Pierfranco Bruni: “La ribellione e le macerie del pensiero. Ho viaggiato con Jünger e Hesse. Camus e Kierkegaard. Sgalambro e Schopenhauer”

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AgenPress. La ribellione è una rivolta? L’angoscia nasce dalla perdita della seduzione? La disperazione dal fallimento. Non saprei. Sono così terribilmente disilluso che non ho risposte. Ma hanno senso le risposte? Allora ho cercato di creare delle comparazioni con quattro testi: “Il ribelle” di Jünger, “L’uomo in rivolta” di Camus, “Siddhartha” di Hesse, “Anatol” di Sgalambro — disposti a tavola, mostrano la stessa linea di usura, gesto che toglie peso all’Io perché resti misura, non titolo. Poi arriveranno altri due. In chiusura di pensieri.
Li leggo non in sequenza storica ma in stratigrafia. Sotto il bosco del Waldgänger scorre la rivolta mediterranea di Camus. Sotto il fiume di Siddhartha brilla l’aridità di Anatol. Ogni libro è una tessera, l’unità resta affidata al lettore, come mosaico incompleto che accoglie il bianco.
Jünger pone il Ribelle come chi abita la foresta interiore, rifiuta la mobilitazione totale, custodisce sovranità povera. Non propone un programma: si ritira, traccia una linea, accetta che il potere lo sorvegli. Qui il linguaggio si fa ascesi militare, precisione di inventario: orologio, mappa, coltello. La perfetta letizia appare capovolta — gioia che nasce dalla sottrazione dell’ubbidienza, non dalla preghiera.
Il mio Camus riprende la linea ma la immerge nel sole: l’uomo in rivolta dice no, e quel no crea un noi. Non metafisica dura, come il monolite del Ribelle, ma intesa laica, esposta, revocabile. La giustizia nasce dalla comune misura, dal confine che il carnefice e la vittima riconoscono insieme. Anche qui il peso è levato —tolto l’appello a Dio, resta l’argomento — e la rivolta diventa procedura, non sistema.
Hesse sposta il tavolo più a Oriente. Siddhartha lascia maestri, ascolta il fiume, impara che la saggezza non si trasmette, si patisce. La sensualità delle mani di Kamala, il denaro, la barca: prove che incidono, non dogmi che resistono. Il protagonista custodisce la ferita senza farne vessillo. Il fiume è isola liquida dal quale osservare il buio perfetto del tempo. La parola arriva solo quando accetta il proprio invecchiamento. Sgalambro, all’opposto geografico ma analogo per gesto, scrive Anatol come elogio del nulla. Il personaggio vaga in stanze d’hotel, fuma, ripete sillabe sapendo che il mondo è già commutato in spettacolo. Nessuna foresta, nessun fiume: solo contre-jour di lampada e specchio. Eppure l’ascesi è identica, togliere predicato all’Io, ridurre la biografia a sintassi stanca, perché l’assenza pesi più della promessa.
Il confronto rivela una medesima operazione. Jünger sottrae cittadinanza. Camus sottrae assoluto. Hesse sottrae dottrina. Sgalambro sottrae consolazione. Tutti e quattro depositano la sovranità in un oggetto scarno (mappa, pietra, remo, sigaretta) e sulla sua usura fondano l’etica.
La poesia — parafrasando l’appunto che custodisco da anni — è l’isola dalla quale osservano il buio perfetto del potere, e la luce che accettano è angolo, non abbaglio. Ne esce una misura comune. Ribellione come la manutenzione della soglia. Rivolta come l’intesa esposta. Illuminazione come ascolto. Nichilismo come la cortesia verso il vuoto.
Immetto in questo discorso, come già detto, altri due testi che agiscono da contrappeso: “L’arte di conoscere se stessi” di Schopenhauer e “Diario di un seduttore” di Kierkegaard. Non cambiano la linea già tracciata — Jünger, Camus, Hesse, Sgalambro. Anzi. La approfondiscono, come fosse necessario calcare ancora il bordo perché regga.
Schopenhauer dà il lessico metafisico. Ovvero conoscere se stessi è sospendere la volontà che ci rapina il respiro, fissare l’individuo come rappresentazione e non come pretesa. Il mondo come volontà è fiume senza argini. L’asceta che ritira il gettone — contemplazione estetica o pietà — compie gesto affine al Ribelle Jüngeriano. Esce dalla mobilitazione totale e si apposta. Per Jünger la sottrazione è una guardia armata. Per Schopenhauer è il digiuno dello sguardo, visione che toglie la brama perché resti limpida fenomenicità.
Kierkegaard entra con passo obliquo. Diario di Johannes che seduce Cordelia per esperimento estetico e poi archivia la ragazza come nota musicale. Qui la sottrazione opera dall’interno della forma: il Seduttore toglie all’amore la durata, ne custodisce solo l’intensità. Toglie la promessa, lascia la variazione. È una procedura simile a Camus — il no che crea un noi — ma senza il noi: piacere come ascesi negativa, attrazione senza rapina, solo più crudele perché consapevole. Il confronto svela un triangolo. Camus lega l’altro con un confine condiviso. Schopenhauer lega il fenomeno con il silenzio della volontà. Kierkegaard scioglie il legame appena lo nomina. Una osservazione ulteriore mi sia consentita.
Jünger ritira la cittadinanza. Camus ritira l’assoluto. Hesse ritira la dottrina. Sgalambro ritira la consolazione. Schopenhauer ritira la volontà. Kierkegaard ritira la durata dell’eros.
E così? Cosi siamo tutti felici per abitare le nostre solitudini in attesa che si trasformino in tragedia in disperazione e in un inquieto vivere.
Pierfranco Bruni 
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