Chiara d’Assisi. Il claro nel bosco

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AgenPress. La figura di Chiara d’Assisi si intaglia nella dimensione della Luce e dell’ascolto. Il silenzio si ascolta. Chiara d’Assisi.  Una giovane donna che seppe indicare la luce attraversando il bosco.  Come direbbe Maria Zambrano: è la metafora del claro nel buio.  Non fuga dal mondo. Attraversamento del mondo con un’altra luce negli occhi.  Nata Chiara Scifi nel 1193 circa, morta nel 1253.  “Io Chiara, serva di Cristo, pianticella del nostro santo padre Francesco”.

Con questa formula si consegna alla storia. Non come fondatrice. Come radice. Il tempo di Chiara e Francesco non è cronologia. È mistero.  Il mistero non si dimostra. Si abita.  Francesco cammina per le strade, parla al lupo, va a Damietta.  Chiara resta a San Damiano. E nel restare compie il viaggio più lungo: quello dentro.  Il mistico è un viaggiare.  Lui viaggia nello spazio. Lei viaggia nel tempo interiore.  Due movimenti, un solo centro: Cristo povero e crocifisso.  Lascia un testamento fatto in tre verbi.

Nella II Lettera ad Agnese di Praga Chiara consegna tutto in una riga:  “Guarda, considera, contempla nel desiderio d’imitarlo”.  È un testamento. È una regola. È una pedagogia dell’anima.  Guarda. È il primo atto. Non vedere, ma fissare. Riconoscere il volto.  Considera. È la ragione che diventa amore. Pesare la parola, abitarla. Contempla. È entrare. È stare dentro ciò che hai guardato.  E in mezzo c’è il desiderio. Senza desiderio la regola è cenere.  E alla fine c’è “imitarlo”. Non copiare Cristo. Assomigliargli. Farsi pane.

Nei Fioretti Francesco la chiama ubbidienza.

Ubbidienza non è sottomissione. È ascolto radicale.  È dire “eccomi” prima ancora che la voce arrivi. Perché la grande vocazione e la povertà come spazio costituiscono il viaggio metafisico. Dal Testamento, citato nella Vita:  “Tra gli altri benefici che dal nostro Padre di misericordia abbiamo ricevuto e ogni giorno riceviamo… vi è la nostra grande vocazione, per la quale tanto più gli dobbiamo gratitudine, quanto è più perfetta e più grande”.  Grande vocazione significa grande debito di lode.  E la povertà è lo strumento.

Non è mancanza. È spazio lasciato vuoto perché Dio entri.  Chiara rifiuta doti, ricchezze, compromessi con il potere.

Difende il privilegium paupertatis fino a ottenerlo da papa Innocenzo IV.

Da questo vuoto nasce l’Ordine delle Clarisse.  Non conquista terre. Conquista cuori.  Non fonda un potere. Fonda una presenza. Chiara è centrale per la continuità francescana.  Senza di lei Francesco resta canto. Con lei diventa coro.  Lui è il vento. Lei è la radice.

Lui esce. Lei custodisce.  Lui canta le creature. Lei tesse panni per i poveri e scrive lettere ai papi.  È il claro di Zambrano: la radura che si apre nel bosco quando qualcuno decide di vedere.  Chiara apre quella radura.  E da lì passa una luce che non tramonta.

Chiara attraversa il bosco e non si perde.  Perché ha tre verbi in mano e un desiderio nel cuore.  Guarda, considera, contempla. E imita.  Oggi abbiamo bisogno di questo.  Di meno rumore e più silenzio.  Di meno possesso e più spazio. Di meno spiegazioni e più imitazione.  Pianticella di Francesco.  Ma albero sotto cui il mondo può ancora ripararsi. Si ha bisogno di un riparo. Certamente. Perché senza lo spazio di questo tempo non ci sarà anima. Bisogna abitare l’anima. Un insegnamento che ci permette di abbandonare le tenebre per farsi toccare dell’aurora ovvero il tempo aurorale.

di Pierfranco Bruni

 

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