del valore storico di questi abiti”.
