La memoria della Divisione “Acqui” nelle visite dei Presidenti Ciampi, Napolitano e Mattarella Una riflessione di Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per la Comunicazione istituzionale, già dirigente del Quirinale, dove ha prestato servizio per trent’anni presso l’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica, gli ultimi quindici come Vicario del Direttore dell’Ufficio Stampa.
AgenPress. Un osservatorio privilegiato che gli ha consentito di seguire da vicino l’attività dei Presidenti della Repubblica che si sono succeduti in quei trent’anni.
Ci sono luoghi nei quali la storia di una nazione sembra concentrarsi in pochi giorni. Cefalonia è uno di questi.
Nell’isola greca, nel settembre 1943, si consumarono insieme il crollo dello Stato, la solitudine dei soldati italiani e il primo faticoso risveglio di una coscienza nazionale liberata dal fascismo.
Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, gli uomini della Divisione “Acqui”, rimasti senza direttive chiare e circondati dalle forze tedesche, furono posti davanti a una scelta estrema: consegnare le armi, continuare a combattere al fianco dell’ex alleato o resistere.
Scelsero di non cedere. Combatterono dal 15 al 22 settembre, in condizioni disperate e senza gli aiuti sperati.
Dopo la resa, la Wehrmacht trasformò la vittoria militare in un massacro: migliaia di ufficiali e soldati italiani furono fucilati, in violazione delle leggi di guerra; altri morirono durante la deportazione, anche nell’affondamento delle navi che li trasportavano verso la prigionia.
Tra le vittime vi fu il comandante della Divisione, generale Antonio Gandin.Cefalonia divenne così non soltanto una tragedia militare, ma uno dei più gravi crimini di guerra commessi contro italiani durante il secondo conflitto mondiale.
Per lungo tempo, tuttavia, quella vicenda rimase ai margini della memoria pubblica. Pesavano le lacerazioni dell’8 settembre, il desiderio di rimuovere la disfatta, le responsabilità dei comandi e le difficoltà della Repubblica nel confrontarsi con una pagina nella quale eroismo, abbandono e morte si sovrapponevano.
La ricostruzione storica ha discusso modalità e numeri, compresa la natura della consultazione tra i reparti. Ma nessuna controversia può oscurare il dato essenziale: quei militari, lasciati soli dal dissolvimento delle istituzioni, rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi e pagarono con la vita la fedeltà alla dignità nazionale.
Dopo il pionieristico omaggio di Sandro Pertini nel 1980, fu Carlo Azeglio Ciampi, recandosi a Cefalonia il 1º marzo 2001, a restituire pienamente quella scelta al racconto civile della Repubblica.
Davanti ai superstiti e al Presidente greco Konstantinos Stephanopoulos, pronunciò parole destinate a entrare nella memoria nazionale: «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento».
E definì la loro decisione «il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo». Non era una formula retorica. Ciampi riconosceva in quei soldati il passaggio morale tra lo Stato sconfitto e la nuova Italia che sarebbe nata dalla Liberazione e dalla Costituzione.
La sua visita ebbe anche un forte significato europeo. Al dolore italiano si univa quello del popolo greco, vittima prima dell’aggressione fascista e poi dell’occupazione nazista. Ricordare insieme significava trasformare una terra segnata dal sangue in un luogo di riconciliazione.
L’Europa evocata da Ciampi non cancellava le colpe né confondeva le responsabilità: nasceva precisamente dalla loro assunzione, dalla volontà di impedire che nazionalismo, guerra e disprezzo dell’uomo tornassero a dominare il continente.
Su quella stessa linea si collocò Giorgio Napolitano, che scelse Cefalonia per celebrare il 25 aprile 2007. Fu un gesto senza precedenti: per la prima volta un Presidente della Repubblica commemorava la Liberazione fuori dai confini nazionali. Napolitano legò il sacrificio della “Acqui” alla Resistenza italiana e greca, sottolineando come, dopo l’8 settembre, tanti militari avessero saputo ritrovare nella coscienza il senso del dovere che lo Stato non era più in grado di indicare. La Festa della Liberazione assumeva così una dimensione europea: non memoria di parte, ma fondamento comune delle democrazie nate dalla sconfitta del nazifascismo.
Undici anni dopo, il 28 ottobre 2018, Sergio Mattarella tornò sull’isola per il settantacinquesimo anniversario dell’eccidio, insieme al Presidente greco Prokopios Pavlopoulos.
Mattarella conosceva già quei luoghi: nel 2001, da ministro della Difesa, aveva accompagnato Ciampi.
Da Capo dello Stato rese omaggio sia al monumento della Divisione “Acqui” sia a quello dei caduti della Resistenza greca.
Le due corone deposte esprimevano una memoria finalmente condivisa: italiani e greci non più divisi dalla guerra d’aggressione voluta dal fascismo, ma uniti nel ricordo di chi si oppose alla barbarie nazista e nella responsabilità di difendere la pace europea.
Le visite di Ciampi, Napolitano e Mattarella formano dunque un unico itinerario civile.
Il primo riportò Cefalonia al centro della coscienza nazionale; il secondo la inserì nel significato vivo del 25 aprile; il terzo ne ribadì la dimensione europea e la responsabilità verso il futuro. Attraverso di loro, il Quirinale ha contribuito a trasformare una memoria a lungo ferita in patrimonio della Repubblica.
Ricordare Cefalonia significa, ancora oggi, interrogarsi su che cosa resti quando gli ordini mancano, le istituzioni crollano e ciascuno è chiamato a scegliere.
Agli uomini della “Acqui” rimase la coscienza. Non combatterono per una vittoria possibile, ma per non rinunciare all’onore e alla propria umanità.
È questa la loro eredità più profonda: una nazione può essere sconfitta sul campo, ma non è perduta finché qualcuno conserva la libertà di dire no alla sopraffazione. In quel rifiuto, pagato con il sangue, cominciò a rinascere l’Italia.
Costantino Del Riccio
