AgenPress. In Cioran il senso tragico non è balcanico o adriatico. C’è il drammatico. Il tragico di Cioran è profondamente greco. Quel mondo greco del latino Ovidio che conosce l’esilio in Romania. Siamo invasi dalle macerie. Non quelle dei muri. Quelle dell’anima. Rotolano dentro, silenziose. Sono rovine che il tempo moderno chiama “relativismo”. Un relativismo senza tempo, senza misura, senza peso. Tutto vale uguale. Nulla vale davvero. E l’uomo resta scoperto.
Cioran abita qui. Non come maestro. Come testimone del tragico. Il tragico non è sventura. È lucidità. È lo sguardo che non si lascia consolare dalle utopie. Il tragico dell’utopia è la nostra epoca. Ha promesso approdi e ha lasciato deserti. Ho dovuto scendere nei suoi inferi. Ma non solo nei suoi. Negli inferi dei labirinti dove ho incontrato ombre che parlavano. E oltre le ombre, fantasmi. I nostri. I miei.
Sono sceso in quell’esilio senza approdo. Ho parlato con Eliade, con Ionesco, con Horia, con Zambrano. Esili, una sola condizione. esistere senza finzioni. Eliade cercava il simbolo per non smarrire il centro. Horia cercava la memoria per non tradire l’origine. Ionesco ha cercato la parola nell’assurdo. Zambrano cercava la ragione poetica per non spegnere la luce interna. Nessuno chiedeva una patria. Chiedevano una lingua per dire la distanza. L’esilio non è geografia. È stato ontologico. La condizione umana è condizione di esistere. Stare nella soglia, senza riempirla di rumore.
In tragico di utopia (Solfanelli) ho abitato le presenze nelle assenze. Per Cioran il destino non è fatalità. È responsabilità. È la maceria che decidi di non rimuovere, perché ti dice chi sei. Senza destino siamo cronaca. Con il destino diventiamo figura. Il moderno ha rimosso il destino. Lo ha sciolto nell’indifferenza. Ha sostituito il tragico con l’opinione. Così le rovine non si abitano. Si calpestano. E l’anima si assottiglia. Si vive completamente una filosofia delle rovine. Perché mi sono posto una domanda. Che fare delle macerie? Non restaurarle. Non musealizzarle. Abitarle. Abitare le rovine significa riconoscere che la bellezza c’è stata e ha lasciato traccia. Significa accettare l’oblio come parte del rito. Significa parlare piano, come tra ombre. Qui la filosofia non costruisce sistemi. Rigenera Pensiero. Entra nel labirinto e non pretende l’uscita. Pretende la luce che cambia mentre cammini. È filosofia degli specchi: rimanda, deforma, rivela. È sciamanesimo della misura tra Oriente e Occidente, i quali si guardano nella stessa conchiglia. Si ascoltano con il rumoreggiare degli echi. Sempre oltre l’utopia e dentro il tragico.
L’utopia è crollata perché voleva abolire il tempo. Il tragico lo attraversa. Non promette salvezza. Offre intensità. E l’intensità, quando è vera, diventa destino. Vivere è scegliere di restare svegli tra le rovine. È dire no al relativismo che anestetizza. È dire sì a un peso che dà forma. C’è un punto che diventa un appunto. Non cerchiamo case nuove tra le macerie. Cerchiamo sguardi antichi. Sguardi che sanno dire: “sono qui”. E nel dirlo sembrano tenere in piedi il mondo. Cioran non consola. Dis-vela. E nel dis-velo l’uomo ritrova la sua misura. Ovvero né Dio né nulla. Uomo. Con il tragico sulle spalle e il destino nelle mani. Dove si andrà. Dove andremo? L’utopia è già superata? Proprio per questo a dis-misura di umano il tragico è un sabotaggio della quiete. Non sapremo mai essere quiete. Io e Cioran. Ma isola che conoscono la dissolvenza del giorno che scende verso il tramontare del tramonto stesso. Capricci di un troppo vissuto. Con il volto e l’abisso del naufrago.
La filosofia che non volle rinunciare alla confessione abita il tragico e il resto si fa utopia. Tragico e destino. Siamo invasi dalle macerie. Le macerie rotolano nelle nostre anime. Sono rovine. Il tempo moderno è solo relativismo moderno senza tempo. In tragico di utopia. È il mio scendere negli inferi non solo di Cioran. Ma nei labirinti che hanno incontrato le ombre. Oltre le ombre i fantasmi. Ho parlato con Eliade con Horia con Ionesco con Zambrano con Leucò… Con l’esilio senza cercare un approdo. La condizione umana è nella condizione di esistere del singolo.
Pierfranco Bruni
