Una scelta dovrebbe pur farla la sinistra. O si è cattolici o si è “Campo Largo”

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AgenPress. Una scelta dovrebbe pur farla la sinistra. Si è immersa in una tristezza apocalittica priva di contenuti. Non sa dove iniziano i diritti e dove finiscono i doveri. Non sa dove inizia lo Stato di diritto e dove inizia la supponenza dello straniero che pretende di riscrivere le regole di casa nostra. Non ha capito dove finisce l’Oriente e dove comincia l’Occidente. È come se ciò che ha scritto Oriana Fallaci fosse passato invano. Eppure l’Occidente è stata la prima civiltà ad aver usato la parola democratico senza aggettivi, se non si contano le finte Repubbliche Democratiche comuniste.

La sinistra confonde modernità con progresso collettivo. Quel progresso che doveva essere sepolto nel 1989, con il Muro, e nel 1991, con l’Urss. Loro non l’hanno sepolto. Lo portano in giro come un comunismo sbagliato o incompiuto. Parlano di progresso quando il mondo è già nella modernità assoluta. Il progresso è ottocentesco. La modernità è tragica e ci appartiene.

Sul piano culturale non esistono più. Hanno abbandonato Gramsci, Hegel, Rousseau. Hanno abbandonato l’egemonia come dialettica e pensano al potere, lo Stato etico, la volontà generale. È rimasto un Marx letto male, o non letto affatto. Un marxismo da post social. Prassi senza teoria.

Il loro europeismo è fermo a Ventotene. Al confino del 1941. Ma l’Europa oggi è trincea in Ucraina, è barconi, è algoritmo, è identità, anche se con vigorosi contrasti, che chiede di restare se stessa. Persino Togliatti aveva aperto una verifica tra italianità ed europeismo. Loro non verificano. Ripetono.

La destra ha capito più cose? Sì. È più avanti. Non perché sia perfetta, ma perché è in contatto con la modernità. Non ha ancora sciolto il nodo tra conservatorismo e tradizione, ma ha capito che non c’è economia senza identità e non c’è cultura senza radici. La sinistra ha separato le due cose. Ha dato l’economia alla finanza e la cultura al tentativo di una gestione senza un progetto.

La sinistra non ha un progetto. Si barcamena tra qualche ideuzza e la pura contrapposizione. Anche se vincesse domani, non governerebbe. Non saprebbe cosa fare il giorno dopo. Governare è visione. Loro hanno risentimento.

La destra ha un leader forte. Giorgia Meloni. Con pregi e limiti. Ma è leadership. La sinistra è un recinto largo senza leader e senza leadership. Il suo unico compito sembra essere non condividere ciò che fa l’avversario. Non è opposizione. È negazione. È mancanza di confronto costruttivo.

Ciò che rimprovero alla destra sono due fatti. Il primo è il continuo trascinare il pensiero intorno al valore del pensiero conservatore. La destra è tante anime. Io sono un tradizionalista sul filo di Berto Ricci e André Glucksmann che osserva la sinistra ma si sposa con la tradizione di destra. Il secondo riguarda un legame sempre più stretto con il mondo reale cattolico cristiano con il quale dialogare quotidianamente. La destra non può essere solo nostalgia conservatrice. Deve essere tradizione che crea futuro. E la tradizione cattolica è parte della modernità tragica, non residuo.

Lo si vede in politica estera e nella scuola. Nella scuola hanno scambiato istruzione con indottrinamento, inclusione con cancellazione del merito, diritti con desideri. Io stesso ho chiesto a Meloni più destra a scuola. Più identità, più radici, più umanesimo.

Sull’Islam è come se non avessero vissuto questi anni. Non distinguono tra musulmano come persona, da rispettare sempre, e Islam come sistema giuridico e politico, che va discusso e delimitato. Per paura di sembrare razzisti, consegnano le donne al velo integrale e le città a una sharia di fatto. Mi chiedo ma nel campo largo i cattolici non si sentono persi? Se sono cattolici cristiani non possono abitare il campo largo altrimenti non sono realmente cattolici cristiani. È un dato di fatto. Non si può stare con chi considera la vita uno scarto e la famiglia una costruzione sociale. O si è cattolici o si è campo largo. Le due cose non stanno insieme.

Sulla politica estera il cortocircuito è totale. La questione palestinese è usata solo come bandiera ideologica contro l’Occidente, mentre il dramma ucraino è sottovalutato. I bambini di Gaza vivono il tragico, certo, ma non più dei bambini di Kiev. Il dolore non ha classificazioni. Loro la fanno. Hanno difeso Israele per decenni e ora lo demonizzano. Difendono la Palestina ignorando che dall’altra parte c’è la Russia, figlia diretta dell’Unione Sovietica, con un capo supremo che viene dalla nomenclatura del KGB.

È lo sbando nella confusione. Non hanno capito che viviamo nella modernità assoluta. Confondono il moderno con il mito del progresso. Il moderno è tragico e ha radici. Il progresso è ottimista e vuole sradicare. Hanno scelto il progresso. Hanno perso il moderno.

Una scelta dovrebbero pur farla. O restare nel recinto della tristezza apocalittica o tornare a pensare. Ma per pensare bisogna avere coraggio. E il coraggio non è mai stato di sinistra quando c’è da difendere l’Occidente. Questo è uno dei drammi più pericolosi in un teatro debole dove neppure sanno cos’è il personaggio che recita a soggetto andando alla ricerca di se stesso.

Qual è la differenza di fondo tra una impalcatura strutturale di destra e una di sinistra oggi? È centrale. Oltre il discorso della progettualità, delle idee, del vecchio che resta nella sinistra ancora rimasta al concetto di progresso ed evoluzione delle masse come già detto, è una questione di leader. Giorgia Meloni è una leader pura con esperienza, storia e idee. Dall’altra parte nessun leader affiora, soprattutto un leader con storia, identità politica e formazione politica. La Meloni viene da lontano con una storia precisa sul campo. Dall’altra, tranne qualcuno, vengono non da militanza ma da imprevista improvvisazione.

di Pierfranco Bruni

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