9 Maggio, la memoria della Repubblica e la sfida di difendere la democrazia

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In occasione della Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi la riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato consultivo della Fondazione Segni di OMRI per la comunicazione istituzionale, offre un contributo di grande valore civile e istituzionale


AgenPress. Attraverso il ricordo dell’assassinio di Aldo Moro e della stagione degli anni di piombo, il testo richiama con lucidità il significato profondo della memoria repubblicana e il dovere di difendere quotidianamente la democrazia da ogni forma di violenza, odio e radicalizzazione.

Particolarmente significativa è l’attenzione dedicata al ruolo svolto dai Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella nel costruire, attraverso gesti concreti e testimonianze di autentica vicinanza, una memoria condivisa fondata sul rispetto delle vittime e dei loro familiari. Una memoria che continua a parlare al presente e alle nuove generazioni, chiamate a custodire i valori della convivenza civile, del rispetto delle istituzioni e della cultura costituzionale.

Per queste ragioni, come Presidente della Fondazione Insigniti OMRI, ritengo importante condividere integralmente questa riflessione, che rappresenta un invito serio e responsabile a considerare la memoria non come semplice commemorazione, ma come presidio permanente di libertà, responsabilità democratica e coesione nazionale.

Di seguito il testo della riflessione di Costantino Del Riccio

Sono passati quarantotto anni dall’uccisione di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978 dopo cinquantacinque giorni di prigionia. Il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, nel cuore di Roma, segnò uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana e divenne il simbolo degli anni di piombo, la stagione di terrorismo e violenza politica che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta mise in discussione la stabilità democratica del Paese.

L’assassinio di Moro rappresentò l’apice dello scontro tra lo Stato e le organizzazioni terroristiche. Il terrorismo rosso e nero colpì magistrati, giornalisti, sindacalisti, uomini delle istituzioni, appartenenti alle forze dell’ordine e cittadini innocenti, nel tentativo di destabilizzare la Repubblica attraverso la paura e la violenza. Quella lunga stagione lasciò ferite profonde nella società italiana e impose alle istituzioni una difficile prova di tenuta democratica.

Oggi, in un tempo segnato da guerre internazionali, tensioni sociali, radicalizzazioni ideologiche e linguaggi sempre più aggressivi nel dibattito pubblico, il valore della memoria assume un significato ancora più attuale. Ricordare gli anni di piombo significa ribadire che nessuna causa politica può giustificare la violenza e che la democrazia va difesa ogni giorno attraverso il confronto civile, il rispetto delle istituzioni e il rifiuto dell’odio.

Per anni il dolore delle vittime e delle loro famiglie rimase confinato in una dimensione privata. Solo nel 2007, grazie alla proposta della senatrice Sabina Rossa, figlia del sindacalista Guido Rossa assassinato dalle Brigate Rosse, venne istituita ufficialmente la “Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi”. La scelta del 9 maggio rappresentò il riconoscimento pubblico di una tragedia collettiva che aveva segnato l’intero Paese.

Da allora, la celebrazione è diventata un appuntamento centrale nella vita istituzionale italiana. Quest’anno la cerimonia si svolge al Senato, luogo simbolo della rappresentanza democratica, a conferma del valore civile e politico di questa ricorrenza. Nel corso degli anni, le commemorazioni si sono alternate tra Quirinale, Camera e Senato, mantenendo vivo il legame tra memoria storica e coscienza repubblicana.

Un ruolo fondamentale in questo percorso è stato svolto dai Presidenti della Repubblica. Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella hanno trasformato la commemorazione in un momento di autentica vicinanza alle famiglie delle vittime, contribuendo a costruire una memoria condivisa.

Resta emblematico l’episodio che vide protagonista Ciampi nel 2004. Nonostante una frattura alla clavicola causata da una caduta domestica, volle consegnare personalmente le medaglie ai familiari delle vittime durante la festa della Polizia. Quando il cerimoniale cercò di individuare un sostituto, il Presidente fu irremovibile: “Queste medaglie le consegno io”. Quel gesto restituì ai familiari il senso di uno Stato finalmente vicino e umano.

Anche Giorgio Napolitano lasciò un segno profondo nel percorso della memoria nazionale. Durante le celebrazioni del 2009 rese omaggio, per la prima volta in una sede istituzionale, alla memoria di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto dopo la strage di Piazza Fontana. L’incontro al Quirinale tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi, vedove di due figure simbolo di quella stagione, rappresentò un momento di forte riconciliazione civile.

Sergio Mattarella ha dato alla Giornata della memoria una sensibilità ancora più intensa, anche per la sua esperienza personale segnata dall’assassinio del fratello Piersanti per mano mafiosa. Nei suoi interventi, il Capo dello Stato ha sempre ricordato che la democrazia rappresenta il più forte antidoto contro il terrorismo e ogni forma di estremismo.

Importante è stato anche il lavoro del Quirinale nella ricostruzione della memoria storica. Il volume “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, promosso nel 2008, raccoglie nomi, volti e storie delle vittime degli anni di piombo, trasformando il ricordo in patrimonio civile condiviso.

Accanto alle istituzioni, decisivo è stato il ruolo dei familiari delle vittime e delle associazioni che negli anni hanno custodito documenti, testimonianze e memoria. Sono loro i veri protagonisti di questo lungo percorso civile, indispensabile soprattutto per le nuove generazioni.

Ricordare il 9 maggio significa riaffermare i valori democratici sui quali si fonda la Repubblica. A quarantotto anni dall’uccisione di Aldo Moro, il messaggio delle istituzioni resta chiaro: nessuna ideologia può legittimare il terrorismo, nessuna causa può giustificare il sangue innocente. La memoria delle vittime resta un presidio di libertà e una lezione ancora attuale per il futuro del Paese.

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