La crisi della politica della ragione e la fine della fenomenologia marxista

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AgenPress. Viviamo in un tempo in cui la “stranezza” coinvolge le vite. È cone se si navigasse a vista e con poco orizzonte davanti. Si naviga senza un progetto che possa nasce da un pensiero politico. Marx e il marxismo sono finiti veramente? Cosa è stato Marx? Possono esserci sogni in Karl Marx? Si è parlato di riforma o rivoluzione delle coscienze.  Oggi sarebbe ancora attuabile?

“Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza non chiara a sé stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa…”. Sogno di una “cosa”. La cosa può essere un percorso onirico? Il sogno è una visione estetica. La cosa? Karl Marx, 1818 – 1883.  Parte da qui: dalla coscienza. Non per addormentarla con dogmi, ma per svegliarla.  E quale è dunque  “la cosa” di cui il mondo sogna da tempo? Per Marx è semplice: l’emancipazione.

L’uomo libero dal bisogno, dalla sfruttamento, dall’alienazione. Il marxismo nasce così: come critica. Come tentativo di portare la filosofia fuori dalle biblioteche e dentro la fabbrica.  Ma è proprio lì che la critica diventa progetto. E il progetto, quando pretende di rifare il mondo, si scontra con la storia. Subentra un fattore importante però. L’idea di ragione diventa così relativismo. Marx chiude l’idealismo tedesco e lo rovescia.

Hegel diceva: lo Spirito fa la storia.  Marx risponde: sono le condizioni materiali a fare la coscienza.  Marx: “Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza.” È l’inizio di una ragione che si fa relativa.  Relativa all’economia, alla classe, al tempo.  Non esiste più una verità eterna. Esiste una verità di classe.  E da qui nasce la grande forza del marxismo e la sua grande ambiguità: ha spiegato il mondo, ma ha anche tolto all’uomo il centro morale. Le fondamenta sono l’espressione delle contraddizioni.

Marx è fatto di tensioni che non si ricuciono mai: “L’emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera della classe lavoratrice stessa.” Autonomia. Autogoverno. Uomini che si liberano da soli. L’illusione si fa prassi: “Le idee non possono realizzare nulla. Per realizzare le idee, c’è bisogno degli uomini, che mettono in gioco una forza pratica…”.

Qui l’idea smette di essere luce e diventa leva. Serve una forza. E la forza, nella storia, si chiama rivoluzione. Le idee, allora, che senso avrebbero? Avrebbero il senso di una conflittuale che porta alla rivoluzione.  Marx non vuole riformare. Vuole sovvertire.  E in quel passaggio si perde Garibaldi e compare Spartaco.

Addirittura. Pone Spartaco contro Garibaldi: “Spartaco è l’uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale (non come Garibaldi), un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità.” È una frase che dice tutto.

Garibaldi è insurrezione, è nazione, è popolo in armi per una Patria.  Spartaco è rivolta di schiavi. È guerra senza bandiera. È negazione dell’ordine.

Marx sceglie Spartaco perché per lui la storia non è costruzione, è costante rottura. E qui il pensiero diventa terrificante. Perché la rottura, per essere totale, non può avere riguardi.  Infatti osserva: “Noi non abbiamo riguardi; non ne attendiamo da voi. Quando verrà il nostro turno, non abbelliremo il terrore.” Non è una minaccia da barricata. È una teoria.  Se la storia è lotta di classe, e se la classe dominante non cederà mai, allora il terrore non è incidente. È strumento. Ma diventa con il marxismo anche l’eredità. Il marxismo come sistema politico del Novecento è stato un fallimento completo.

Ha promesso il paradiso e ha costruito gulag.  Ha promesso fine dello Stato e ha costruito Stati più forti di prima.  Ha promesso uomo nuovo e ha prodotto burocrazia e paura. Perché?  Perché ha confuso analisi e profezia. Ha creduto che spiegando le leggi dell’economia potesse comandare alle leggi della libertà.  Ha messo la forza pratica al posto del pensiero. E quando il pensiero diventa solo servitore della forza, nasce il dogma che Marx voleva distruggere. Cosa resta? Resta la domanda di Marx. Ovvero resta l’analisi impietosa del capitale.

Resta l’idea che un uomo non è libero se ha fame.  Resta la denuncia dell’alienazione: l’uomo che produce cose e diventa cosa. Ma resta anche l’avvertimento. Quando la ragione rinuncia all’etica, quando la rivoluzione si giustifica da sola, quando Spartaco prende il posto di Garibaldi, allora la liberazione diventa prigione. Il sogno diventa una “cosa” pessima e le macerie sono incombenze di rovine.

Marx aveva capito che il mondo sogna “una cosa”. Non la verita di una possibile giustizia. Bensì il giustizialismo. Per la giustizia ha sbagliato strada per arrivarci. Ha pensato che per svegliare la coscienza bisognasse prima spezzare il mondo. La lezione, oggi, è un’altra.  La riforma della coscienza non può avvenire senza dogmi, è vero.  Ma non può avvenire nemmeno senza pietà.  Perché un’idea che non rispetta l’uomo che dovrebbe liberare, smette di essere idea. Diventa ideologia. E l’ideologia, quando prende il potere, non discute. Colpisce.

Marx è stato il più grande critico del capitalismo e il più grande tentatore della rivoluzione.  Sta a noi scegliere quale delle due eredità raccogliere:  quella dell’analisi, o quella del terrore. Non è stata mai una ermeneutica.  Tanto meno una epistemologia. Ma una educazione a sovvertire.

Una delle chiavi di lettura in sintesi più marcata è quella di Benedetto XVI che ebbe a scrivere: “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli.”

Un dato sul quale occorre riflettere con molta attenzione tra errori pesanti e illusioni rivoluzionarie. Ma oggi siamo alla fine della politica della Ragione. E anche della ragione politica. Il crollo del marxismo è definitivo. Anche attraverso questa fenomenologia la crisi del pensiero è totale.

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