Il Comando centrale americano avrebbe predisposto un piano operativo per riprendere le operazioni militari contro Teheran subito dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Secondo il New York Times gli attacchi potrebbero iniziare già mercoledì 4 novembre. Le condizioni favorevoli all’operazione, secondo le fonti, potrebbero durare soltanto per un periodo limitato. Non risulta però che Donald Trump abbia già autorizzato una nuova offensiva
AgenPress. Gli Stati Uniti potrebbero tornare a colpire l’Iran già nelle ore successive alle elezioni di metà mandato. Il Comando centrale delle forze armate americane (Centcom) avrebbe infatti predisposto un piano per una nuova operazione militare contro Teheran, con una possibile partenza degli attacchi mercoledì 4 novembre, il giorno dopo il voto negli Stati Uniti. La notizia è riportata dal New York Times che cita fonti informate sui preparativi militari americani. Secondo quanto riferito, le condizioni operative considerate ideali per il tipo di intervento pianificato resteranno disponibili soltanto per un breve periodo, rendendo particolarmente importante la finestra immediatamente successiva alle elezioni. La pianificazione militare non equivale tuttavia a una decisione definitiva: al momento non è confermato che il presidente Donald Trump abbia dato il via libera all’attacco.
I possibili obiettivi della nuova offensiva comprenderebbero infrastrutture energetiche iraniane, installazioni nucleari e arsenali di missili e droni. L’ipotesi sarebbe quella di un’operazione breve ma particolarmente intensa, finalizzata a indebolire ulteriormente le capacità militari ed economiche della Repubblica islamica e a spingere il governo iraniano verso concessioni nei negoziati con Washington. Tra i bersagli potenziali è stato indicato anche il sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain. Secondo le ricostruzioni del New York Times, le forze americane e israeliane avrebbero inoltre intensificato le esercitazioni, simulando manovre di attacco con voli militari sopra l’Iraq. Un ulteriore elemento riguarda il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione, con il dispiegamento di un consistente arsenale che dovrebbe essere pienamente operativo all’inizio di novembre.
La preparazione di nuovi piani sarebbe stata discussa anche durante la recente visita in Israele del segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, che ha incontrato il premier Benjamin Netanyahu. Israele sarebbe favorevole alla ripresa delle operazioni contro Teheran, mentre la decisione finale sull’eventuale partecipazione americana resta nelle mani di Trump. La Casa Bianca, secondo quanto riferito alla stampa statunitense, ha ribadito che tutte le opzioni rimangono sul tavolo per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
La questione si intreccia inevitabilmente con la situazione politica interna americana. Trump ha più volte escluso un intervento militare prima delle elezioni del 3 novembre, lasciando però aperta la possibilità di riprendere le operazioni successivamente. La guerra con l’Iran, iniziata a febbraio con gli attacchi statunitensi e israeliani, ha avuto conseguenze economiche rilevanti, soprattutto sul mercato energetico e sui prezzi dei carburanti. Il blocco e le tensioni nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota fondamentale del petrolio mondiale, continuano infatti a rappresentare un problema per l’economia internazionale e per la stessa amministrazione americana.
Non mancano, tuttavia, le divisioni sulla strategia da adottare. Una parte degli ambienti militari e politici americani ritiene che una nuova campagna di bombardamenti possa provocare danni sufficienti a costringere Teheran a trattare. Altri temono invece che un’altra offensiva non produca risultati duraturi e finisca per trascinare gli Stati Uniti in un conflitto ancora più lungo e costoso. Anche i negoziati diplomatici non sono completamente interrotti: Washington continua a utilizzare la minaccia di nuovi attacchi come strumento di pressione per ottenere concessioni sul programma nucleare iraniano e sulla gestione dello Stretto di Hormuz.
Da Teheran sono già arrivate minacce di ritorsione. Le autorità iraniane hanno avvertito che, in caso di nuovi bombardamenti, la risposta potrebbe estendersi oltre le basi militari e le infrastrutture energetiche, coinvolgendo anche altri interessi strategici occidentali nella regione. Tra gli obiettivi evocati figurano centri di elaborazione dati e cavi sottomarini per le comunicazioni Internet. Uno scenario che alimenta i timori di un allargamento del conflitto e di nuove ripercussioni sui mercati internazionali.
Le prossime ore saranno quindi decisive per capire se i piani militari predisposti dal Centcom resteranno soltanto un’opzione sul tavolo della Casa Bianca oppure si tradurranno in una nuova offensiva. Per il momento, la notizia riguarda la preparazione di un possibile attacco e non un ordine operativo già impartito da Trump. Ma la coincidenza con la fine delle elezioni americane e la limitata finestra indicata dalle fonti citate dal New York Times rendono il 4 novembre una data da osservare con particolare attenzione.
